OstelloLa notte è il tempo del riposo, è il tempo del buio, è il tempo della pausa. Tanti vivono la notte in una dimensione diversa dall’usuale. Lavoro. Studio. Divertimento o insonnia. La notte caratterizza e identifica le stagioni. È temuta, fredda e lunga, poche auto in giro, ancora più rari i pedoni, il silenzio lacerato dallo stridore dei mezzi della nettezza urbana. È agognata, afosa e breve; rumorosa e mai veramente profonda, popolata da tentazioni seducenti e pericoli potenziali.

La notte si srotola nelle ore che segnano il confine tra due giorni, è obbligata a rispettare i limiti temporali imposti dalle attività umane e la notte naturale interseca quella legale. La notte in Via Marsala 109 comincia alle 23 e finisce alle 8.30 del giorno successivo.

Alle 23 in punto le luci negli spazi comuni calano d’intensità e si spengono del tutto nelle stanze in cui si dorme. La gestione della struttura cambia assetto, gli operatori terminano il turno diurno; trambusto da fine giornata di lavoro, saluti allegri ma stanchi, le ultime chiacchiere e raccomandazioni prima di andare via. L’ostello è affidato al piccolo presidio composto dall’operatore del turno di notte e dal volontario che lo affianca, da quel preciso istante comincia la traversata della notte. L’eco del giorno ancora risuona ma sta per estinguersi, la maggior parte degli ospiti dorme esausta: un’altra giornata difficile è passata e il sonno arriva rapido, anche se non per tutti. Qualcuno veglia o sonnecchia in equilibrio su una sedia. Malesseri del corpo che il letto amplifica. Abitudine alla scomodità, acquisita nella vita di strada: difficile da perdere, si trasforma, adattandosi al contesto domestico.

Quest’angolo di Via Marsala è dominato dal grande arco monumentale inserito nel tratto cittadino dell’Acquedotto Felice, il cui percorso bruscamente si interrompe contro l’edificio della Stazione Termini. Accucciate ai piedi dell’arco, profonde zone d’ombra; di fronte, alte mura separano via Marsala da edifici la cui eleganza sfiorita è il ricordo di un’altra epoca. Nella sera che cala e poi nel corso della notte da qui non passa molta gente a piedi. Lo spazio appartiene ad automobili, autobus, mezzi di servizio. Il mosaico che sovrasta la Porta Santa, splende nella luce fredda e bianca che lo illumina ed esalta lo scintillio delle tessere blu e oro; l’ovale con il motivo del Buon Pastore è un baluardo rassicurante, solido e definito, nella scura liquidità notturna che confonde i contorni delle cose. Tutto il cortile dell’ostello è una camera di confortante e vivido chiarore, ben visibile dalle strade del circondario. Di notte è una forza centripeta che attira a se tanti bisogni: la coperta, una bottiglia d’acqua, la richiesta d’asilo che non può essere accolta e la cui negazione va spiegata con cura, affinché il richiedente non si senta rifiutato e possa rivolgersi, di giorno, al centro d’ascolto.

All’interno, luci basse lasciano i corridoi nella penombra. Le uniche isole di luce vivida sono i bagni da cui proviene un continuo sciacquio: lavabi, scarichi, docce. Gli insonni approfittano della notte per usufruire dei servizi più liberi e illudersi che non sia un bagno comune ma quello di casa propria. Passi strascicati, il battere ritmico di un bastone sul pavimento, la porta d’ingresso si apre e soffia all’interno il freddo dell’inverno o la collosa umidità estiva. La notte in ostello non è mai del tutto quieta, mai sottovoce. È il luogo che accoglie e favorisce un ritmo più lento e scioglie i cuori e le parole. La vera protagonista della notte è la parola. La parola, che nel corso delle ore diurne non trova spazio sufficiente tra mille occupazioni, di notte non incontra ostacoli, favorita dall’atmosfera più rilassata. Si articola in lingue che compongono una geografia complessa che avvicina popoli e fedi dentro uno spazio ridotto, nel quale ciascuno esprime la propria unicità. Storie, racconti, aneddoti: sempre uguali ma ogni volta riformulati e rinnovati e urgentemente presentati all’orecchio di chi ascolta. Parlano tra loro gli ospiti svegli, parlano con noi che sbrighiamo il poco lavoro burocratico destinato al servizio notturno. La porta dell’ufficio rimane aperta e invita a entrare, anche solo per una breve battuta. A volte il racconto è diverso, singolare e evocativo, di persone lontane e illusioni perdute; e una lacrima scivola sulla guancia, con quella semplicità che di giorno sarebbe imbarazzo.

