L’editoriale di Mons. Enrico Feroci sul Corriere della Sera del 5 maggio 2016

CorriereC’è una Roma che si conosce poco. È quella di migliaia di persone che “perdono” il loro tempo per gli altri. Che accompagnano, consolano, costruiscono, aiutano, soffrono, si indignano e sanno rimboccarsi le maniche. È quella parte della città di cui si parla meno e, purtroppo, a cui si è smesso di credere.

Come prete e come direttore della Caritas ho avuto modo di scoprire questo tesoro: il volontariato e quella parte della società civile che crede ancora in una città migliore da realizzarsi attraverso il bene comune.
Il nuovo sindaco deve essere degno di loro, saperli rappresentare, ascoltare le loro istanze e le proposte. Questo richiede scelte difficili, a volte impopolari e contrarie alla logica dei partiti; un primo cittadino, per rappresentare la comunità, deve essere pronto a farlo.
Perché solo un sindaco vicino agli ultimi, a chi soffre, è veramente il sindaco di tutti. Stare con il povero vuol dire saper tessere relazioni sociali, lavorare per unire e non per dividere, stare lontano dai poteri forti, saper mantenere gli impegni, avere quella tensione etica di non essere a posto con la coscienza fino a quando c’è qualcuno che soffre e sapendo di poter fare qualcosa per stargli accanto.

Roma è la Capitale d’Italia e del cristianesimo. Nell’antichità i primi cristiani le tributavano il primato nella carità: il sindaco deve essere cosciente di questo patrimonio e sentirsi orgoglioso di rappresentare un’unicità a cui tutto il mondo guarda. Sentimenti che è chiamato a trasmettere a tutti i cittadini, anche a quelli giunti da paesi lontani. Questo attraverso programmi condivisi, che rispondano ad esigenze reali e che, soprattutto, non seguano le emergenze ma sappiano guardare alle future generazioni.

Mons. Enrico Feroci
direttore Caritas di Roma
Corriere della Sera, 5 maggio 2016