climaCon l’attenzione catturata dalle incertezze portate dall’elezione di Donald Trump, la stampa sembra aver mancato il punto nel riferire cosa è successo alla Conference of the Parties (CoP ) sul clima che ha seguito la ben più mediatica CoP 21 di Parigi. Pare non aver compreso che a Marrakech – ove si è conclusa il 18 novembre la 22° CoP  – si è assistito a una svolta promettente: si è passati dalla prospettiva del clima per il clima – che deve essere mantenuto entro parametri  prudenti di riscaldamento – a quella delle conseguenze dei cambiamenti climatici sullo sviluppo, i diritti umani e la giustizia con la fragilità dei più poveri al centro del dibattito. In altre parole, consapevolmente o meno, Marrakech ha segnato un cambio di paradigma, ed uno che dovrebbe far riflettere noi cristiani: consapevolmente o meno – ribadiamolo – a Marrakech il clima è stato inquadrato come un problema di ecologia integrale.

La differenza si è notata sui piani d’azione considerati nelle due CoP di Parigi e Marrakech. La CoP di Parigi, oltre a sancire l’accordo, aveva essenzialmente coagulato il contributo alla mitigazione che il settore energia può fornire senza entrare in shock da trasformazione troppo rapida. Tale dinamica prosegue, ma nella consapevolezza che il settore energia non può risolvere tutto a solo. È chiaro che il settore energetico deve svolgere un ruolo fondamentale se si vuole che gli sforzi per contrastare il cambiamento climatico abbiano successo. Tuttavia i traguardi energetici raggiunti in sede internazionale non ci permettono di mettere in campo una forte e coerente azione climatica in grado di invertire il processo di irreversibilità dei cambiamenti climatici in atto. Per attuare l’accordo di Parigi entro il 2040 i combustibili fossili non dovranno coprire più del 50% dei consumi energetici globali, quando attualmente ne coprono circa l’86%. Il solo obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni di gas serra non è sufficiente a stimolare i necessari investimenti per una trasformazione del sistema energetico con una significativa riduzione dell’uso di energia, e una forte espansione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. La domanda energetica globale è inoltre destinata ad aumentare di oltre il 35% per supportare la crescita economica dell’India, della Cina, dei paesi emergenti, e di quelli più poveri dell’Asia e dell’Africa dove 1,2 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’elettricità. Per ridurre del 50% il consumo di combustibili fossili le fonti rinnovabili e il nucleare dovrebbero coprire totalmente la nuova domanda di energia, mentre elettricità e idrogeno dovrebbero essere i “combustibili” prevalenti per il settore trasporti. La struttura dei consumi energetici attuali dovrebbe essere orientata verso una progressiva “decarbonizzazione”, attraverso la modifica del mix energetico verso le fonti rinnovabili e il gas naturale, e l’impiego della tecnologia della “cattura e stoccaggio del carbonio” (Ccs) laddove resti prevalente l’uso del carbone. Sarebbe inoltre necessario adottare a livello globale alcune misure di base, parallele e contestuali sul “prezzo del carbonio” (Carbon tax) da un lato e sulla cooperazione tecnologica internazionale dall’altro. Queste sono alcune delle condizioni infrastrutturali che potrebbero sostenere gli impegni presi per evitare l’avvento in un futuro prossimo di condizioni meteorologiche estreme, l’aumento del livello dei mari, ondate di caldo, allagamenti e siccità, provocando l’aggravamento dei conflitti, facendo salire il numero di profughi e sfollati, e complicando gli sforzi per produrre più cibo.

Per facilitare il consenso sull’accordo concluso alla CoP 21 di Parigi, le implicazioni socio economiche dei cambiamenti climatici e le istanze della società – riscaldamento globale e povertà, diritti umani, uguaglianza di genere, sicurezza alimentare, salute e via dicendo – erano state appena menzionate nel testo. La CoP 22 appena conclusa si è invece concentrata sulle risposte concrete alle fragilità che i cambiamenti climatici esacerbano soprattutto nelle regioni in via di sviluppo. Nella guida alla CoP22 pubblicata dal MInistero dell’Ambiente si legge, così, che a Marrakech “nello specifico, si intende focalizzare l’attenzione sulla necessità di affrontare prontamente le esigenze dei Paesi in via di sviluppo in materia di capacity building e di facilitare l’accesso ai finanziamenti internazionali”.

Pertanto, oltre alla dinamica negoziale – e ove significativamente la principale difficoltà ha riguardato la richiesta dei PVS di riservare alle misure di adattamento ai cambiamenti climatici almeno il 50% delle risorse che verranno rese disponibili – la CoP di Marrakech si è anche articolata in una serie di eventi dedicati a concreti piani d’azione (i c.d. “action items”). Questi a loro volta si sono in pratica declinati come i più sensibili obbiettivi di sviluppo, ma in quanto aggravati dal riscaldamento globale, con ciascuno di essi traversato dalla tematica delle migrazioni accelerate dal dissesto ambientale: clima e alimentazione, clima e eguaglianza di genere, acqua, urbanizzazione, economia circolare, salute e via dicendo.

La CoP di Marrakech ha quindi guardato soprattutto ai Paesi in via di sviluppo che, oltre a richiedere sostegno per accedere a un’energia pulita ed equamente distribuita, hanno espresso l’urgenza di aiuti alla protezione dei propri territori e sistemi socio-economici di fronte a un riscaldamento che già sta minando la capacità produttiva e, con essa, la coesione sociale e istituzionale. La richiesta soprattutto africana è di interventi e metodi che risolvono urgenze delle popolazioni reali – irrigazione, valorizzazione della donna, piccola agricoltura familiare – che la Cooperazione italiana ha elaborato precorrendo i tempi. Questi approcci sono in via di adozione preponderante da parte di tutte le principali cooperazioni e organismi internazionali, tendenza in cui l‘Italia ha gli strumenti per rimanere protagonista e interesse a incoraggiare in generale.  I programmi di protezione socio-economica dagli impatti del riscaldamento portano di fatti anche a contenere le spinte migratorie e pertanto ad arruolare gli ingenti volumi di finanza climatica internazionale che si stanno dispiegando – 100 miliardi di dollari all’anno di fonte pubblica all’orizzonte 2020, cui si aggiunge il previsto incremento dei circa 250 miliardi investiti al privato nell’ultimo triennio – nel contrasto ai movimenti forzati di popolazioni.

E qualcosa è nato. Ne hanno parlato poco i giornali italiani: siccome è ecologia integrale, non dobbiamo smettere di parlarne noi.

di Grammenos Mastrojeni e Elisa Rivieccio