CAritasNepal

L’improvvisa violenza di un terremoto mette a nudo la nostra impotenza. La presunta capacità di capire, gestire e risolvere tutto crolla come sono crollate le case di Katmandu, di L’Aquila e di Port-au-Prince.
Una comunità che prega e vive la storia ha il dovere di leggere i segni che la obbligano a confrontarsi con la sofferenza di chi improvvisamente si trova privato di ciò che è la sua vita. Perdere la casa, i figli e le poche certezze della vita in una manciata di secondi non è un’esperienza comprensibile. In queste circostanze il nostro pensiero cerca che cosa fare: case da ricostruire, aiuti da inviare, riflettori da accendere, foto da condividere. Ci agitiamo ma sappiamo che non basta, perché sappiamo che a noi non basterebbe. Attraverso questo fare esorcizziamo la paura, il dolore e la rabbia anche se la storia ci ha insegnato che per compensare quei pochi secondi di distruzione non è sufficiente rispondere all’emergenza. Dobbiamo invece recuperare la nostra responsabilità, la capacità di esser vicini, di condividere la speranza, cercandola negli occhi, nei volti, nelle mani. Solo così si potrà tentare di andare oltre a ciò che non c’è più e decidere di farne parte. Non è un percorso semplice per noi che vorremmo risolvere tutto e subito e che viviamo nella società dove la spettacolarizzazione dell’emergenza è l’unico spazio che attiva risposte di solidarietà quasi mai frutto di strategie. La sofferenza richiede di più, va oltre lo spazio e trova senso e sollievo nel tempo. Quei secondi di disperazione ci richiedono una vita di compassione.

Per questo, come Chiesa di Roma, vorremmo che la colletta del 17 maggio sia un’occasione per condividere la sofferenza delle popolazioni del Nepal attraverso la testimonianza di una comunità viva che si incontra, si rende vicina, accoglie con responsabilità la loro sofferenza e, nella preghiera, la fa sua. Non sia un momento in cui distrattamente banalizziamo il bene con un obolo frettolosamente deposto in un cestino. Facciamo invece che diventi il segno di una disponibilità a costruire comunione con l’uomo sofferente anche là dove ci sembra impossibile arrivare. Forse in Nepal non sapranno mai che una comunità ha celebrato l’Eucarestia per condividere con loro la tenerezza, la comprensione e la sofferenza. Ma non è importante. Noi sappiamo che affidando queste sofferenze al Padre che è nei cieli e facendoci carico del nostro impegno per alleviarle, testimonieremo la nostra fede in una famiglia umana che ancora non c’è, ma che sappiamo di essere chiamati a costruire.

Le offerte raccolte possono essere inviate alla Fondazione Caritas Roma:
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causale: “Terremoto Nepal”

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