L’intervista di RomaCaritas a Don Bruno Nicolini scomparso lo scorso 17 agosto. La Chiesa, i rom e la ‘pastorale di confine’

Pubblichiamo l’intervista realizzata nel giugno del 2002 con Don Bruno, allora responsabile della Cappellania per la MIssione cattolica Rom e Sinti della Diocesi di Roma.

 

Vivono per lo più nelle periferie di Roma, o meglio, come ha scritto un importante quotidiano, “la hanno ormai circondata”: diecimila Rom e Sinti, sono la più grande comunità nomade in Italia. Bosniaci, serbi, macedoni, rumeni, ma anche abruzzesi, campani, calabresi. Originariamente erano maniscalchi, giostrai, commercianti di bestiame, attualmente sono soltanto gli abitanti delle bidonville della Capitale. Molte lingue ed idiomi, culture diverse, sparsi sul territorio romano in assembramenti più o meno grandi, i nomadi sono la “parrocchia” più vasta della Diocesi.
Dal 1990 infatti, seguendo gli orientamenti del Concilio Vaticano II, la Diocesi di Roma ha istituito la Cappellania per la Missione cattolica Rom e Sinti. Fin da allora, don Bruno Nicolini, sacerdote di Bolzano trasferitosi a Roma nel 1964 per lavorare presso la Sacra Congregazione dei Vescovi, è stato il titolare della Cappellania.
“E’ stata una scelta lungimirante fatta dai Vescovi del Concilio: porre l’attenzione oltre che sul territorio anche alle persone, ai popoli, a tutti coloro che non sono radicati in contesti parrocchiali, i nomadi ed i migranti su tutti. E’ la Chiesa che si fa missionaria con due momenti complementari tra loro: da una parte la parrocchia tradizionale che ha cura di chiunque si trovi nel proprio territorio, dall’altra c’è una struttura specifica che si affianca e non sostituisce la parrocchia, e che si preoccupa di evangelizzare nel rispetto della cultura di chi riceve la fede”.

La Chiesa e gli zingari, un rapporto che è molto cambiato negli ultimi anni. Quali sono stati i momenti più significativi?
Tutto è iniziato con il grande movimento scaturito dall’azione pastorale di Papa Paolo VI. Il Santo Padre accompagnò per mano la Chiesa all’interno del mondo nomade. Con lui, gli zingari sono diventati occasione di grazia per la Chiesa. Profetiche furono le sue parole “negli zingari troverete i valori evangelici, non andate ad evangelizzare, ma fatevi evangelizzare da loro. Il nomadismo è l’essenza della vita cristiana, intesa come un lungo viaggio verso Dio”. Dopo Paolo VI è stato Giovanni Paolo II a continuare questa riconciliazione con il popolo Rom. Prima con un clamoroso gesto, quando, fuori programma, alla sua prima visita ufficiale ad Auschwitz, andò a pregare sui luoghi in cui furono reclusi gli zingari. Lui che li aveva conosciuti nella sua infanzia a Cracovia. Seguirono poi altri due momenti molto importanti: la beatificazione del gitano Ceferino Gimenez Malla nel 1997, all’inizio della preparazione del Giubileo, e il famoso discorso del 1999 in cui Giovanni Paolo II ha ribadito il dovere della Chiesa di “chiedere perdono per le colpe storiche dei suoi figli” nei confronti del popolo rom per situazioni di “mancato discernimento dei cristiani rispetto a situazioni di violazione dei diritti umani”. Adesso, il nostro compito è far seguire a questi grandi gesti una conversione comunitaria. Ci aspetta un lungo cammino.

Qual’è il rapporto tra le parrocchie di Roma e la sua grande comunità?
E’ un rapporto molto difficile. Nelle parrocchie romane esiste una cultura di accoglienza ed una relativa apertura ad iniziative pastorali molto coraggiose, a riprova, basti pensare alle numerose Caritas parrocchiali. Ma sono ancora “esperienze” e non possiamo parlare di una Chiesa missionaria. I parrocchiani, meravigliosi a rispondere alle singole iniziative, in particolare quando riguardano contesti lontani dalla loro realtà come il terzo mondo, ancora non si sentono responsabili in prima persona dell’evangelizzazione degli ‘ultimi’ che sono nella loro parrocchia. La pastorale degli zingari, come quella degli extracomunitari e degli emarginati è una pastorale di confine. La Chiesa di Roma ha riflettuto su questo nella Missione cittadina che ha preceduto il Giubileo e, le indicazioni che ne sono emerse per le parrocchie, mettono al centro dell’azione pastorale del futuro quella che viene definita la ‘teologia dell’emarginazione’, ispirata al Vangelo di San Luca “Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno dei cieli”.

Quali sono state le esperienze pastorali della Chiesa romana con gli zingari?
E’ stato un cammino lungo, iniziato nel 1965 con la preparazione del grande incontro tra Paolo VI e il popolo nomade, avvenuto proprio nella Capitale. Un periodo pionieristico molto bello, sembrava quasi che la Chiesa di Roma fosse missionaria in terra straniera. Venti anni di entusiasmo e passione, incui gli zingari erano visti come un segno della missione universale della Chiesa. Dopo ci si è accorti che, in realtà, occorreva molto più tempo per consentire allo Spirito Santo di lavorare negli animi, e l’entusiasmo iniziale è scemato. La missione verso gli zingari deve essere un lento accompagnamento, condividendo con loro ritmi, affanni, sofferenze e disperazioni.

