L’arcivescovo vicario ha presentato il nuovo programma pastorale dell’organismo diocesano 

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Il lavoro per i giovani, l’attenzione per gli anziani, per i disabili, per chi soffre di malattie mentali e per chi si trova nell’inferno di una dipendenza. Sono le priorità sulle quali si è soffermato il rapporto della Caritas illustrato alla Lateranense sabato 11 novembre, in occasione della presentazione del nuovo programma pastorale dell’organismo diocesano. Si tratta delle povertà di Roma, sulle quali il vicario Angelo De Donatis ha riflettuto commentando la parabola del buon Samaritano: «Non attendiamo che la carità sorga spontanea per farla – ha esortato l’arcivescovo -, non attendiamo di essere attratti dai poveri per aiutarli». Bisogna esercitarsi, giorno dopo giorno, con disciplina e cura per allenarsi alla «compassione, che è soffrire insieme, farsi vicino». San Francesco, dopo Cristo, è il punto di riferimento: «quando il poverello bacia il lebbroso – ha ricordato De Donatis -, lo fa non per se stesso ma perché ne ha bisogno l’altro».

«La compassione non è istinto ma una conquista che si ottiene lasciandosi contagiare dallo stile di Dio, mettendo al centro non il nostro sentire ma l’altro». Per farlo è fondamentale avvicinarsi al povero, chinarsi sulle sue ferite «perché da lontano possiamo esprimere giudizi che non corrispondono alla verità; Gesù ci chiama ad andare alla radice». Infine l’invito a tenere sempre ben chiara «la sorgente della nostra missione: contemplare l’amore che Cristo ha per noi», un amore che va ricambiato «amando e accogliendo l’ultimo dei nostri fratelli».

Quello della carità è quindi un terreno privilegiato per crescere nell’amore. Una sfida educativa da proporre ai giovani coinvolgendo famiglie, parrocchie e scuola. La diocesi, prendendo spunto dal tema che il Papa ha lasciato da approfondire per questo anno pastorale – “Non lasciamoli soli” – vuole essere per le famiglie «una presenza che sappia essere incoraggiamento e vicinanza, prima ancora che stile e modello da seguire». Giancarlo Cursi, dell’Università Salesiana, è da sempre a contatto con i più giovani, sa cosa succede quando si affacciano al mondo della solidarietà. «Vivono incontri che aprono tante domande contrastanti nel loro cuore, risposte che a volte vien voglia di rimuovere o depositare in un angolo della memoria». Alcuni di loro però avviano «un percorso che può portare all’impegno e non di rado ad orientare un cammino professionale o una scelta vocazionale».

È importante per l’adolescente trovare contesti in cui «iniziare a mettersi in gioco in modo ancora “protetto” da figure adulte che si preoccupano di fornire e rendere possibile l’esperienza all’interno dei diversi contesti». Scuola e famiglia sono le basi per su cui costruire queste opportunità, «ma nella grande città sono in crisi a partire dal poco tempo che gli adulti dedicano alle relazioni importanti con le domande spesso latenti dell’adolescente, che andrà a cercare risposte tra i suoi pari d’età immergendosi nel mondo, esclusivo e rischioso del web».

La questione digitale definisce i giovani di oggi, è la loro frontiera. Per padre Paolo Benanti, docente alla Gregoriana e tra i massimi esperti di Teologia Morale e Bioetica, «viviamo in un’iper connessione che è una sorta di sfocatura; la tecnologia amplifica i nostri sensi, riusciamo a guardare bene quello che succede lontano da noi, ma non ci sentiamo più chiamati a intervenire sulle cose che accadono vicino». Tutti noi, ma in particolare i più giovani, «siamo immersi in un fiume di dati che non sappiamo gestire, la realtà ci sfugge». Educare le nuove generazioni significa «non privarli dell’esperienza diretta del mondo, non imprigionarli in internet. Anche in nativi digitali, come ogni generazione prima di loro, non possono essere maestri di loro stessi».

Educare significa anche «far sperimentare
 che le cose importanti della vita non seguono logiche efficientiste dove contano risultati veloci e numericamente significativi». Dal punto di vista della fede, infine, «dobbiamo ricordarci che l’incarnazione ci mostra come l’esperienza di Dio sia affidata, tramite la Chiesa, alla testimonianza interpersonale». Le cose più importanti, «e tra queste l’annuncio della salvezza, dovendo passare attraverso l’esperienza umana, non si sottraggono al rischio della mediazione, al fatto che il valore del messaggio si dia e passi nella relazione tra persone».

Christian Giorgio per Romasette.it