Aiutiamo la comunità a trovare il coraggio

Il nuovo direttore della Caritas si racconta al quotidiano Avvenire. Un’intervista per conoscerlo

IMG-20180924-WA0006Agli uffici della Caritas di Roma don Benoni Ambarus, per tutti “don Ben”, era arrivato poco meno di un anno fa, il 16 ottobre 2017, per affiancare come vicedirettore monsignor Enrico Feroci. Nei giorni scorsi il cardinale vicario Angelo De Donatis lo ha nominato direttore e da allora il suo telefono non ha smesso di suonare, un po’ per gli auguri, un po’ per i giornalisti che lo cercano. Perché è il primo sacerdote di origine straniera, romeno per la precisione, a ricoprire questo incarico. Da quando è arrivato per la prima volta nella Capitale per motivi di studio, nel 1996 a 22 anni (ne compirà 44 domani), la sua vita è stato un susseguirsi di cambiamenti che non aveva previsto. «La diocesi di Iasi, da cui provengo, è benedetta dalle vocazioni. Così il mio vescovo mi mandò al Seminario romano per studiare teologia alla Lateranense ». Rientrato in Romania nel 2000 per l’ordinazione sacerdotale, l’anno dopo torna in Italia per licenza in teologia dogmatica alla Gregoriana. «A questo punto il rettore del Seminario romano, monsignor Pietro Fragnelli (oggi vescovo di Trapani), chiese al mio vescovo se potevo fermarmi per svolgere il servizio di educatore con i seminaristi: sono rimasto altri tre anni, con l’impegno di portare avanti anche il dottorato in teologia dogmatica».

A questo punto, siamo al 2004, un’altra svolta: il cardinale vicario di allora, Camillo Ruini, chiese alla diocesi di Iasi di “prestare” don Ambarus come collaboratore parrocchiale a San Frumenzio ai Prati Fiscali. «Poi la richiesta fu di lasciarmi altri cinque anni come “fidei donum”. A quel punto il mio vescovo disse che se volevo rimanere e incardinarmi nella diocesi del Papa, per lui era un onore». Con la direzione spirituale dell’attuale cardinale vicario De Donatis, “don Ben” accetta e dal 2007 è a tutti gli effetti un prete del clero romano. Così continua la sua esperienza pastorale come viceparroco in due comunità e dal 2012 di parroco ai Santi Elisabetta e Zaccaria: la prima parrocchia a ricevere la visita pastorale del vescovo di Roma Francesco due mesi e mezzo dopo la sua elezione, il 26 maggio del 2013. «Fare esperienze così diverse mi ha insegnato a rimettermi in discussione e a uscire dagli schemi, perché ogni uomo è un abisso di mistero e lo è anche ogni parrocchia, ogni territorio. Noi preti diciamo scherzando che per conoscere bene la diocesi di Roma si dovrebbe vivere un paio d’anni in ogni parrocchia». E sono oltre 330.

Con questo ricco bagaglio pastorale don Ben è approdato alla Caritas diocesana, colpito soprattutto dalla periferia esistenziale, «dalla solitudine, molto preoccupante: non ha più età e colpisce dai giovani davanti agli schermi agli anziani segregati in case disastrate o in appartamenti lussuosi. Tutti siamo affetti da questa malattia esistenziale. Avremmo bisogno di essere amati, di ascolto, ma tendiamo a chiuderci, perché sono aumentati il sospetto e la paura dell’altro. Abbiamo la patologia e al tempo stesso la medicina per curarla, ma non abbiamo il coraggio». Poi c’è la piaga della mancanza di lavoro, per permettersi una casa e una vita dignitosa. «Sono centinaia e centinaia le persone che dormono per strada: per accoglierle dovremmo aprire almeno altri dieci ostelli come quello in via Marsala, dove abbiamo 200 ospiti». Gioco d’azzardo e varie dipendenze: un altro ambito che necessita di interventi urgenti. “Don Ben” può contare su circa 1.300 volontari, ma anzitutto sulla preghiera e sulla Parola: «I poveri mi hanno insegnato a rileggere il Vangelo con lo sguardo dal basso verso l’alto». Con umiltà.

(Laura Badaracchi, Avvenire, 21 settembre 2018)