anzianiDa tantissimi anni sentiamo parlare di caldo e freddo come emergenza, quasi fossero eventi improvvisi, gravi e rischiosi per la vita di alcune categorie fragili, quali anziani e senza dimora. Sono anni che queste emergenze puntualmente avvengono e su queste si creano momenti intensivi d’intervento sulla città. Queste parole, in effetti, sono sempre giuste se le associamo alle realtà contingenti, tant’è che l’ondata di caldo di questi giorni obiettivamente sta creando criticità, sulle quali non si può distogliere lo sguardo.

Inoltre ci sono momenti dell’anno, tradizionalmente legati alla memoria storica e di fede che a loro volta rimandano a vissuti di festa e famiglia, come il Natale, o di divertimento e riposo, come l’Estate, che determinano un umore più o meno depresso. Ma ciò che fa la differenza e che crea benessere per ognuno di noi e per i territori che abitiamo è la qualità di vita, sono le relazioni che abbiamo, è il sentirsi ancora dentro ad un senso che da impulso ai nostri giorni.

Andando dentro le case delle persone, incontrando storie di vita particolari, ci rendiamo conto che i bisogni veri sono gli stessi per tutti: abbiamo bisogno di non sperimentare l’abbandono ma di sentirci attenzionati e guardati; di non avvertire la mancanza di proposte ma di vedere che qualcuno ha ancora bisogno di noi.
Anche questa estate ci sono migliaia di anziani che restano soli a casa, senza il conforto di familiari e amici. La fatica del caldo rende il domicilio un luogo ancora più scuro, dove nulla si muove e dove si aspetta che il peggio passi. La solitudine domestica delle persone ultrasettantacinquenni è un dato ormai accertato e certificato e su cui non si fanno neanche più studi. Si tratta di una solitudine che in estate diventa solo maggiormente percepita, perché quella reale è presente gravemente tutto l’anno.

Ma i territori in questi mesi si spopolano (in realtà forse meno che in passato) e si assottiglia (quella si sempre di più) la voglia di guardare accanto. Anche le relazioni corte vanno in vacanza. In verità la preoccupazione è che il senso di prossimità sia stato un po’ licenziato dal nostro essere persona e che, quindi, o è diventato un modo di sedare e quietare ogni tanto la coscienza oppure un tema obsoleto, non più all’ordine del giorno.

L’anziano malato, solo e improduttivo rientra in una percentuale minima di cosiddetta perdita accettabile. Insomma, come si direbbe oggi, ci può stare che ad una certa età, ormai pieno di acciacchi, dopo tutto sommato aver fatto quello che si doveva, si lasci questo mondo senza troppi clamori. Spesso entra in gioco il concetto di ”ben’altrismo”, oggi molto in voga. I commenti sono sempre pregni di considerazioni che vedono gli anziani certamente come una situazione importante; ma c’è ben altro di più importante da vedere: la disoccupazione, la crisi della famiglia, gli sbarchi, i rom. Tutte questioni senz’altro importanti ma così necessariamente messi contro una realtà statisticamente e socialmente meno d’impatto. Ecco, allora, che i ben’altristi alimentano il conflitto sociale e generazionale; e la società s’impoverisce del suo senso di essere una Comunità. La solitudine è una pianta che affonda le sue radici molto in basso nel terreno della vita di Comunità, e viene annaffiata ogni giorno da comportamenti, azioni, considerazioni che passano inosservate, perché apparentemente non producono effetti eclatanti. È un male che si alimenta nel silenzio. L’interruzione di una relazione, la mancanza di ascolto e di attenzione, la volontà o meno di bussare ad una porta o suonare ad un campanello, la chiusura di spazi di socializzazione, non sono eventi roboanti come le occupazioni di stabili, gli scontri in piazza, i respingimenti alle frontiere o eventi ancor più traumatici, chiaramente meritevoli di attenzione e denuncia. Ma sono gravi lo stesso, perché producono effetti cronici d’intolleranza e esclusione di cui sono o saranno vittime tutti, e, forse come contrappasso, sono alla base di tante affermazioni estremiste collegate a quelli stessi eventi di prima pagina.

Gli anziani sono soli in tanti e questo è un fatto; questi aumentano nella composizione dei territori a motivo dell’innalzamento dell’età media e la caduta del tasso di nascite; aumentano tra i più indigenti a causa della caduta del potere d’acquisto delle pensioni; cresce il senso d’inutilità sociale a causa del restringimento delle progettualità di welfare inclusivo di comunità; muoiono in casa senza conforto, spesso proprio d’estate. E’ il tempo di costruire un nuovo modello di partecipazione e di inclusione, perché l’abbondanza supplisca dove c’è indigenza, in cui questi termini riacquistino il loro contenuto profondo e si affranchino da una visione ciecamente solo economicista. Ognuno di noi deve sentirsi in una logica di comune unione, in cui ci siano meccanismi di condivisione di risorse e difficoltà. Questo e molto altro è un’emergenza o c’è ben altro? È un tema rilevante per le Comunità territoriali dal punto di vista politico e di quelle ecclesiali in senso pastorale o no? Vale la pena costruire il regno rivivificando la chiesa domestica ormai sempre più vuota di segni e sacramenti, cioè di persone e relazioni?