Suonata la campanella per l’iniziativa (S)Lottiamo contro l’azzardo

fotoAlle otto di mattina i corridoi sono in piena frenesia e la prima campanella della giornata è appena suonata. La scuola è all’interno di un bell’edificio di fine Ottocento che conserva ancora le ampie arcate e i corridoi luminosi, pieni di respiro. La luce è già forte ed entra diretta dalle vetrate; in pochi istanti il via-vai di ragazzi sparisce, le ultime porte si chiudono con un rimbombo cupo che stride con la luce limpida. Qualcuno sta ancora aspettando l’arrivo dei “prof” in ritardo… inizia un’altra ordinaria giornata di lezione.

Ci rendiamo conto che da più di dieci anni nessuno di noi due ha più sentito il suono della campanella e le emozioni legate all’inizio della giornata in classe: le ansie dell’interrogazione, la noia della lezione, il divertimento tra gli amici, le cotte per la fidanzata o il fidanzato, il litigio della sera prima covato nella rabbia che cerca il confronto, la stanchezza perché si è andati a letto tardi…

Siamo in due, oggi. Saliamo al secondo piano, dove ci accoglie subito la professoressa che ha scelto di aderire al progetto che qualche mese prima Caritas Roma ha proposto ad alcune scuole per la prevenzione della dipendenza dal gioco d’azzardo. “Non rimanete sconvolti: io bacio tutti!” e ci da due baci, la “prof”! Una grande accoglienza che ci fa sentire subito a nostro agio, attesi. Cominciamo a chiederci se non sia proprio quello il segreto, il “trucco”, il perno su cui fondare ogni intervento di prevenzione: l’ascolto, l’accoglienza di tutto quello che ci verrà incontro nelle prossime ore. In questa giornata conosceremo tre classi: ragazzi tra i 15 e i 17 anni. Aspettiamo che i ragazzi ci raggiungano in aula multimediale, dove iniziamo ad attrezzarci per i nostri interventi.

Eccoli! Arriva la prima classe: una seconda, circa 15 anni. Li guardiamo: ci colpisce subito quell’aria a metà tra la timidezza e la sicurezza, la curiosità di conoscerci e al tempo stesso di ignorarci, di restare con orgoglio oltre la barricata delle generazioni e dei ruoli. Nonostante l’età che ci separa, anche noi proviamo le stesse sensazioni…

Continuiamo a guardarli incuriositi e divertiti mentre entrano in aula; la “prof” ci viene vicina e ci dice, sotto voce: “Allora? Che ve ne pare?”. La scuola è davvero una realtà indescrivibile: in pochi anni è cambiata in modo radicale. Notiamo infatti, esterrefatti e positivamente sorpresi, che non c’è un solo ragazzo italiano in quella classe! Neanche uno! Libanesi, marocchini, indonesiani, cinesi… alcuni hanno ancora difficoltà a capire l’italiano. “Ragazzi non vi preoccupate, i due signori parleranno piano! Poi abbiamo la connessione internet: in caso possiamo usare Google translate! Ah si si…se avete bisogno di più tempo per leggere le slide, fate pure le foto col telefono!”. Insomma: cose che nessuno di noi era preparato a vedere quel mattino: la quotidianità è cambiata, il modo di stare in classe è cambiato, le sfide sono altre e sono tutte da raccogliere con serietà e con gioia!

Quando li invitiamo a disporsi in gruppi di quattro-cinque, alcuni sembrano già sapere cosa fare. Li guardiamo muoversi sicuri verso il proprio gruppo. Sono stati formati in anticipo questi raggruppamenti? Tutt’altro! Capiamo che i gruppi si stanno organizzando sotto i nostri occhi in modo che in essi ci sia almeno un ragazzo o una ragazza che sappia bene l’italiano e che possa fare da interprete per gli altri, nel caso fosse necessario. Incredibile! Noi riflettiamo: in questa piccola accortezza c’è il segno che le nuove generazioni si guardano e si percepiscono oltre le differenze. Di più: la corrente elettrica dell’amicizia può andare di pari passo con uno spontaneo gesto di solidarietà, di risposta ad una esigenza particolare. E vi assicuriamo che il traduttore non si comporta come se fosse il capo branco, quello che esercita un certo potere perché ne sa di più: la partecipazione che si respira in quella classe ci trasmette una genuina voglia di stare insieme oltre le differenze reciproche, nel segno dell’amicizia e della complicità.

Facciamo il nostro intervento, sostenuti dallo stupore per quello di cui siamo stati testimoni… i ragazzi forse se ne accorgono e ci stanno ad ascoltare. Quella spontaneità nella formazione dei gruppi ci ha contagiato e ci ha messo a nostro agio: riusciamo a relazionarci con loro in modo più diretto e rilassato. Questo è il primo regalo che i ragazzi e le ragazze, quella mattina, ci hanno fatto.

