RLungo i marciapiedi, negli anfratti dei sottopassi, all’interno di cabine dismesse, accatastati negli angoli più improbabili: negli spazi di scarto della città, con la morsa del freddo, compaiono le tracce di una presenza che durante il resto dell’anno siamo più inclini a ignorare. Sono materassi, cumuli di coperte, cartoni, tutto quanto può servire alle persone senza dimora per proteggersi. Qualcuno di loro non sopravvive agli stenti e alla temperatura. L’ultima morte a Roma risale ad appena ad una settimana fa, nei pressi della Stazione Termini.

Intanto, da altre parti d’Italia, giunge notizia di un’amministrazione comunale che vieta la distribuzione di bevande calde e generi di conforto a favore di chi trascorre la notte in strada; un’altra che inaugura l’applicazione del cosiddetto Daspo urbano sanzionando persone riverse a dormire sotto un portico.
Non c’è dubbio che la povertà disturbi, che i corpi prostrati di persone ridotte alla soglia minima di sussistenza creino disordine ed entrino in conflitto con quell’ideale di “decoro” che la politica cerca di garantire, perché le città siano vetrina per i turisti e serbatoio di consenso elettorale.

Chi vive per strada, però, sa che i luoghi di passaggio spesso sono i più sicuri, perché esiste una forma di controllo sociale che li ripara dal pericolo di diventare bersaglio di violenza, come pure non raramente accade. Questo spiega la concentrazione notturna nei pressi delle stazioni: non passa inosservata la sequenza di giacigli di fortuna che scandiscono via Marsala e i dintorni di Termini, come tanti altri luoghi di Roma.

È così durante tutto l’anno, ma sembra che la politica si ricordi dei senza dimora principalmente in inverno, quando le condizioni climatiche diventano estreme. Ecco allora “l’emergenza freddo” e le “misure straordinarie” per l’accoglienza.

Eppure, come usava ricordare Don Luigi Di Liegro, il freddo si presenta ogni anno e non si capisce perché ci si ostini ad affrontarlo in una logica emergenziale.

È ipocrisia quella che rimuove la povertà dal proprio orizzonte, per poi farsene momentaneamente carico quando subentrano condizioni che rendono indifferibile un intervento.
È ipocrisia ricorrere alla parola “emergenza” per distogliere l’attenzione dalle responsabilità di una politica che disattende il dovere di occuparsi delle persone senza dimora, al di là delle contingenze climatiche, dando risposta a bisogni e diritti che sono tali sempre, e non solo in certi periodi dell’anno.

La conoscenza del fenomeno non manca, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista sociale ed esistenziale. Non disporre di un luogo in cui dormire e ripararsi, infatti, è espressione non solo di una situazione economica estrema, ma anche di una condizione umana profondamente modificata: significa non avere uno spazio privato; dover esporre costantemente la propria fisicità; adattarsi per sopravvivere a uno stato di deprivazione ed emarginazione che si autoalimenta.

Per questo l’accoglienza che Caritas Roma pratica ogni giorno nelle mense e nei dormitori non si esaurisce nel pasto che offre o nel letto su cui consente di riposare, ma si esprime nell’ascolto, nella cura, nella costruzione di legami che operatori e volontari pazientemente coltivano intorno alle persone che la società ha scartato. Troppo spesso l’opinione comune, forse anche la politica, guarda ai “senza dimora” come a un’umanità persa, davanti alla quale l’unica risposta possibile è l’assistenzialismo.

Non è così, perché nelle loro traiettorie di vita si trova la stessa dinamicità delle storie di tutti e lo stesso equilibrio precario che, in questa società marchiata dall’incertezza, affligge purtroppo l’esistenza di molti. Spesso solo per un incrocio sfavorevole di eventi alcune persone precipitano nell’emarginazione più totale, là dove altre si mantengono a galla.
Certo, sono traiettorie particolarmente ferite da esperienze dolorose, occasioni perse e aspirazioni frustrate, ma proprio per questo la logica dell’emergenza le condanna a restare nell’esclusione.

La logica dell’emergenza produce assistenzialismo e l’assistenzialismo rende le persone dipendenti da risposte frammentarie e non risolutive, in un circuito senza fine.

Le realtà che si mobilitano per ripristinare intorno alle persone in stato di povertà estrema le condizioni di una vita dignitosa, fondata sul riconoscimento dei diritti e sul rispetto dei doveri, si scontrano di continuo con l’assenza di una politica attenta a queste implicazioni.

Non si può operare costantemente in un regime di emergenza.

Non si può chiamare emergenza ciò che si ripete ogni anno e ogni giorno.