L[13506]“Vi ringrazio di tutto quello che avete fatto per me… di essermi stati vicino nei momenti più difficili e di avermi supportata, ascoltata, di avermi asciugato le lacrime, di avermi un po’ viziata, di avermi fatto ridere, di avermi dato tutto in poco tempo. Ma vi devo dire soprattutto grazie di avermi fatto capire ‘Forza e coraggio che i momenti bui sono solo di passaggio!’”
(tratto da una lettera scritta da una ex ospite del Tata Giovanni)

La Caritas diocesana di Roma ha aperto il suo primo centro di accoglienza per ragazzi minorenni nel 1988 e si prende cura di loro fino al compimento del 18° anno di età.

Il nucleo centrale del lavoro con i giovani ospiti è la relazione educativa. Essa è una “sfida” continua, dove per sfida s’intende sia la parte educativa con i ragazzi nella sua complessità, sia la parte che porta sempre novità e che esige un nuovo e sempre più flessibile intervento educativo. I ragazzi e le ragazze che accogliamo sono fragili perchè spesso sono stati protagonisti, seppur ancora molto giovani, di vicende di vita difficili che li hanno messi a dura prova. La maggior parte di loro sono migranti e hanno affrontato un lungo viaggio; quando arrivano hanno bisogno di riposarsi. Fanno fin da subito un’esperienza positiva perchè hanno la possibilità, dopo varie vicissitudini, di  ritrovare o anche trovare per la prima volta, uno “spazio protetto” che diventa la loro casa. Ci vuole un pò di tempo però, prima di vivere  serenamente la nuova realtà. La percezione del tempo è distorta: nel superare il viaggio,, o altri eventi traumatici, il loro obiettivo era soltanto sopravvivere nel momento presente e per questo motivo alcuni faticano ad immaginare il futuro. Invece i minori che hanno come obiettivo quello di raggiungere altri paesi europei, vivono l’attesa come se fosse oltremodo dilatata e non riescono a concentrarsi sul presente. Gli educatori hanno il difficile compito di dare un senso a questo tempo di attesa e di sostenere ciascun ragazzo nel cominciare a progettare e a costruire il proprio futuro. La comunità educativa agisce in senso protettivo strutturando il tempo del quotidiano in modo da creare una routine condivisa e prevedibile che aiuti i minori a vivere un processo di crescita equilibrato.

Le situazioni di disagio e le prove difficili affrontate conducono spesso ad una precoce adultizzazione dei minori, per cui molti ostentano un’autonomia apparente e faticano a istaurare legami di fiducia e intimità, mostrando insofferenza verso le regole degli adulti.  La violazione degli altri e delle regole è, infatti, la risposta frequente ai tentativi di vicinanza messi in atto nei loro confronti dalle persone che si prendono cura di loro e dai coetanei con una volontà distruttiva, riconducibile a schemi interiorizzati in precedenza. Spesso inoltre i minori che incontriamo si sono sentiti “traditi” da uno o più adulti (a volte proprio dai genitori) e quindi diventa per loro difficile riconoscere le persone degne di fiducia e affidarsi a loro, costruendo pian piano una storia in comune. E’ una progressiva apertura a se stessi, agli altri, al mondo circostante in un’interazione di stimoli e di risposte relazionali e affettive. Passando dall’estraneità alla partecipazione, attraverso la condivisione delle situazioni e delle attività proposte diventa possibile per ogni ragazzo leggere il proprio presente e piano piano rendere solida questa esperienza.

Nel processo educativo la relazione giovane-adulto è la parte a cui bisogna porre maggiore attenzione. Gli strumenti principalmente utilizzati dagli educatori sono l’ascolto e l’osservazione e attraverso questi strumenti s’interagisce con i minori ponendo come obiettivo l’avvio di un processo virtuoso di relazionalità. E’ un itinerario pedagogico che pressupone diverse fasi durante le quali molta attenzione è dedicata alla storia personale e famigliare di ciascuno, ai bisogni da soddifare, ai vissuti emotivi passati che s’intrecciano con quelli presenti e ai progetti da realizzare.  Solitamente questo itinerario è fatto di passaggi in cui si manifestano momenti di crisi, paure nascoste che vengono portate alla luce, l’angoscia di aver perso le persone care, l’ansia di non riuscire a raggiungere gli obiettivi. E’ fondamentale per questo la presenza stabile dell’educatore che per lo più si concretizza con gesti semplici e azioni invisibili.

