Emergenza sociale a Roma: il cardinale Agostino Vallini scrive una lettera alle parrocchie della diocesi

Tor Sapienza

«Alimentare la cultura dell’incontro tra le diverse componenti sociali dei quartieri» e «lavorare insieme per una città più inclusiva» è l’appello del cardinale vicario ai parroci e ai membri dei Consigli pastorali dopo i fatti di Tor Sapienza e dopo l’invito rivolto domenica scorsa alla comunità cristiana da Papa Francesco in cui chiedeva di impegnarsi «in modo concreto perché non ci sia scontro, ma incontro». «Come procedere?», si chiede il cardinale Agostino Vallini nella lettera inviata ai referenti pastorali diocesani: «Credo che i soggetti idonei siano i Consigli pastorali parrocchiali oppure le Prefetture. Questi organismi di partecipazione ecclesiale potrebbero inserire nella loro agenda i temi socialmente più rilevanti e sofferti nella vita dei quartieri, studiarli, elaborare proposte e poi affidare a gruppi di lavoro, formati da persone preparate, l’incarico di convocare, d’intesa con il parroco o con il prefetto, i rappresentanti delle realtà sociali presenti sul territorio per trattare, in sessioni di riflessione e di dialogo, le questioni scelte. È un lavoro facile? Certamente no; ma, per noi cristiani, è doveroso».

Di seguito il testo integrale

Carissimi,

come sapete, domenica scorsa, all’Angelus, il Papa è intervenuto sui noti fatti di Tor Sapienza ed ha rivolto un appello accorato ad affrontare l’emergenza sociale che vede anche nella nostra città «tensioni piuttosto forti tra residenti e immigrati». L’invito è rivolto alle istituzioni «di tutti i livelli». La comunità cristiana – ha continuato il Papa – «si impegna in modo concreto perché non ci sia scontro, ma incontro. Cittadini e immigrati, con i rappresentanti delle istituzioni, possono incontrarsi, anche in una sala della parrocchia, e parlare insieme della situazione». Papa Francesco chiama le comunità parrocchiali di Roma, non solo quella di Tor Sapienza, a sviluppare l’impegno nel proporre occasioni di incontro per «dialogare, ascoltarsi, progettare insieme, e in questo modo superare il sospetto e il pregiudizio e costruire una convivenza sempre più sicura, pacifica ed inclusiva». Un incoraggiamento che accogliamo volentieri, senza invadere naturalmente gli ambiti di competenza e di responsabilità propri delle istituzioni pubbliche. Si tratta di essere promotori ancora di più, non solo in occasioni e su temi come questo, della «cultura dell’incontro» tra le diverse componenti sociali dei quartieri cittadini: un aspetto non secondario di quella Chiesa «in uscita» che il nostro Vescovo richiama insistentemente, facendoci carico in qualche modo della complessità della vicenda umana che si sviluppa fuori le mura delle nostre chiese e dei processi e mutazioni sociali che la accompagnano. A tale proposito il Consiglio Pastorale diocesano sta elaborando un documento su questo tema, dal titolo “La Chiesa nella città”, che speriamo possa essere portato a conoscenza di tutti al più presto.

Come procedere? Credo che i soggetti idonei siano i Consigli pastorali parrocchiali oppure le Prefetture. Questi organismi di partecipazione ecclesiale potrebbero inserire nella loro agenda i temi socialmente più rilevanti e sofferti nella vita dei quartieri, studiarli, elaborare proposte e poi affidare a gruppi di lavoro, formati da persone preparate, l’incarico di convocare, d’intesa con il parroco o con il prefetto, i rappresentanti delle realtà sociali presenti sul territorio per trattare, in sessioni di riflessione e di dialogo, le questioni scelte. Uno spazio aperto, un luogo di dialogo, di promozione culturale dove la gente si parli, impari a comprendere le reciproche ragioni, a rispettarsi, a elaborare proposte di inclusione sociale. Il frutto delle sessioni potrebbe tradursi in proposte concrete da inviare ai responsabili della cosa pubblica chiedendo loro, per quanto di competenza, di tenerne conto. Insomma, allargare lo sguardo, diffondere la «cultura dell’incontro».