L’ora a nostra disposizione finisce presto: i ragazzi si alzano, ci salutano ed escono verso la seconda ora di lezione. Noi approfittiamo per prenderci qualcosa al bar. “Un bar? Ma tu ricordi che a scuola tua c’era il bar?!”. Sinceramente no… e in effetti il bar è affollatissimo, professori, personale scolastico, studenti… sembra che si conoscano tutti: chi si saluta, chi si scambia al volo una battuta prima di scappare in classe, chi viene ripreso perché vorrebbe perdere tempo e invece la lezione sta per iniziare…c’è vita lì, aiuta dopotutto a trascorrere bene la giornata, se questa diventa troppo pesante. Siamo umani: capita a tutti, al di là delle generazioni che ci separano.

Ci accorgiamo che un po’ distante un ragazzo è seduto in un angolo: muove freneticamente la gamba, si mangia le unghie ed ha lo sguardo fisso nel vuoto. Subito vicino a lui arrivano due o tre ragazzi, quasi a sfiorargli il volto, a cercare il suo sguardo perso… rimangono in silenzio, lo scrutano, incuranti della seconda campanella e del rapido dileguarsi di tutti. La professoressa che ci sta vicino ci dice che è lui: un ragazzo a cui sta morendo la madre. Proprio in quel momento, e lui è a scuola. Chiaramente nessuno può fare nulla… ma anche in questa situazione di disperazione vediamo qualcosa che forse il mondo degli adulti ha perso: l’immediatezza dei gesti, la partecipazione empatica, il silenzio partecipe degli amici, dei coetanei, che gli stanno piantati davanti, stretti anche loro al muro, a cercare lo sguardo perso dell’amico.

Rientriamo in aula, amareggiati per il fatto ma anche stupiti per questi atti così vivi di vicinanza e sostegno silenzioso. Arrivano gli altri ragazzi. Una terza, quindi intorno ai 16 anni. Ogni classe è un mondo a sé, una sorpresa. Qui ci sono italiani, ma non è importante questo. Forse lo notiamo noi “vecchi”: chissà se per loro è davvero così importante la differenza di origine… non lo crediamo.

foto (1)Chiudo la porta ma subito si riapre: entra una ragazza di circa trent’anni, seguita da altre due studentesse. Le tre si siedono vicine, la tipa di trent’anni di fronte a quelle che erano con lei. “Ma chi è quella?”, ci chiediamo entrambi. Appena la “prof” inizia a parlare per presentarci vediamo che la ragazza inizia a fare gesti veloci: è una traduttrice in lingua LIS, le due ragazze che ha sedute di fronte e a cui sta parlando sono sorde. Bellissime ragazze: un viso solare e un sorriso abbagliante, emanano una vitalità che spesso non siamo proprio in grado di riconoscere in chi “soffre”, una qualche “menomazione”. Spesso infatti guardiamo quella “diversità” come dis-abilità e vi attribuiamo un qualche valore peggiorativo, di privazione: è impressionante vedere come la nostra lingua abbia “appiccicato” sfumature negative su ogni tipo di diversità umana, quando invece la sofferenza deriva non tanto dal come si è ma dalle barriere sociali che alziamo nelle relazioni, negli spazi, nelle parole, nei gesti, nel nostro quotidiano.

Penso tra me: “in 18-19 anni di carriera scolastica io non ho mai incontrato in classe dei ragazzi sordi. Qui invece sembra tutto normale!”. Continuo a guardarle come se fossero aliene (e per me, in effetti, lo sono davvero!) mentre interessate seguono i nostri interventi. Uno che siede vicino a loro ne richiama l’attenzione: le ragazze si distolgono dall’interprete che hanno davanti e iniziano a conversare con quello che le aveva richiamate, con gesti spontanei. Quell’interazione non ha bisogno di interpreti né di traduzioni: attraverso un linguaggio semplice, istintivo, fatto di quotidianità condivisa, i tre ragazzi si parlano. Sembra anche qui che le differenze, che qui diventerebbero addirittura dis-abilità, non contano poi così tanto.

Appena facciamo partire le slides c’è qualcuno che si agita, si volta, fa risolini, esclamazioni, lancia sguardi di bonaria sfida. La “prof” ci informa, di nascosto, che quei ragazzi giocano d’azzardo. La nostra prima reazione è andare sulla difensiva, sfoderare le armi della conoscenza e puntare il dito. Aspetta però, c’è dell’altro. Sicuramente la scelta di giocarsi i soldi quasi tutti i giorni alle “macchinette”, quando si ha solo 16 anni scarsi, ci abbatte. Ma quel risolino, quello sguardo divertito, quella complicità nascosta, quasi sottotraccia con gli altri “compagni di sventura”, ci è familiare. Non abbiamo provato anche noi, tutti noi a quell’età, il bisogno di essere visti, riconosciuti, apprezzati da un adulto? Non abbiamo forse avuto bisogno anche noi di uno sguardo che dicesse bene di noi, che ci facesse sentire visti, unici, speciali in mezzo al flusso a volte piatto e senza senso della vita? Ecco, quel comportamento a rischio, quell’accenno di devianza nasce da questo desiderio: quello sguardo di sfida è una richiesta di affetto disinteressato, di attenzione. Noi ora, come educatori, abbiamo la responsabilità di stare sul crinale, come chi va in montagna e muove lentamente i passi perché uno scarto di lato può far precipitare giù…dobbiamo fare la fatica di stare dove quegli sguardi e quei risolini ci hanno condotti: tra le secche della condanna aperta e la fecondità della comprensione. Tutto deve tenersi insieme e non ci sono regole precostituite; se così non fosse, da una parte alzeremmo muri, dall’altra giustificheremmo il dolore e la possibile autodistruzione della vita.

