2Anche quest’anno il freddo si è fatto vivo. In queste notti, nella Capitale, la colonnina di mercurio oscilla attorno allo zero e tanti, ancora troppi, dormono in strada. Sono circa 16.000 le persone senza dimora, isolate, fragili, recluse nel dolore e nella tristezza, che vivono a Roma: di queste solo un ridotto numero ha la fortuna di dormire in uno spazio protetto: servizi di accoglienza, dormitori, case famiglia, gruppi appartamento, tensostrutture. Per tutte le altre invece, la maggioranza, «non c’è posto nell’alloggio» (Lc 2,7) e trascorrono in strada o in stabili occupati e fatiscenti tutto il tempo della loro giornata, anche la notte, senza soste, senza pause ristoratrici, senza amicizia, senza scambi relazionali, senza quelle sicurezze essenziali – e di cui speso siamo inconsapevoli – attraverso cui la vita può nascere, crescere e prendere il largo.

Passiamo di fretta per strada, di notte, e vediamo spesso cartoni ammassati, edifici pericolanti e bui, sottopassaggi abbandonati e sporchi. Molto probabilmente però si tratta di spazi abitati, nel buio e nel silenzio. Sono questi i luoghi in cui avviene la silenziosa lotta per la sopravvivenza, in cui si consuma una battaglia costante con il freddo e con la tristezza per rimanere in vita. Alcune persone ogni anno, indebolite dalle deprivazioni e dal dolore, dalle perdite, dalla solitudine, dal sentire che le forze non bastano più, non ce la fanno e muoiono. Ogni anno assistiamo a questo stillicidio silenzioso che sembra ineluttabile; ed è uno stillicidio tanto più cruento perché esposto sempre al rischio dell’indifferenza, una vera e propria malattia dell’anima come l’ha definita Papa Francesco, che può condurre anche noi ad una morte, sebbene interiore.

Forse una parte di noi è arrivata a dire di sé stessa: in fin dei conti non mi tocca, non sono io a dormire all’addiaccio, a non sapere dove andare a mangiare, a non avere famiglia o amici con cui condividere le cose della vita. Ma forse una parte di noi, spaventata, si sta già accorgendo che non sempre questo ragionamento quadra: le nostre sicurezze non sono così inamovibili…dentro di noi, forse, sentiamo ferite e smarrimento, piccole o grandi solitudini inesprimibili, vuoti che attendono di essere riempiti, questioni irrisolte che ci aprono al mistero delle nostre vite e che ci chiamano a qualcosa di diverso, per noi ma anche per gli altri intorno a noi. Sono quei vuoti, quelle zone d’ombra che tentiamo di illuminare con le false promesse del benessere consumistico e della frenesia del “fare”, soprattutto in questo periodo di festività.

Forse guardando con sincerità al nostro intimo e prendendo tutto il coraggio necessario per non coprire il vuoto con le false profezie della mercificazione dell’esistenza, potremmo scoprire che in questo spazio vuoto, piccolo o grande, anche le nostre storie personali hanno subito l’umiliazione di una ferita che è ancora lì e a volte si fa sentire. Si tratta forse di momenti di grazia, questi in cui riusciamo a riconoscerci, con onestà, fragili e vulnerabili: sono i momenti in cui ci accorgiamo di condividere, almeno in parte,  qualcosa con chi vediamo dormire sotto i cartoni. Si tratta di un’esperienza universale, questa, che va al di là di ogni differenza culturale e ci riporta allo strato comune della nostra umanità, a quella condizione di fragilità che condividiamo con tutta la Creazione e da cui è possibile intravedere “cieli nuovi e terre nuove”.

Quest’anno la Diocesi ha voluto ripetere, in modo ancor più partecipato, un’esperienza di vita, un’opera-segno, un periodo di condivisione concreta in cui sia possibile, per ogni persona che lo desideri, vivere un tempo di ascolto, di sé stessi e dei poveri, a contatto con quanti sembrano essere gli “scarti” della società. Un’esperienza che consenta di non rimanere intrappolati in una cultura che obbliga ad autocompiacersi delle proprie azioni altruistiche senza compromettersi realmente, cercando di pensare in grande la nostra città e il “tesoro” che essa racchiude.

La Caritas di Roma ha infatti avviato il Piano Freddo diocesano, un’iniziativa diffusa di accoglienza e accompagnamento che attualmente vede coinvolte parrocchie, un gran numero di volontari e un Centro di Pronta Accoglienza, che ospiterà per 4 mesi circa 70 persone che dormono in strada. A questo spazio di accoglienza al momento 7 parrocchie  hanno deciso di mettere a disposizione altrettanti luoghi in cui cenare con i poveri, stare insieme in modo sobrio e conviviale, passare la notte: in tutto più di 40 posti aggiuntivi. E le adesioni da parte di parrocchie e volontari stanno aumentando di giorno in giorno.

Ma il Piano Freddo diocesano vuole essere ben altro che un’iniziativa strutturata per assistere i poveri nelle loro esigenze. Come ha scritto Papa Francesco, «la sollecitudine dei credenti non può limitarsi a una forma di assistenza – pur necessaria e provvidenziale in un primo momento -, ma richiede quella attenzione d’amore che onora l’altro in quanto persona e cerca il suo bene. […] La salvezza di Dio prende la forma di una mano tesa verso il povero, che offre accoglienza, protegge e permette di sentire l’amicizia di cui ha bisogno» (II Giornata Mondiale dei poveri, 18 novembre 2018). Il Piano quindi raggiungerà il suo vero obiettivo se sarà in grado, in questi mesi, di convertire ognuno di noi alla bellezza della fraternità e dell’amicizia, se permetterà ad ognuno di noi di sperimentare la vicinanza al povero come un’esperienza vivificante e liberante, come uno stimolo per pensare le nostre vite in modo diverso, per semplificarle magari di tutto ciò che le appesantisce e per aprirci ad uno stile di vita più rispettoso degli altri, della nostra città e di noi stessi. La perseveranza nell’amore fraterno, nell’amicizia, testimonia la possibilità concreta di una società diversa, di un modo di pensare e di vivere alternativi, in cui tutte le lacrime, a partire da quelle – spesso trattenute – dei poveri, saranno asciugate.