È un lavoro facile? Certamente no; ma, per noi cristiani, è doveroso. Roma è sempre stata una città accogliente; oggi deve recuperare e sviluppare questa sua vocazione, dentro la complessità della metropoli.
Al riguardo, mi permetto di suggerire alcune considerazioni (solo alcune e non esaustive) che possano aiutare a mettere in luce il contesto socio-culturale in cui viviamo.

1. Roma, negli ultimi sessant’anni, è profondamente cambiata, a cominciare dalla estensione urbanistica e dal numero degli abitanti cresciuti di oltre un milione. Dopo le ondate di immigrazione interna, da circa trent’anni è soggetta ad un crescente fenomeno di immigrazione dall’estero, che hanno reso Roma – al pari di altre metropoli – una città multietnica e multireligiosa. Nella grande città la vita è piuttosto anonima e, salvo le microaggregazioni familiari o amicali, la gente non si conosce, non socializza, non sente di appartenervi più di tanto.

2. Dal punto di vista urbanistico, i quartieri periferici, in particolare, dagli anni Sessanta in avanti, sono sorti alla meglio, senza un piano regolatore intelligente e anticipatore di futuro sviluppo, sull’onda dell’abusivismo edilizio, con rioni di case popolari e ultrapopolari, veri alveari umani, spesso accanto a residence privati e recintati. In questi agglomerati, soprattutto negli ultimi anni, si sono riversati migliaia di immigrati, che fuggono dalla disperazione della guerra e della fame in cerca di pace, dignità e futuro. Non pochi di questi quartieri sono attorniati da campi di Rom, persone generalmente nate in Italia da generazioni, lasciate vivere da decenni in condizioni miserevoli, alcune delle quali nell’esasperazione dell’abbandono mettono in atto comportamenti illegali.
Bastano questi pochi cenni per comprendere che siamo dinanzi ad una vera emergenza sociale e quanto sia urgente lavorare per una «cultura dell’incontro», convinti che le nuove presenze, se ben integrate, potrebbero costituire una risorsa e un fattore di sviluppo.

3. Una parola desidero dire sui fatti di Tor Sapienza. Il clima di esasperazione degli abitanti non nasce oggi e si spiega non tanto per la presenza del centro immigrati e dei Rom, ma per il crescere tra la gente della sfiducia nelle istituzioni giudicate latitanti. Vi dilaga lo spaccio della droga, la delinquenza, la prostituzione, le strade sono dissestate, pericolose e non illuminate, i servizi pubblici scarsi, e soprattutto non esistono presìdi che garantiscano la legalità e la sicurezza. Le persone hanno paura di uscire di casa; sono semplicemente esasperate. I problemi sociali di Tor Sapienza sono comuni ad altri quartieri. I cittadini hanno evidenziato un malessere sociale e chiedono che i diritti di cittadinanza vengano rispettati. Come non comprenderli!

4. Il centro immigrati, infine, è un crogiuolo di angosce, paure, disperazione, rabbia, delusione. Questi ragazzini e giovani hanno tutti negli occhi e nel cuore, per sempre, la via dolorosa della fuga nel deserto, il terrore della traversata nel Mediterraneo, la solitudine profonda di povere vite, ancora giovanissime, prive dell’affetto di una famiglia, il bisogno inespresso di pace e di speranza. «Sono qui da due mesi – ha detto uno – come posso essere nemico di qualcuno? Ho scelto l’Italia per essere protetto».

Cari amici, in questo scenario di giustizia negata e di diritto alla compassione scopriamo un «segno dei tempi», in cui il Signore ci chiama ad essere «discepoli-missionari». «Dio già vive nella nostra città e ci chiama… ad andargli incontro, per scoprirlo, per costruire rapporti di vicinanza, per accompagnare la loro crescita e incarnare il fermento della sua Parola in opere concrete» (Cardinale J. M. Bergoglio). Dinanzi alle sfide del tempo cooperiamo perché cresca, insieme alla giustizia e alla legalità, la cultura della solidarietà, dell’accoglienza e dell’inclusione sociale. Adoperiamoci per abbattere muri e costruire ponti.

Con i miei più cordiali auguri di ogni bene.

Cardinale Agostino Vallini
Vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma