“Il Signore protegge lo straniero” (Salmo 146)

Proteggere è prima di tutto riconoscere e contemplare dentro di sé la dignità dell’altro

The hostel  "Don Luigi Di Liegro" of the Caritas of RomeNei servizi di accoglienza, tutti i giorni incontriamo ospiti che provengono da latitudini del mondo anche molto lontane. Non una massa indistinta ma ognuno con un volto, nome, storia. Eppure a volte, pur consapevoli della “ricchezza” di cui ognuno è portatore, non vediamo, siamo distratti, distolti da cose, colti da timore, distanti per il rischio che si crei un’appartenenza più forte con chi abbiamo di fronte, che ciò possa mettere in discussione certezze identitarie, minare le nostre sicurezze e comodità di oggi. Il nostro approccio all’altro non segue direttrici lineari poiché rivela la specularità del nostro percorso incostante di uomini e cristiani, fatto di brusche frenate, accelerazioni, retromarce, voli verso l’alt(r)o, cabrate e picchiate in basso. Ma in questa tortuosità così movimentata, ciò che sempre ci guida è l’invito di Dio a non mollare mai, a provarci sempre, cercando di superare continuamente limiti, chiusure, stereotipi.

Uno dei modelli rigidi e diffusi che più influenzano le opinioni e le condotte – non aiutando certo a comprendere lo scontro/incontro con altre culture – è la staticità del binomio “noi-loro” che rimanda a una banalizzazione estrema del confronto identitario. Invece, va riscoperta la positiva dinamica “io-l’altro” che è carica di profezia poiché il “forestiero”, “l’altro”, è, a livello identitario, appartenente alla dimensione del sé, all’“io” poiché l’identità che alla radice qualifica ognuno di noi è costitutivamente anche “straniera”. La lunga esperienza dell’Esodo che Dio fa compiere al suo popolo eletto, rende gli israeliti “stranieri” o forse addirittura apolidi. Da allora, la condizione di “straniero” resta iscritta per sempre nella coscienza del popolo di Israele e oggi in quella di ognuno di noi che siamo suoi discendenti. Ognuno è quindi interpellato profondamente in una dialettica positiva di scontro/incontro, senza sosta, dentro il proprio sé. E tra sé stesso e ogni altra persona che vive nel mondo.

Siamo tutti “stranieri” su questa terra. Alcuni tra noi – “stranieri” come noi – sono più deboli, fiaccati dai colpi durissimi della vita. Dio li protegge prima di tutto con il suo sguardo che si posa con grande misericordia proprio su chi soffre. E’ lo sguardo di un Padre per i suoi figli prediletti. E’ il volto amorevole che fissa l’altro e che diventa realtà viva, persona vivente perché Dio si è fatto carne. Anche il nostro sguardo di amore, pur con tutti i limiti e le imperfezioni, proviene dalla realtà dell’incarnazione di Dio nella nostra umanità, non da una nostra volontà di immedesimazione e di empatia. La saggezza classica ci tramanda che “il volto è lo specchio dell’anima” (Cicerone), nulla di più reale. E questa realtà trova una corrispondenza formidabile nell’economia della Salvezza: il mio volto può riuscire a comunicare all’altro la contemplazione delle meraviglie di Dio iscritte dentro di me e che ritrovo e riconosco nella dignità di chi ho di fronte, e viceversa, in una circolarità continua e arricchente, con la fatica che questo richiede. Come dice papa Francesco, si tratta di “uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze”. Dio, Nostro Padre, abita ogni angolo della città e ci invita a ri-crearci dentro la dimensione comune del “noi” perché siamo tutti suoi figli. Una volta, un padre confidò che, avendo un figlio disabile, percepiva in modo reale di essere disabile anche lui, tutta la famiglia lo avvertiva come realtà vivente. Lo disse con la gioia e la pace esito di un lungo conflitto interiore, sempre in atto. La famiglia con quella consapevolezza aveva scoperto la bellezza e la ricchezza della circolarità dell’amore, aperto anche all’esterno, con le fatiche di ogni giorno. E allora proteggere l’altro indifeso non è più l’esito dell’ottimismo e della forza di volontà ma il riconoscimento e la contemplazione dell’Amore di Dio dentro sé stessi e nell’altro, soprattutto quando la dignità del prossimo è calpestata e oppressa. Dignità che chiede di essere riconosciuta nella sua dimensione originaria (figlio di Dio). Proteggere significa tutelare in modo integrale tutta la persona, con la sua identità, i suoi vissuti, le sue capacità, i suoi bisogni.

Possiamo proteggere perché almeno una volta nella vita ci siamo sentiti protetti da qualcuno. Ne abbiamo fatto esperienza come destinatari della cura e dell’amore ricevuti, ne abbiamo imparato la grammatica. Dio ci invita continuamente ad apprendere il linguaggio dell’Incarnazione, a sentirci sempre “altro” da sé stessi perché non apparteniamo più a noi stessi, apparteniamo a Lui (Padre) e a un “noi” (figli). Quindi proteggere significa appartenere all’altro ma soprattutto appartenersi per costruire e condividere un progetto comune. Non vi può essere protezione se non vi è il prendere parte ciascuno alla vita dell’altro ma non vi può essere appartenenza autentica a un “noi” se non si protegge chi è più fragile, non lasciandolo mai indietro e da solo.

Alberto Farneti
Coordinatore della Mensa e dell’Ostello di Ostia