1354360059Si sente parlare sempre più spesso di “generazione perduta” in riferimento ai millenials, coloro che, nati nel pieno del boom economico tra anni Ottanta e fine anni Novanta, si trovano oggi a pagarne il conto a livello occupazionale, affettivo, sociale facendo esperienza del restringimento di quelle certezze – un lavoro sicuro, una casa autonoma, una stabilità affettiva e la prospettiva di figli – che per decenni hanno rappresentato i marcatori della vita adulta.
Ancor più preoccupazione riscuote la tendenza dei “giovanissimi”, bambini, preadolescenti e adolescenti, a ripiegarsi su se stessi, a isolarsi dagli altri, proprio loro che per antonomasia sono considerati futuro e promessa di una società più giusta.
E mentre a livello nazionale la costituzione di un fondo per il contrasto alla povertà educativa rilancia la riflessione sul tema, anche i quotidiani sembrano raccogliere la sfida di interrogare e interrogarsi su cosa stia accadendo a quelle fasce di popolazione che genericamente chiamiamo minori.
Anche quando non si tratti di casi eclatanti che li vedono protagonisti o vittime di situazioni da cui, al contrario, non dovrebbero nemmeno essere nemmeno sfiorati, sono comportamenti più subdoli e sommersi a destare preoccupazione.
Su uno di questi comportamenti ha richiamato l’attenzione qualche giorno fa un articolo del Corriere della Sera dal titolo “il viaggio tra i ragazzi risucchiati dai videogiochi e i loro genitori”.
Di per sé, la scena potrebbe apparire tra le più quotidiane: bambini e ragazzi incollati allo schermo di tablet e smartphone, intenti a manovrarne i pochi tasti, mentre siedono con i familiari al ristorante, nelle sale d’attesa, nei carrelli dei supermercati, anche mentre camminano per strada.
L’articolo prende le mosse invece da un luogo non ordinario: il primo ambulatorio in Italia, interno al Policlinico Gemelli, in cui vengono curate la dipendenza da internet e le psicopatologie legate al cyber bullismo, e a cui si rivolgono genitori di figli diventati aggressivi, asociali, e sottratti alla quotidianità per ore del giorno e della notte trascorse appresso a videogiochi.
L’abuso di internet e videogames, così come la pratica compulsiva di gioco d’azzardo di cui Caritas Roma si occupa ormai da tempo in chiave di sensibilizzazione e prevenzione, rientra tra le cosiddette nuove dipendenze sociali: quelle più subdole, perché riguardano comportamenti socialmente legittimati e persino incentivati, alle cui spalle prosperano potenti industrie, capaci di rendere i propri prodotti sempre più invasivi e additivi.
Basta prestare attenzione anche solo alle parole. Nel campo dei videogiochi e del gioco d’azzardo online, in particolare, il termine inglese “addictive” è enfatizzato dal marketing come fosse un pregio, quando il suo significato letterale è “capace di creare dipendenza”!
C’è anche altro. Per esempio il fenomeno del “ritiro sociale” che affligge i cosiddetti neet – giovani che non studiano né cercano lavoro – di cui parla un ancor più recente articolo dal titolo “In centomila chiusi nelle loro stanze. Ragazzi che si ritirano dalla società”. Sono molteplici le ragioni per cui può scattare l’atteggiamento di autoesclusione dalla società, anzitutto dalla scuola, e poi dalla rete di amici reali per rifugiarsi in quella dei contatti virtuali, così come dalla famiglia, rifiutando anche la condivisione del momento del pasto.
Ciò che però colpisce e accomuna tutte queste letture e ricostruzioni di fenomeni diversi ma drammaticamente complementari è la ricerca di una categoria “colpevole”. Può essere la categoria dei genitori, oppure più specificamente quella delle figure maschili, i padri. Può essere la scuola con i suoi insegnanti. Può essere anche il gruppo dei coetanei, per la capacità che hanno i ragazzi di influenzarsi reciprocamente nel compiere azioni che forse, di per sé, non sceglierebbero.
In qualunque direzione punti l’accusa, il dato è che, davanti alle innegabili difficoltà e frammentazioni che in forme e modi diversi investono le persone, le famiglie, le città, le società nel loro insieme, la tendenza oggi più diffusa sia quella di attribuire responsabilità senza appello.
È importante allora chiedersi se questa attitudine a cercare il colpevole non sia il primo segnale di un’incapacità a pensarsi come comunità, come società responsabile e intelligente nel senso più profondo della parola.
La corresponsabilità è l’unico strumento che abbiamo per incidere in meglio su un mondo sempre più complesso e interconnesso.
La corresponsabilità, inoltre, è l’unico modello possibile di prevenzione a fronte di fenomeni e comportamenti pervasivi e subdoli come sono le dipendenze sociali o il fenomeno del ritiro sociale.
Non è un caso che, dove è assente l’una, diventa quasi impossibile affermare l’altra.
Ognuno è chiamato a contribuire per la propria parte: genitori, famiglie, insegnanti, educatori, politici, giornalisti, imprenditori, lavoratori, cittadini.
Esiste un’etica della responsabilità che guarda agli effetti delle azioni di ciascuno: ciascuno è chiamato ad esercitarla al livello che gli compete, e non deve trovarsi solo.
Altrimenti sono sempre i più piccoli a pagarne il conto e, con loro, il futuro di tutti.