La lettera a un amico ‘annoiato': “chiudi gli occhi e ascolta”. Editoriale di Elisa Manna pubblicato su Avvenire del 22 dicembre.

Caritas, Ostello Don Luigi Di LiegroLo so, Natale è sempre stato per te un passaggio dell’anno esasperante.
Vedere tutta quella gente sorridente che si scambia regali, fa il presepe e, soprattutto, l’albero grondante luci e colori, un kitch improponibile… E poi quanta finta felicità: quest’osanna della famiglia a te che sei in crisi sentimentale da sempre fa solo innervosire. E poi quelli che si offendono se passi il 24 con altri e quelli che il 25 ti costringono a metterti in macchina e fare due ore per andare al paese, e la Messa a mezzanotte, che nessuno sa, diciamolo, a che ora effettivamente è nato il Bambinello e poi e poi… Ti sei sempre chiesto: «Ma non si potrebbe abolire questo strazio, che serve solo a farci arrabbiare e ritrovarci con qualche chilo di più, ma che stiamo al tempo della guerra che ci dobbiamo gratificare ancora con il cibo e i cenoni?. Ma se tutto l’anno hai il problema opposto, quello di tenere fede alla dieta e di ‘guardarti ‘allo specchio?
E di fare moto, come ti ha detto il medico… Che poi servisse almeno a farti star bene…».

Il medico amico ti dice che questa è un’altra storia; ti dice che non stai bene non per il peso, ma perché la tua insoddisfazione esistenziale lievita anche più del tuo stomaco: un lavoro che ti stressa, con i colleghi pronti a farti le scarpe, un figlio adolescente che non capisci, una moglie che ormai non è più quella di una volta… Finisce che a Natale te ne stai sprofondato in poltrona a guardare vecchi film visti decine di volte. E poi, driiiin, il vicino buonista che ti porta i dolcetti natalizi fatti da sua moglie, uffa, adesso ti devi pure preoccupare di ricambiare. E poi e poi…
Non parlare più, amico scettico e stanco, non guardare più niente, chiudi gli occhi, prova a metterti in ascolto per un attimo. E no, non mi dire: «Che devo ascoltare, gli uccellini?». C’è tanto altro da sentire nell’aria, nell’aria intorno a noi o sotto la cupola di stelle che ancora, malgrado l’idiozia umana, si riesce a vedere… Ascolta. Le sirene in città vanno e vengono dal grande ospedale: un ululare continuo che chiede strada per salvare vite in pericolo. E gli automobilisti ancora si stringono ai lati della strada per farle passare. C’è speranza. Poco più giù, ci si sta attrezzando per il grande freddo, le risate fresche di giovani volontari sorridenti e arruffati scaricano brandine e sacchi a pelo per alloggi di fortuna.

All’Ostello della Caritas le voci gentili di sanitari attenti che medicano i piedi tumefatti dei tanti ‘invisibili’ che transitano da questi ambulatori. In un centro d’ascolto, una donna straniera sorride con gli occhi che brillano a una volontaria. Dice: «Lei è un angelo, Dio la benedica per la sua gentilezza». E stringe un foglietto tra le mani. L’«angelo» le ha solo scritto un indirizzo utile e le ha fatto una specie di mappa alla buona, su un pezzo di carta, per aiutarla a orientarsi nella metropoli.
Un gesto piccolo piccolo che però le ha scaldato il cuore intirizzito. Fin quasi a farla piangere. In un altro centro d’ascolto di contrasto alla violenza una donna piena di lividi racconta la sua odissea: e nella voce calma e affettuosa del giovane psicologo che l’accoglie trova la forza per immaginare un futuro diverso. A poche centinaia di chilometri, nel gelo di Amatrice gli operatori della Protezione civile distribuiscono vociando pasti fumanti alla gente impallidita dal freddo e dalla paura per l’ennesima scossa di assestamento. Ascolta ancora. Lontano da questa città, vicino al mare, gli uomini della Guardia costiera in mezzo al vento freddo stanno contando morti, ma anche strappando alle acque cupe del mare bambini intontiti dalla fatica madri quasi assiderate. E li avvolgono in quei larghi lenzuoli dorati che li fanno somigliare ai re magi e invece servono solo a trattenere quel po’ di calore che ancora hanno in corpo. Ma non sono i soli a vivere ‘vite appese a un filo’. Nel Paese da cui sono scappati, un padre sta correndo, urlando tra le macerie con un neonato tra le braccia: inarca la schiena per proteggere suo figlio dalle bombe. Si fa capanna per proteggere la vita. E la luce della bomba che li risparmia per un attimo sembra quasi una stella cometa. Dai, amico scettico, debbo aggiungere altro? Se cancellassimo il Natale, se cancellassimo la Speranza (dopo aver sacrificato la Fede sull’altare della dea Ragione) finiremmo col non comprendere più la storia umana, il significato di questa avventura che tanto toglie e tanto dà, per perderci nel buio, ormai poveri oggetti inanimati, sostituibili, magari con un robot molto più efficiente di noi .Davvero non vogliamo regalarci una dignità più alta, davvero non vogliamo provare a illuminare la nostra vita con una Domanda di Qualcosa di più grande? Se ci togliamo la luce di quel Bambino che sorride per tutti, se non facciamo emergere l’anima bambina che dorme assopita in ciascuno di noi, cosa resta: una teoria di polvere nello spazio? Non è il Natale che non ha senso, è come noi l’abbiamo fatto diventare. Senti, caro amico, quest’anno, non passare le sere natalizie a rotolarti nella noia assonnata del dopo cena. Non farti regalare l’ennesima cravatta. Così, per fare qualcosa di diverso, proviamo ad andare assieme da quelli della Caritas a Villa Glori, a Roma, a regalare un sorriso ai malati di Aids e ai volontari che li accompagnano. Farà freddo da morire, ma se siamo un bel gruppo, la gioia di uscire da noi stessi e incontrare l’Altro ci scalderà.

di Elisa Manna
da Avvenire del 22 dicembre 2016