A San Gelasio si è svolta la manifestazione conclusiva del concorso “La Pace ogni giorno”

san-gelasio-640x426La fotografia di Antonino Orlando “Preghiera”, grazie al voto della giuria tecnica, e lo scatto “Portami a casa”, di Masoud Ebrahimpur, favorito dalla giuria “popolare”, vincono la quarta edizione del concorso fotografico “La pace ogni giorno. Incontri”, organizzato dalla Caritas di Roma che da settembre 2014 ha raccolto e selezionato 23 fotografie, che resteranno esposte nella parrocchia di San Gelasio (via Corni) fino a domenica 24 maggio.

«La pace ogni giorno – spiega Oliviero Bettinelli, responsabile dell’Area pace e mondialità della Caritas di Roma – significa pensarla non solo in occasione delle guerre, ma incontrarla in tante dinamiche. Quest’anno con la nostra mostra, rivolta soprattutto al mondo giovanile, ci chiediamo come si possa costruire la pace incontrando persone, luoghi, spazi, esperienze, professionalità».

Nel teatro parrocchiale di San Glesasio, dove lo scorso 23 maggio si è svolta la manifestazione di premiazione, due giovanissimi palestinesi, Ward e Sari, hanno raccontato ai loro coetanei l’esperienza di vivere nel villaggio Nevè Shalom-Wahat as Salaam (in ebraico e in arabo “oasi di pace”). Un “villaggio cooperativo” fondato nel 1972 a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, abitato attualmente da 60 famiglie, metà ebree, metà palestinesi. «Siamo a Roma – raccontano in inglese – per fare un’esperienza di volontariato alla Caritas. Nel nostro villaggio israeliani e palestinesi hanno deciso di vivere insieme. Questo – spiegano, mentre sullo schermo vengono proiettate immagini del villaggio – è l’unico posto in Israele dove succede una cosa del genere. Abbiamo una scuola che insegna in entrambe le lingue ed entrambe le tradizioni. Indipendente, sostenuta da donazioni e supporto statale. Dovrebbe essere un modello per altre scuole. C’è un “Youth Center”, dove i giovani si incontrano e ricevono un’educazione a trasmettere valori di convivenza e dialogo. C’è una “Scuola di pace” per adulti». Sullo schermo appare un edificio a forma di uovo, protettivo, raccolto, incubatore di pace e tolleranza. È la “Casa del silenzio”, «un edificio – spiegano ancora i due ragazzi – che è insieme chiesa, moschea e sinagoga: per mostrare che tutti possono praticare la propria religione in pace. Il villaggio si allargherà fino ad ospitare 150 famiglie».

Mario Boccia, giornalista e fotoreporter freelance (ha lavorato in Mozambico, Ruanda, Eritrea, Guatemala), ha raccontato come dalle macerie della guerra dei Balcani sia nata una cooperativa di donne che produce marmellate di lamponi: «Abbiamo chiamato la guerra in Bosnia “conflitto etnico”, ma è sbagliato. Su 4 milioni di abitanti, oltre la metà sono stati costretti a lasciare la propria casa sotto minaccia delle armi. È stata una guerra per conquistare terra e potere. La cultura dei combattenti è la negazione dell’altro. Non sono dei mostri, ma persone che in circostanze particolari si sono trasformati in assassini, drogati dalla propaganda nazionalista. Siamo sicuri di essere estranei a questa cultura?». La Cooperativa “Insieme” è nata nel 2003 a Bratunac, nel territorio di Srebrenica. Ha raccolto diverse famiglie di produttori di lamponi: erano appena dieci famiglie, ora ci lavorano 2.500 persone. «All’inizio erano all’80% donne – prosegue il fotogiornalista -, gli uomini di Srebrenica erano quasi tutti morti». Boccia ha contribuito alla Cooperativa raccogliendo fondi attraverso una campagna intitolata “L’imbroglio etnico”: «Non amo essere definito reporter di guerra – conclude -; preferisco che mi si chiami fotografo di lamponi».

È sempre l’interesse il nemico della pace, spiega premiando le fotografie vincitrici, monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma. «Le guerre etniche nei Balcani sono state innescate dall’interesse. La stessa politica dell’interesse colpisce però anche noi, quando i media selezionano la verità da diffondere. L’importante invece è ritrovare la verità dentro di noi. Davanti alla guerra si deve reagire subito, non chiudere gli occhi e ricordarle dopo anni: serve maggiore coscienza sui problemi dell’oggi». (Tratto da Romasette.it)