Giustizia e misericordia sono un unico atto di amore

Il convegno “Dal carcere un nuovo umanesimo” promosso dalla Caritas a Rebibbia

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Via Crucis con i detenuti di Rebibbia durante la Settimana della Carità

Roma, con i quattro istituti penitenziari di Rebibbia, il carcere di Regina Coeli e il carcere minorile di Casal del Marmo è la città italiana che ospita il maggior numero di detenuti, una popolazione di oltre tremila persone. «Una città nella città che, purtroppo, vive nella più assoluta indifferenza da parte della comunità libera» spiega monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma. Proprio da questo luogo “dimenticato” lo scorso 6 giugno la Chiesa italiana ha scelto di riflettere sul “nuovo umanesimo” in un seminario organizzato da Caritas Italiana in collaborazione con la Caritas diocesana di Roma in preparazione del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015.
Una giornata di studio e approfondimento che ha visto presenti tutte le testimonianze del mondo cattolico: i capellani delle carceri del centro Italia, i Volontari in Carcere della Caritas romana, Sant’Egidio, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Jesuit social network, Rinnovamento nello spirito e Associazione Papa Giovanni XXIII.
Un nuovo umanesimo che parte dal carcere, ha spiegato il presidente del comitato preparatorio di Firenze 2015, l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, nel suo messaggio di saluto, «perché è un luogo che da sempre interpella le nostre coscienze ma che non trova il giusto spazio nelle scelte pastorali». Ripartire dal carcere, quindi, per «costruire un nuovo umanesimo che parta dall’ascolto, dal confronto e dal discernimento». Per il presule, la detenzione difatti deve essere luogo di «redenzione», visto che anche il tempo trascorso in cella è «tempo di Dio e come tale va vissuto».
«Visitare i carcerati – ha spiegato monsignor Enrico Feroci – è anzitutto una realtà “mentale”, significa avere il carcere presente dentro di se. Occorre una pastorale di apertura, culturale, che accompagni le comunità a tendere la mano verso il fratello detenuto».
Il compito dei volontari, perciò, è quello di «combattere l’indifferenza con l’attenzione all’altro» e con l’ascolto delle persone in un luogo in cui «si è chiamati a rendere concreto il messaggio di Gesù nel Vangelo». L’esortazione del direttore di Caritas italiana, don Francesco Soddu, è rivolta all’operato dei volontari sia dentro che fuori le sbarre. Chiamati a operare secondo lo stile Caritas di ascolto, accoglienza e formazione, i volontari sono chiamati a «far mutare lo sguardo» verso una giustizia che non sia vendetta, «una giustizia riparativa che si fonda sull’incontro dei volti».
Il carcere, finora, «è stato la scorciatoia per riparare al male con il male», mentre «il nuovo umanesimo – ha spiegato l’ispettore generale dei cappellani nei penitenziari don Virgilio Balducchi – è utilizzare il carcere meno possibile». Anche nei luoghi di reclusione però «noi vediamo lavorare Dio, perché persone ingabbiate nel male cercano il bene». Per don Balducchi «ognuno di noi è chiamato a mettersi davanti alla Croce e saper vedere anche le altre due croci che gli sono affianco: solo così capiremo che il carcere è lo strumento sbagliato e disumanizzante».
La misericordia è la vera idea umanizzante, lo “stile” di recupero a cui il carcere deve tendere. Misericordia e giustizia non sono opposti, ricorda padre Giampaolo Lacerenza, cappellano a Bari, perciò la via da seguire è «portare dentro il carcere la misericordiosa giustizia con uno sguardo particolare alla dignità della persona e alla sua coscienza». Una scelta che ci chiama «a dare di più di ciò che è dovuto perché solo così è possibile arrivare a una giustizia che sia ripartiva e orientata al perdono».