«Non parliamo più, i nostri gesti e i suoi sono diventati automatici, non gli spieghiamo più niente, non cerchiamo alcun dialogo. Quella persona è diventata semplicemente un fastidio, per me, per noi, per tutti gli ospiti. A pensarci bene, ora, non so dire perché siamo arrivati a queste conclusioni così nette.
Nel mio turno a mensa mi sento a mio agio. Conosco tutti gli ospiti che la frequentano e mi fa piacere fermarmi a parlare con ognuno di loro. Ma quando incontro S. mi viene il nervoso. Non riesco a mandare giù questo modo di comportarsi da parte sua; dopo tutto quello che abbiamo fatto per lui, come fa a lamentarsi? Perché non ringrazia mai? A volte sono tentato di sperare che non venga più qui da noi.
In queste situazioni spesso non riusciamo a sopportare pazientemente le persone moleste… moleste, esatto: è questo ciò che pensiamo di loro quando ci insultano, ci spingono, ci sputano, a tratti ci disprezzano forse perché in quell’attimo non siamo in grado di alleviare la loro sofferenza, grande come la paura che noi abbiamo di non fare in tempo o di non saper fare o di non volere fare».

Questo, raccontato in modo molto diretto e onesto è ciò che ci accade di vivere nei nostri servizi; certo non sempre ma a volte succede: la nostra molesta umanità, piena, reale ci si para davanti nella sua più dura verità.
E il disorientamento è inevitabile: non avremmo dovuto, in quella situazione difficile, mostrarci più capaci, più disponibili, più pazienti?

Forse la tentazione di pensare in termini di riuscita o fallimento è l’inganno in cui potremmo cadere o cadiamo: se avere un cuore per i miseri e l’avere pazienza con i molesti fosse l’atto eroico nello stile dello stoicismo greco o magari la rassegnata azione sacrificale verso l’altro il non riuscirvi segnerebbe la nostra sconfitta. Se così davvero fosse quanto a lungo riusciremmo a vivere il nostro servizio in Caritas che per definizione è costellato di situazioni pungolanti e fastidiose, di rapporti segnati dalla contraddizione? Diciamocelo: alla lunga la fatica o la routine ci sopraffarrebbero e tutto perderebbe di senso.
Eppure… Può succede che, magari passato il momento di rabbia o frustrazione (legittimi, umani, umanissimi!) arrivi il momento delle domande, come ci sollecita a fare papa Francesco. E quella situazione pesante o quell’ospite insopportabile diventano un’occasione e non una prova a premi o punizioni.

Questi pensieri, e la rabbia che ne scaturisce, mi obbligano a fermarmi, a cercare una prospettiva più estesa; a volte è necessario uno “zoom all’indietro” per poter vedere meglio le cose. Gli ospiti che non riesco a “capire” sono uno stimolo molto simile a un pungolo che fa sanguinare una parte di me e del mio lavoro, che mette in discussione le mie convinzioni: inchiodano la mia parte più debole, più “umana”, quella che non riesce a sopportare o che io stesso non riesco a sopportare. In quel momento devo permettermi di essere aiutato. In fondo forse S. fa questo e mi stimola a cercare un più ampio respiro di cuore e di mente per meglio comprendere che, al di là della giustizia, è necessaria la misericordia.
I greci chiamerebbero questo paziente ampliamento del cuore makrothimia, che letteralmente significa respiro lungo: un saper stare nel tempo “esteso” dell’esistenza mia ed altrui con un atteggiamento di sapiente magnanimità, quello simile al respiro ampio di Dio nei confronti delle sue creature. Ma lo chiamerebbero anche hypomone, cioè resistenza, sopportazione, perseveranza fiduciosa. La pazienza così intesa favorisce cambia le mie prospettive/aspettative ed amplia il mio sguardo su me e gli altri, rendendomi capace di nuovi pensieri ed atti.

“Nella pazienza assumerete i vostri veri volti” scrive l’evangelista Luca. Opera paziente e sapiente questa, e tenace e persistente. Ma anche fiduciosa di poter così ritrovare noi stessi (il nostro vero volto) e la capacità di supportare gli altri (nel loro vero volto) più che sopportarli. Ecco ciò che ci accade nel nostro servizio “molesto”: alziamo le antenne per captare i segnali di Dio e l’opera del suo lungo respiro rigenerante, la vita dello Spirito in noi. “Nulla di eroico in questa operazione spirituale, ma solo la fede di essere a nostra volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce” (E. Bianchi), perché più che fare la vita cristiana e un lasciarsi fare e parafrasando, più e prima che un fare il servizio è un lasciarsi fare/plasmare.

Gli operatori
dell’Area Ascolto e Accoglienza