11280024«Fin dall’inizio della mia esperienza lavorativa a Villa Glori, mi sono sempre interrogato su alcune domande, a cui razionalmente “onestamente”, non ho mai trovato risposte sensate e logiche… accompagnare l’altro alla morte… come si fa?
Come accompagnare l’altro durante la strada? quali parole usare? o meglio quale silenzi utilizzare in alcune circostanze “inevitabili”! nel momento del dolore, della sofferenza, della paura, della solitudine, del rimpianto, quando tutto si avvicina inesorabilmente alla fine terrena e ci si prepara ad essere accolti tra le braccia del Padre.

Nel tempo molti compagni e compagne hanno percorso il loro ultimo tratto di strada qui a Villa Glori, di tutti serbo in cuore un ricordo, una battuta, uno screzio, un sorriso, una carezza, o un semplice sguardo per sugellare quella complicità “sana” necessaria che ci ha fatto incontrare e che ci ha dato modo di camminare insieme.
I primi anni i nostri ragazzi morivano tutti in ospedale, “non si avevano gli strumenti professionali idonei “- si diceva -, “non si aveva la preparazione spirituale” – si diceva -, forse era solo paura, almeno per me, di essere inadeguati davanti al mistero della morte.
Si accompagnavano al cimitero e la maggioranza di loro, che non aveva “possibilità” veniva sepolta in una fossa e dimenticata nel tempo… quella croce in alluminio scritta col gessetto “urlava” rispetto, dignità, compassione.

Ho cominciato a pensare a quei funerali e a quelle morti anonime pensavo che tutto ciò non fosse giusto, né tanto meno cristiano, e che avrei dovuto fare di più.
Ci siamo interrogati, e quando c’è stata la richiesta di voler morire in casa da parte di alcuni dei nostri “compagni di strada” abbiamo risposto al loro desiderio, quando c’è stato il bisogno, oltre ad una cristiana sepoltura, di fare una lapide, semplice, umile, ma dignitosa, ci siamo messi all’opera, e coinvolgendo gli altri “compagni” ci siamo messi al lavoro, insieme ci siamo recati al cimitero a posizionarla sulle tombe dei nostri amici, affinché le loro vite, come la loro anima, già gradita e accolta dal Padre, non restassero “anonime” per la comunità degli uomini, di cui comunque avevano fatto parte.

Questa esperienza sul campo mi ha dato modo di avvicinarmi al mistero della morte con più serenità, mi ha dato modo di costruire un percorso “umano” e compassionevole, con la consapevolezza di accompagnare i “compagni di strada” fino alla fine del percorso terreno… ora alcuni di loro mi riconoscono quel compito, e in alcune situazioni mi vengono a parlare dei loro funerali e mi dicono: – Massimo, vediamo che ti occupi tu di queste cose… -, confidandomi le loro scelte».

Massimo N.,
operatore della Case famiglia di Villa Glori