SarajevoAbitare i luoghi di conflitto richiede la capacità ascoltare la storia di chi li ha vissuti e accompagnare con rispetto il lungo processo di riconciliazione che cercano di avviare.
Occorre stare con pazienza per condividere le preoccupazioni e la fatica che rendono possibile accogliere le loro speranze.
L’incontro con chi ha vissuto queste lacerazioni diventa segno di una chiesa che è sorella nella sofferenza e vuole testimoniare una presenza matura capace di comprenderne le fatiche e le complessità. Il dialogo e l’ascolto delle loro fatiche diventano una testimonianza di vicinanza che rende possibile sentirsi popolo di Dio in cammino.
Monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, incontrando i ragazzi del progetto “Orizzonti e Confini” della Caritas di Roma il 18 aprile 2014 ha voluto raccontare l’esperienza della sua Chiesa e del suo popolo, nel rapporto tra la memoria e il perdono.

«Senza memoria non c’è persona umana, tutto dipende da come la si interpreta. Certo le ferite non si possono negare. Abbiamo avuto un lungo periodo in cui abbiamo negato tutti i crimini di guerra e le ferite, durante Tito, abbiamo creduto di non avere problemi, di essere popoli fratelli, che tutto fosse risolto e poi con questa guerra tutto è esploso.
Io penso che non si può negare la memoria, però la memoria deve essere guarita, non è possibile correggere il passato ma migliorare il passato è possibile solo con il futuro, con la coscienza che il futuro non è possibile se prendiamo dal passato solo ciò che è torto per noi, che è stato fatto di male a noi. La memoria deve essere completa, vuol dire ammettere che anche io, o nel nome mio o anche i miei, ho o hanno fatto del male. Allora io metterei al primo punto la verità, la sincerità al primo posto, ecco perché il Vangelo dice “La Verità vi farà liberi”. Per questo io che sono croato non posso pensare il passato senza mettere dentro gli sbagli e i crimini fatti nel nome del mio popolo, solo ammettendo i propri sbagli e le proprie debolezze posso capire le debolezze degli altri, solo se sono aperto a riconoscere il male fatto da me stesso divento capace di capire il male fatto a me, solo così sono capace di perdonare perché voglio essere a mia volta perdonato.
Ma è un processo lungo e complicato, richiede tempo e maturazione.
Se passiamo alla nostra situazione qui invece i nemici di ieri sono rimasti insieme, vicini e confinanti sono carnefici e vittime e ognuno rimane nella convinzione di aver fatto le scelte giuste, legittimate dalla comunità internazionale. Quando due fratelli litigano per motivi di interessi è più difficile ricominciare a collaborare quando rimangono a vivere nello stesso posto perché il più forte e influente ha sempre la meglio. Qui è veramente difficile perché le stesse ingiustizie ci sono da 500 anni. Ognuno dominava l’altro, con l’aiuto delle forze esterne.
Senza la riconciliazione e il perdono non c’è futuro e non c’è prospettiva».

Oliviero Bettinelli
Area Pace e Mondialità