Il secondo incontro della rassegna “Le parole della Pace” presso il Poliambulatorio Caritas

abbi-cura-di-luiPartire, lasciare tutto e tutti alla ricerca di una vita migliore; purtroppo non è questo il lieto fine per tantissimi migranti. Come una pianta sradicata da un momento all’altro con violenza, abbandonano la loro casa, i loro familiari e amici, alla ricerca di un qualcosa che non sanno se mai arriverà, ma che inseguono con tanta speranza.

Ospitati all’interno dei locali Caritas dell’Area Sanitaria in via Marsala si è svolto il secondo incontro “Le parole della pace” sul tema “Proteggere”. Una proposta di riflessione in 3 diversi appuntamenti organizzati dall’Area Pace e Mondialità della Caritas di Roma, attraverso cui, sulle sollecitazioni di Papa Francesco si vuole approfondire il messaggio “Migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di Pace”, tematica a cui il Santo Padre ha dedicato quest’anno il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.

Questi locali, come ci racconta Salvatore Geraci, responsabile dell’Area Sanitaria, vengono affidati alla Caritas su richiesta di Don Luigi di Liegro nella metà degli anni 80 dopo le innumerevoli morti di clochard che dormivano fuori la stazione Termini. E’ stato così creato un posto di protezione, dove ancora oggi viene garantito a tutti il diritto alla salute come sancito nell’Art. 32 dalla nostra Costituzione.

“Chi arriva quindi va accolto e protetto perché scappa da guerre e disastri ambientali portando dentro di sé tanta sofferenza. Proteggere dovrebbe dare completezza e profondità al processo di accoglienza” con queste parole il responsabile dell’Area Pace e Mondialità, Oliviero Bettinelli, introduce il video del reportage “L’Imbroglio” di Amedeo Ricucci; giornalista in Rai dal 1993, dove ha seguito come inviato speciale i principali conflitti internazionali degli ultimi 20 anni. E’ un documentario dove per la prima volta, le telecamere riescono ad entrare nei porti libici della ‘Tratta’, a Sabratha, Motred, Zawiyah, raccontandoci chi sono i grandi boss del traffico dei migranti, come operano e di quali complicità godono a livello locale e nazionale. Dal 2011 ad oggi, i traffici non hanno fatto altro che arricchire la malavita locale. La Guardia Costiera libica anziché proteggere e salvare i migranti, è accusata di essere collusa con i trafficanti. Infatti con metodi tutt’altro che legali, così come mostrano le telecamere di TG1, preleva i migranti dai gommoni per rinchiuderli in vere e proprie prigioni dalle quali si può uscire solo pagando, ancora, oppure non si ha scampo, si resta per tanto tempo in condizioni disumane. Amedeo Ricucci non si ferma, ma anzi per la prima volta ci mostra l’inferno dei Centri di Detenzione per i Migranti in Libia, gettando una luce inquietante sulla mafia che li gestisce e sulle continue violazioni dei diritti umani. Nessuno si assume la responsabilità di quello che accade.   Le dichiarazioni rilasciate da due immigrati fanno davvero rabbrividire; il primo racconta: “Eravamo partiti da Sabratha, e ci hanno preso quasi subito, dopo nemmeno 15 minuti, eravamo 130 sul gommone. Ci hanno picchiato in mare e ci picchiano qui dentro. Continuano a chiederci: perché venite qui in Libia? Perché non ve ne restate a casa vostra?”, il secondo continua: “Io sono qui da 15 giorni. Ci hanno presi in acqua e per fermare il gommone, hanno sparato in acqua, senza farsi problemi. E qui ci picchiano tutti i giorni. E poi ci danno da mangiare una volta sola al giorno”. Oltre le parole, anche le immagini sono molto forti, mostrano ammassi di esseri umani senza nemmeno più la forza di reagire. Sconcertanti sono anche le parole del rappresentante dell’OIM, Organizzazione Internazionale dei Migranti, il quale dichiara di non avere alcuna autorità nel centro, “non possiamo intervenire in casi come questi. Non ci compete”. Un circolo vizioso, dice sconsolato Amedeo Ricucci, che vede guardia costiera e i trafficanti giocare a guardie e ladri più che combattersi.

Alla fine della visione del documentario, c’è stata la testimonianza di Stella psicoterapeuta del progetto di Caritas “Ferite invisibili”, un percorso di riabilitazione psico-sociale delle vittime di tortura, violenza e altri traumatismi psichici tra gli immigrati e i rifugiati. L’aiuto, attraverso un attento lavoro di equipe, consiste innanzitutto nel far riconoscere il dolore, la profonda sofferenza che porta a “ferite” interiori appunto “invisibili” ma permanenti; aiutando quindi queste persone a riappropriarsi della dignità di essere umani, dare un significato alla loro esperienza e riprogettare un futuro per la loro esistenza. Nel contempo il programma avviato cerca anche di costituire una fitta rete socio-assistenziale per sostenere percorsi legali, informativi e formativi (accoglienza protetta, insegnamento della lingua italiana, formazione professionale, inserimento lavorativo…).

La dimostrazione di come questo percorso possa regalare “vita nuova” è resa da un giovane ragazzo Pakistano. Alì, arrivato in Italia circa 3 anni fa minorenne è stato accolto nel centro pronto intervento minori della Caritas di via Venafro; ha studiato la nostra lingua e con il supporto dello staff di Ferite Invisibili è oggi un ragazzo forte. Scherzosamente afferma “in Italia non so come mi trovo, ma a Roma benissimo”, perché ha trovato delle persone che gli hanno saputo voler bene e di cui lui sente di potersi fidare, insomma si è sentito protetto, abbracciato e amato.

La sfida quindi non sta solamente nell’accoglienza, saper proteggere infatti vuol dire avere a cuore la dignità dell’altro. Siamo dunque pronti a comprendere veramente qualcuno? Accoglierlo? Proteggerlo?

 

Martina De Rosa
volontaria in servizio presso l’Area Pace e Mondilalità