Esiste la carità nella sua ‘parrocchia’?
Credo che la carità sia quella di intravedere il Vangelo del Signore negli zingari e di lasciarsi guidare da lui. Chi può essere più degli zingari l’immagine di Cristo, se Gesù è per antonomasia il rifugiato, il reietto, il disperato? Vivendo con loro, conoscendoli, si scopre che la carità è un aspetto fondamentale nella loro vita comunitaria. Per cultura, gli zingari amano il prossimo soprattutto quando questi è debole, anche se non è zingaro. Si avvicinano a chi è solo, a chi ha bisogno, a chi è malato. Ho visto barboni invitati a mangiare nelle loro tavole, insieme a loro. Ho visto far festa al ‘figliol prodigo’ uscito dal carcere, perché tutto il campo era stato carcerato con lui. Li ho visti nei cimiteri pregare e mettere fiori sulle tombe che non visita nessuno. Occorre la nostra umiltà per entrare nella loro cultura e conoscerli: sono un popolo in cui il lievito della fede è già radicato e sta lentamente maturando proprio attraverso la carità.

Ricorda la sua priva volta con gli zingari?
Natale del 1958. All’epoca ero vice parroco a Bolzano, nella mia Diocesi, ed insegnavo religione nelle scuole statali. Il Vescovo mi aveva affidato già da qualche mese la pastorale dei nomadi. Pensavo fosse un incarico sulla carta, che non richiedesse molto impegno, e lo trascurai per un po’ di tempo. La sera della vigilia di Natale ero ospite a casa di un collega e suonò alla porta una zingarella per chiedere delle offerte. Il mio amico, dopo aver aperto, mi chiamò è disse “questa è roba tua…”, orgogliosamente risposi “si, lo è”. Dissi alla bambina che il giorno seguente sarei andato a trovare la sua famiglia, e così feci. Erano accampati fuori città, nella zona industriale di Bolzano. Vivevano in delle roulotte trainate da cavalli, in un campo buio e freddo. Quando arrivai, mi stavano aspettando accovacciati all’interno della roulotte. Erano Rom di origine tedesca chiamati ‘i figli delle sette carovane’. Il vecchio, l’autorità del gruppo, mi cedette l’unica sedia dicendo “oggi è per te, sei il maestro”. Non avevo mai avuto la passione per gli zingari, al contrario di altri sacerdoti che volevano ‘zingarizzarsi’, però ho scoperto in quella circostanza quello che era il mio mandato. Capii che dovevo diventare loro amico e loro servo, una strada che non avevo mai prevista era invece quella che il Signore aveva scelto per me.

I nomadi sono diversi dagli altri disagiati che vivono a Roma? Perché è difficile per gli operatori sociali relazionarsi con loro, aiutarli?
Chi mai pensa che un nomade sia una persona da prendere sul serio? Chi pensa che il nomade possa essere un santo? Chi pensa che possa essere una persona con cui discuto dell’educazione comune dei nostri figli? Lo zingaro è soltanto un tipo a cui dare qualcosa con molto sospetto, la società lo ha già giudicato. Ma cosa sappiamo di lui? Di quando viene svegliato nel cuore della notte per essere sgomberato. Di quando le loro mogli non vengono accettate negli ospedali per partorire. E nessuno li aiuta. Nessuna parrocchia si mobilita per questi bambini costretti a nascere nelle roulotte. Gli zingari sono diversi dagli altri perché nella storia sono sempre stati abbandonati da tutti.

Che cosa ci impaurisce di questo popolo?
Lo zingaro traduce ciò che è nascosto in noi, la nostra ipocrisia, la nostra superbia, perché resiste alle tentazioni di diventare come vogliamo essere noi: ricchi e potenti. Per questo abbiamo attribuito loro le nostre paure più terribili nel corso dei secoli. I Rom hanno per la maggior parte la nostra stessa cultura cristiana, parlano lingue molto vicine alle nostre, eppure non sono mai considerati. Parliamo dei problemi degli immigrati, di altre categorie di emarginati, di persone lontane dalle nostre vite, ma gli zingari li ignoriamo, siamo indifferenti. E l’indifferenza è la cultura della morte, la non esistenza.

I Rom come vedono le istituzioni e gli operatori sociali?
Come persone brave a parlare ed esperte in delusioni tremende. Promesse sempre mancate. A loro si può fare quello che si vuole. Come possono fidarsi degli assistenti sociali che entrano nei campi soltanto per togliere loro i bambini? Come possono fidarsi del volontariato che, come Giuda, ha venduto la propria gratuità e spesso si è rivelato soltanto un sistema ben organizzato per gestire grosse somme di denaro? Come possono avere fiducia delle istituzioni e delle forze dell’ordine che entrano nei loro accampamenti soltanto per farli evacuare.? Come fanno ad avere fiducia quando la loro parola non è mai creduta? Eppure mantengono sempre un’apertura nei nostri confronti, basta un gesto sincero perché ci perdonino. Una parrocchia che li accoglie, un parroco che li va a trovare, per poter fare festa. (Alberto Colaiacomo – Romacaritas n. 3/2002)