siriaLa guerra in Siria ci accompagna con le sue drammatiche litanie di morti e distruzione da ormai sette anni.

È incredibile come ci siamo ormai abituati a considerarla in modo quasi asettico come parte stabile delle nostre giornate. Ci siamo abituati al male e questa è una pessima notizia. Talmente abituati che le altre guerre e gli altri drammi, dal Sudan alla Repubblica Democratica del Congo, ci sembrano troppo. Abbiamo già la nostra guerra quotidiana e in termini di coinvolgimento e di interesse, seppur superficiale, ce la facciamo bastare.

Difficile capire se per prenderne coscienza in modo più consapevole servano numeri, storie di vita e di morte o analisi geopolitiche e militari. Di certo serve tutto. Noi ne prendiamo una parte.

I dati Unicef (www.redattoresociale.it) parlano di 5,3 milioni di bambini siriani che hanno bisogno di assistenza umanitaria; 170.000 vivono sotto assedio; 2,8 milioni di bambini sono sfollati interni e 2,6 milioni di bambini sono rifugiati nei paesi vicini. Numeri sempre più grandi e forse per questo difficili da capire. Quanti sono 5,3 milioni di bambini non riusciamo immaginarlo e questo ci anestetizza nel cuore e nella testa.

La testa ci dovrebbe invece aiutare a comporre il quadro di che cosa significa nella quotidianità di molti bambini tutto questo. Significa essere reclutati come bambini soldato, significa non essere accompagnati e tutelati da adulti che non ci sono più, significa essere in balia di qualsiasi sfruttamento violento. Per alcune migliaia di loro significa non avere da mangiare e rischiare la vita per cercare di procurarselo.

Ma ancora, significa capire che la guerra genera bambini vulnerabili, disabili, deformati dalle ferite che sono i più deboli tra i deboli e che restano inevitabilmente ai margini di qualsiasi possibilità di recupero, di protezione e dignità.

E ancora, la mancanza di accesso a cure mediche e psicologiche e in contemporanea il dato che evidenzia come solo nel 2017 siano state attaccate 175 strutture mediche e scolastiche sanciscono la resa definitiva della nostra umanità.

Di numeri su questa guerra senza fine ce ne sono molti altri e tutti talmente grandi che faremmo fatica a comprenderli.

Allora dobbiamo lasciare spazio non solo alla testa ma anche al cuore. È Il cuore che ci dice che l’analisi di un conflitto è dolorosa e non vorremmo più doverla fare perché tutto ciò che vediamo è disumano e assurdo. E ci dice che non è umanamente possibile accettare tutto questo. Il cuore ci invita a andare oltre e a condividere le responsabilità.  E non solo per problemi di numeri.

“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.  (MT. 25,40).

A uno solo.

Oliviero Bettinelli
responsabile Area educazione alla Pace e alla Mondialità