R. è una ragazzina di 15 anni, che ha iniziato il viaggio per l’Italia troppo presto. Arriva al centro di accoglienza Tata Giovanni spaurita, chiusa in se stessa e isolata dalle coetanee ospiti del centro. Spesso si chiude in camera da sola a piangere la mancanza della propria famiglia e trascorre tanto tempo al telefono. R. ha gli occhi grandi, fieri e disarmanti, di chi ha dovuto affrontare un viaggio da adulti. Pian piano, però, giorno dopo giorno gli educatori riescono ad aprire un varco con le attenzioni e il gioco. R., infatti, come ogni sua coetanea, ama giocare e scherzare e ama il mare. Apprezza molto una giornata al mare a Santa Severa, proposta dall’educatore Riccardo, e al ritorno mostra a tutti le foto di lei che gioca libera e allegra in acqua. Si affeziona sempre più agli educatori, mostrando una notevole vivacità e grandi sorrisi, ancor più dopo la settimana di soggiorno estivo al mare. Prima di partire per l’Olanda, la sua meta finale, ci lascia un paio di biscotti olandesi e un grande abbraccio.

L’azione educativa si sviluppa  in modo operativo su tre piani: la quotidianità, lo stare con i ragazzi, il fare con i ragazzi. Un aspetto cruciale della vita quotidiana è il rapporto che gli ospiti hanno con il cibo: esso rappresenta la cura e l’attenzione, ma può essere anche un elemento che marca la distanza dalla propria cultura d’origine. È funzionale organizzare la preparazione di cibi etnici, che valorizzi competenze, la cooperazione tra i ragazzi e richiami ricordi positivi. Dietro la richiesta di cibi diversi tuttavia vi può essere anche la richiesta di attenzione e di accoglienza.

Dato che la maggior parte dei minori accolti sono stranieri, spesso un limite nella relazione è costituito dalla barriera linguistica e culturale. Quando, però, i ragazzi avvertono l’interesse da parte degli educatori verso la loro lingua e cultura d’origine questo elemento facilita la relazione e la costruzione della fiducia.

In una delle tante attività espressivo-creative i ragazzi hanno costruito uno strumento musicale tipico dell’Eritrea, chiamato KRAR. Ogni tanto uno di loro oppure in gruppo ci regala una piacevole e dolce melodia che accompagna un canto. Ringraziare di questo dono e valorizzare il talento musicale è un modo semplice per far prendere coscienza delle risorse e delle capacità personali. L’azione dell’educatore prende le mosse da uno sguardo che sa cogliere il singolo e il gruppo e intenzionalmente valorizza le potenzialità della persona. E’ quello che è successo con A.

Un giorno ci siamo messi a sistemare la stanza e pulire gli armadi con i ragazzi. Sul comodino di A., ho trovato una piccola libreria fatta con il cartone. Gli ho detto quanto era bella e che cosa rappresentava. Ha fatto un grande sorriso e non mi ha risposto. Ho intuito un pò di timidezza e cosi gli ho chiesto chi l’aveva fatta. Al suo posto ha parlato il  compagno di stanza e mi ha detto che l’aveva fatta A. Ho subito valorizzato questo suo talento e gli ho spiegato che la capacità manuale è una caratteristica personale molto importante che può essere raffinata sempre di più e resa funzionale al proprio percorso di vita. Non ha subito capito quello che gli ho detto ma mi guardava fisso negli occhi e ha interiorizzato la felicità che il suo talento aveva portato. Appena poi ho avuto l’occasione ho chiesto a A. di realizzare un’altra libreria in cartone in sala attività insieme agli altri ragazzi.  È stato contento di questo e in pochissimo tempo dopo avergli dato cartone e forbici ha realizzato una libreria da tenere sul mobile e ha inserito all’interno di essa le carte da gioco. Gli altri ragazzi si sono avvicinati tutti meravigliati e contenti di guardare A. che realizzava la sua piccola opera, qualcuno si è coinvolto e ha tentato di aiutarlo. E’ stato un momento molto importante per la dinamica educativa: da uno sguardo frammentario, esterno si può passare a uno sguardo profondo che conduce, accompagna e favorisce un’atmosfera d’interazione positiva ma anche produttiva. Un clima in cui l’educatore e i ragazzi si riconoscono reciprocamente e l’uno diventa dono per l’altro. A. infatti continua a realizzare belle opere e insieme all’educatore Daniele ha costruito una panca di legno.

Sabrina Maiolo e Rosanna Vitiello