papa-in-carcere‘Visitare i carcerati’ è qualcosa che interpella profondamente la mia coscienza.
Le opere di misericordia elencate nel catechismo non sono una serie di pie regole di comportamento, ma la materia viva del decalogo d’amore di Gesù. In Matteo, 25, 31-46 Gesù ci propone un amore declinato nel concreto. È un amore nei Suoi confronti: “tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!”. Infatti Lui mette se stesso in tutta una serie di situazioni che si abbattono sull’essere umano e lo mortificano: la fame, la sete, la nudità, la condizione di straniero, la malattia, la detenzione, e così facendo non solo prende le parti del povero, dell’escluso, ma lo diventa. Infatti il Suo desiderio di formare con noi un’unica famiglia si è realizzato nel Suo assimilarsi a noi, condividendo in tutto, tranne che nel peccato, la nostra condizione, ma anche nella proposta di diventare simili a Lui imitando il Suo stile di vita, ossia amando.
Gesù sa che cosa provano le persone chiuse in carcere, perché c’è stato!
È stato arrestato “con spade e bastoni” e rinchiuso in prigione, ha subito interrogatori e un processo, è stato picchiato e torturato, e poi, benché innocente, condannato come un malfattore e inchiodato a una croce in mezzo a due ladroni, tra il disprezzo e l’irrisione della folla.
Ha voluto condividere con noi anche questa esperienza di reclusione e disprezzo. In Isaia 53, 3 leggiamo: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”.
Ogni sabato vado a trovare proprio persone disprezzate e reiette dalla società, persone che la mentalità comune vorrebbe tenere il più possibile lontane dalla vista, dalla città, dal ricordo. Dicono che “bisognerebbe buttare la chiave”. Nelle vicinanze del carcere non esiste nemmeno un cartello che ne segnali la presenza. Mi è capitato di parlare alla radio in una trasmissione in cui venivano illustrate alcune esperienze di volontariato in Caritas: sono stato bersagliato da telefonate di ascoltatori indignati che qualcuno andasse a trovare persone colpevoli di reati. Come se i ‘cattivi’ fossero tutti dentro, e fuori fossimo tutti santi.
Oggi quest’opera di misericordia non è più patrimonio del sentire comune. Probabilmente si dovrebbe cogliere l’occasione del Giubileo della Misericordia per rieducarci alla sensibilità nei confronti di questa forma di povertà che è la condizione dei detenuti. Bisognerebbe ricominciare (o cominciare?) a sentire che il detenuto è uno di noi, una persona che possiede un cuore, nonostante gli sbagli commessi. La sua esperienza potrebbe essere anche la nostra, magari per un errore giudiziario o per una sfortunata circostanza della vita.
Per riuscire a svolgere questo servizio di volontariato e a portarlo avanti per tanto tempo, in questi anni ho dovuto lavorare su me stesso, mettendomi in discussione e cercando di liberarmi da tutta una serie di pregiudizi. Ma soprattutto, la cosa più importante che ho sempre cercato di custodire nella mia coscienza è la distinzione tra la persona e il reato. Non si deve mai confondere la persona con quello che ha commesso. Papa Giovanni diceva proprio di non confondere l’errore con l’errante.
In questo modo è possibile guardare negli occhi la persona ed empatizzare con lei. Proprio perché chi è in carcere è “disprezzato, considerato niente”, a volte anche da se stesso, o magari ha di se stesso un’immagine deformata, ciò di cui ha più bisogno è la possibilità di instaurare relazioni umane libere e gratuite, ha bisogno che chi va a trovarlo non segua nessuna logica di interesse o di ‘passerella’, non ricopra alcuna carica istituzionale, ma sia una persona autentica con cui poter parlare serenamente, potersi aprire ed esprimere emozioni e sentimenti. Nella relazione col volontario e nel sentirsi accolto il detenuto a poco a poco ha modo di ripercorrere un tratto della sua vita e comincia a fare luce sull’evento che lo ha condotto in carcere. Si sente libero di arrabbiarsi, di piangere e di rimpiangere, di riconoscere di aver sbagliato. Può riflettere sulla sofferenza delle persone che ha danneggiato e cominciare a desiderare di chiedere perdono. Può domandarsi se Dio lo ha veramente perdonato e se lui stesso riesce a perdonarsi. Tutto questo gli permette di ricostruirsi, di riconciliarsi col passato e di ricostruire il presente, accorgendosi che non è un vuoto susseguirsi di momenti di noia e frustrazione. Scopre piuttosto che anche nella vita ristretta può trovare spazi di libertà che gli offrono spunti di riflessione. Comincia allora a progettare il proprio futuro a partire dal lavoro fatto su se stesso e dalla speranza che ha ritrovato. Non di rado ho riscontrato un’insospettabile profondità in queste persone, che pure in molti casi hanno condotto una vita di strada. Alcuni di loro scoprono la bellezza dello studio, o di alcune esperienze di recitazione, incontrano Dio, cominciano a desiderare una vita diversa, recuperano i legami con i familiari.
Probabilmente contemplare quest’opera di misericordia può aiutarci non solo a vedere l’umanità delle persone che si trovano in carcere, ma anche a diventare noi stessi più umani. La società stessa, infine, ha bisogno di imparare la misericordia non per una malintesa forma di buonismo, ma per trovare uno sguardo più libero e così comprendere che chi è ristretto non è un mostro, ma qualcuno che si è ammalato in modo più vistoso di malattie che inquinano e contagiano noi tutti, anche se in forma meno appariscente.

Guido Salamone
Volontari in carcere – Caritas di Roma