Il seminario “Giorco d’azzardo e professione giornalistica” promosso da Caritas e OdG Lazio

a2Dopo le liberalizzazioni partite nel 1992, il volume d’affari del gioco d’azzardo si è moltiplicato e oggi presenta un fatturato legale di 90 milioni di Euro. “Gratta e vinci”, lotto istantaneo, slot machine e sale bingo, ampiamente pubblicizzati, rappresentano il consumo, sempre in aumento, di una promessa che spesso porta sul lastrico intere famiglie. Se ne è discusso il 27 maggio scorso nel seminario di studio “Il gioco d’azzardo e la professione giornalistica” che la Caritas di Roma ha promosso in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Lazio presso il Teatro delle Case famiglia di Villa Glori.

Roma è diventata la capitale europea dell’azzardo, è l’allarme lanciato dal direttore di Caritas Roma, mons. Enrico Feroci: “A Roma, ci sono 24.931 slot. Significa, quindi, che 25 mila persone – un grande paese – potrebbero giocare contemporaneamente. Ci sono delle sale dove ci sono 900 postazioni, il che significa che 900 persone potrebbero contemporaneamente essere lì. Questo sta creando una dipendenza dal gioco spaventosa. Ma soprattutto siamo preoccupatissimi per lo sciacallaggio da parte di certe persone, soprattutto sulla pelle dei poveri, degli anziani e – stiamo vedendo – anche degli immigrati, che con quei pochi soldi che possono ottenere, tentano la fortuna. “Tentare la fortuna” è una frase che viene gettata in pasto alle persone, ma il calcolo delle probabilità ci dice esattamente che chi gioca, perde, perde tranquillamente. Lo dicevano gli antichi e si dice ancora oggi. Ora, il prevenire è solamente far sapere, fa conoscere”.

Sul rapporto tra gioco d’azzardo e giornalismo è intervenuto Luca Borgomeo, presidente dell’Aiart, l’Associazione Spettatori onlus, sottolineando la scarsa attenzione che le testate italiane hanno riservato alla condanna espressa dal card. Bagnasco al gioco d’azzardo nel corso della sua prolusione all’apertura della 68.ma Assemblea della Cei:
“Quando il cardinale dice che il gioco d’azzardo muove una massa di denaro inferiore solamente a quella dell’Eni e dell’Enel, quando mette in evidenza, con durezza, che è un disastro per le famiglie, il cardinale non solo dà un giudizio, dà un’informazione, ed è sacrosanto dovere degli organi di informazione dare notizia. Invece, questo aspetto della relazione del cardinale è stato completamente ignorato dai grandi quotidiani e dalle tv. Viene il sospetto che questo sia un sostegno indiretto che i grandi giornali danno al circo del gioco d’azzardo”.

fotoE sull’importanza del linguaggio con cui i media affrontano la tematica, la riflessione di Maurizio Fiasco, sociologo, consulente della Caritas di Roma:
“Se io il gioco d’azzardo lo chiamo gioco pubblico o gioco di alea composta in denaro, evidentemente cosa enfatizzo? L’aspetto ludico e il ticket che si paga, il denaro, per divertirmi. Se lo chiamo gioco d’azzardo, è evidente che vado ad individuare un comportamento contrario al nostro modello istituzionale, che recepisce il sentimento etico della società italiana. Questo tema si è dilatato, è diventato un business che assorbe il 10 per cento dei consumi degli italiani, attraverso una retorica, attraverso una neo lingua che si è imposta, e che quindi dà luogo o ad allarme o ad una riduzione dell’allarme oppure ad un sentimento di innocuità di un fenomeno”.

Ad approfondire alcuni aspetti che riguardano la professione giornalistica sono stati Toni Mira di Avvenire, che ha parlato del ruolo della criminalità organizzata nella filiera del gioco d’azzardo così come emerge da numerose indagini di mafia, e Claudio Lenzi, giornalista della Gazzetta dello Sport, che partendo dagli ultimi avvenimenti del “calcioscommesse” ha approfondito il ruolo del giornalista sportivo.

Tante le associazioni che si occupano di contrastare il gioco d’azzardo e la dipendenza ad esso. Tra queste c’è Slotmob, che premia simbolicamente i bar italiani che hanno rinunciato agli introiti provenienti dal settore. Carlo Cefaloni, referente della campagna Slotmob: “Partire da chi fa una scelta alternativa, non vuole essere una condanna in chi è che si trova come ultimo anello debole di questa catena. Vogliamo additare un’altra modalità, e questo genera comunità, genera relazione sociale, anche a partire dalle associazioni, che magari si iniziano a conoscere per compiere questo gesto pubblico, e comunque dalla popolazione”. (tratto da Radio Vaticana)