Nel procedere lento della notte arriva il momento del giro di ispezione per la verifica delle presenze; un servizio che esige un controllo capillare, letto per letto. Dietro ogni porta colorata ci sono sei persone che dormono tanti sonni: il sonno leggero, il sonno inattaccabile, il sonno agitato.

Ciascuno possiede spessore e odore caratteristici Le prime volte è difficile entrare non invitati nella densità fragile del sonno, in cui ogni uomo è inerme e si affida alla buona intenzione di colui che lo guarda dormire, nella promiscuità di una intimità forzata ma necessaria. Poi il suono e l’odore del sonno altrui con il tempo diventano familiari e la notte in Ostello assume connotati immediatamente riconoscibili ma pur sempre imprevedibili e sorprendenti.

Appartengono alla notte confidenze e conoscenze, sfoghi e spiragli angusti su vite gelosamente custodite tra nostalgie e rimpianti.

Appartengono alla notte curiose situazioni sospese tra assurdità e comicità che trasformano il contesto notturno di Via Marsala, in una surreale carola natalizia in cui brilla il gesto, gratuito e raro, di un giovane uomo senza pregiudizi.

Appartengono alla notte le voci concitate al di là dei cancelli e le fiamme alte che lambiscono e feriscono la volta del cortile, facendo temere il peggio.

E inesorabile la notte attraversa le ore che le sono state assegnate; lenta e poi improvvisamente accelerata dai primi chiarori del nuovo giorno, altri rumori, volti assonnati incorniciati nella porta chiedono l’ora ed è sempre troppo presto, si poteva dormire ancora un altro poco ma il sonno è svanito. Al suo posto, tempo da riempire e noia da scacciare, fin quando non sarà pieno mattino. Chi non si fida di se stesso e deve svegliarsi prima del solito, si affida alla nostra presenza. Le sveglie sono intromissioni che aprono un’altra breccia nella delicata pellicola dell’intimità. Si rincorrono di stanza in stanza. Numeri e lettere significano persone che nel segno dell’alba incipiente, si lanciano nella città, per raggiungere lontani uffici pubblici, affollati ospedali e i più fortunati, il posto di lavoro.

La sigaretta, il caffè nell’attesa della colazione, chiacchiere svagate sulle panchine. Ora il citofono suona spesso: l’avanguardia della squadra di pulizia, la consegna del pane per la mensa, la lavanderia. Via Marsala comincia a riempirsi di motori, la coda al semaforo sempre più lunga e impaziente. Alle 7 tutte le luci si accendono, la notte in Ostello sta terminando nella chiassosa rappresentazione delle colazioni. Va in scena la prima fila del giorno, che induce ogni tanto qualche piccola tensione, ma passa subito; ci diciamo buongiorno pur sapendo che sarà ancora un’altra giornata in trincea. Il rito della colazione dovrebbe terminare alle 8 precise, ma non è mai puntuale e si protrae per qualche minuto, sotto lo sguardo infastidito degli addetti alle pulizie che ostentatamente cominciano a sollevare le sedie sui tavoli. Gli ospiti riempiono il cortile, nessuno più dorme, bisogna uscire e ci si attarda per guadagnare un po’di tempo. Chiacchiere a gruppetti, il cancello che si apre continuamente. La strada ormai invasa dal traffico. L’Ostello si perde nell’indifferenza della città che corre per andare al lavoro, ha smesso di essere isola di luce in un angolo buio; ritornerà stanotte, come ogni notte. Sono le 8.30 legalmente la notte in Ostello è terminata, ieri sembra lontanissimo, la stanchezza pesa sulle palpebre. Il cancello si apre anche per me, non prima di aver salutato, abbracciato, confermato il successivo incontro. Un ultimo sguardo al mosaico del Buon Pastore, sbiadito nella luminosità diurna. Inforco la bicicletta e pedalo verso casa.