Passa un’altra ora; arriva l’ultima classe della giornata. Una quarta: un pugno di ragazzi e ragazze di circa 17 anni. Oggi sono in pochi, qualcuno sta finendo l’interrogazione dell’ora precedente…ordinaria amministrazione scolastica. Questi imprevisti ci sorprendono e ci fanno vedere che infatti non è sempre vero quello sguardo che posiamo sui ragazzi di oggi: alcuni stanno finendo l’interrogazione. Certo, sono obbligati a farlo ma ci raggiungono subito dopo: avrebbero potuto non farlo, perché l’ora di religione non è obbligatoria. E invece hanno scelto di esserci.

Prima che i ragazzi si sistemino ai banchi, uno di loro è già seduto, in prima fila, in silenzio, solo. Lo sguardo sullo schermo luminoso davanti a lui. Lo notiamo. Mentre tutti entrano parlando, ridendo, muovendo sedie e banchi, scambiandosi battute, lui è già seduto e sembra ignorarli. Quando facciamo domande sul gioco d’azzardo, è il primo a rispondere, con una voce calma, educata, misurata. In effetti stride con il contesto vitale e a tratti addirittura festoso che abbiamo percepito intorno. Ad un certo punto ci dice, davanti a tutti: “Io so come vincere! Scommetto sulle partite, l’ho fatto ieri e ho vinto, l’ho fatto l’altro ieri e ho vinto, l’ho fatto ora – anche ora – e anche ora ho vinto! Ho trovato un sistema e vinco sempre. Punto su quote alte: tre e ottanta, quattro e cinquanta. E lo sapete perché? Perché le partite sono truccate, basta creare un sistema e tutto è prevedibile, vinci sempre!”. A tratti le sue parole, sempre molto pacate, hanno leggere impennate di rabbia e disperazione, come se fossero dette digrignando i denti. Lo percepiamo, è un chiaro segnale che trasuda da ogni sillaba e lui fa difficoltà a reprimerlo: molto probabilmente non ne è neanche cosciente. Rimaniamo bloccati da questo intervento a bruciapelo. Subito attiviamo in noi l’attitudine da “adulti informati”. Ecco, ci sono in germe tutti i tratti della patologia: le credenze erronee sul sistema, l’ossessività, la compulsione, la rabbia, la depressione forse. Che fare? Gli facciamo solo notare che lui ha 17 anni e che non potrebbe giocare. Lui si incupisce, sembra ferito. Ma la responsabilità è di chi gli permette di giocare: la colpa è dell’adulto, del rivenditore, non sua! Da parte sua invece percepiamo una decisa richiesta di aiuto: quelle parole, quella sicurezza nel decantare le lodi del “suo” sistema e delle sue vincite… tutto questo sembra voler dire a noi adulti “io valgo, sono degno di esistere!”. Come possiamo allora condannare quel comportamento? A cosa serve un atteggiamento fermamente repressivo quando veniamo a conoscenza che il bisogno che c’è dietro è quello di essere riconosciuti, di stare in relazione, di partecipare alla bellezza della vita? E di bellezza, stamattina, ne abbiamo vista tanta tra i ragazzi: di gesti semplici, spontanei, intimi, che costituiscono una comunità e la rendono viva e pulsante. La migliore medicina, in questi casi, non può essere la repressione ma la valorizzazione di quanto di buono già c’è nell’aria, seminato nelle pieghe del quotidiano. Forse il compito dell’educatore e dell’adulto sta proprio nel valorizzare questo sostrato di bellezza che abbiamo già davanti agli occhi e che si dipana silenzioso tra gesti, sguardi, ammiccamenti. Forse prevenire significa permettere a chi si sente più escluso, a chi non riesce a comunicare in modo soddisfacente, di partecipare a questa bellezza, di riorientare il suo sguardo verso un progetto di vita positivo e condiviso. Siamo convinti che sempre, tanto più per dei ragazzi, le scelte “devianti” nascono da un desiderio positivo e sano di essere visti e riconosciuti, di partecipare pienamente ad un progetto di vita orientato verso valori come l’amicizia e la condivisione e, proprio perché questo, piena di senso.