freddoOgni anno speriamo che non accada e invece, puntualmente, il dramma si ripresenta. Dalla fine di novembre ad oggi sono ben dieci le persone senza dimora decedute a Roma, nove a causa del freddo e una a causa di un gelo molto più subdolo, quello dell’indifferenza. Eventi tragici che dimentichiamo troppo in fretta, che rimuoviamo prontamente dal nostro orizzonte quotidiano. E così, in una città silenziosa nel bel mezzo del frastuono di ogni giorno, si consumano, dimenticati, tragici lutti. E’ bene ricordarli, uno per uno.

22 novembre: una persona senza dimora di 49 anni muore sulla spiaggia di Ostia, viene ritrovata in una cabina balneare dismessa, utilizzata come luogo di riparo durante la notte. La polizia non rinviene segni di violenza: molto probabilmente un malore a causa delle basse temperature.

28 novembre: un uomo di circa 50 anni viene trovato riverso sul marciapiede, zona Scalo San Lorenzo, senza vita. Un corpo scomposto, come un oggetto buttato lì, sulla banchina, dove i passanti camminano ogni giorno. L’autopsia ha accertato che si è trattato di arresto cardiocircolatorio dovuto al freddo.

8 dicembre: una persona di 62 anni muore in Piazza della Rovere, San Pietro, dopo essere stata soccorsa. La causa, anche in questa occasione, è il freddo della notte.

19 dicembre: un’altra persona che viveva in un tugurio nei pressi del Lungotevere (largo Giovanni Battista Marzi) è stata trovata senza vita. Ancora da accertare le cause del decesso, ma non ci sono tracce di violenza.

30 dicembre: via Enrico Fermi, zona Marconi, muore ancora qualcuno. Una persona senza dimora conosciuta dagli abitanti del quartiere con i quali intratteneva da anni relazioni di “vicinato”. Non ce l’ha fatta, ancora una volta la causa è il freddo.

2 gennaio: una persona senza dimora di origini polacche, 50 anni, molto conosciuta nel quartiere di Tor Marancia muore a causa del freddo intenso in piazza Lorenzo Lotto.

4 gennaio: dopo due giorni un’altra persona senza dimora muore sulle sponde del Tevere, ancora una volta per il troppo freddo di quei giorni: le temperature infatti nella Capitale scendono sotto lo zero.

7 gennaio: stavolta ad uccidere l’ennesima persona senza dimora non è il freddo dell’inverno ma il “freddo” della coscienza. Muore Nereo, senza dimora di Corso Italia, investito da un’auto guidata da qualcuno che ancora non si è fermato a prestare soccorso né si è presentato alle autorità. Se quella persona si fosse almeno fermata, assumendosi la responsabilità dell’atto, Nereo sarebbe ancora vivo? Non possiamo saperlo, ma sicuramente non è stato fatto tutto il possibile per salvarlo.

8 gennaio: ponte Sublicio, all’alba viene rinvenuto il corpo di una persona senza dimora, arsa dalle fiamme del fuoco che aveva acceso vicino al suo giaciglio. Il fuoco era stato acceso nella notte per scaldarsi.

14 gennaio: ancora un’altra vittima, una persona senza dimora di 50 anni circa ritrovata senza vita nei pressi di un’edicola di piazza Irnerio, quartiere Aurelio. Ancora una volta il verdetto della condanna è accertato dai medici giunti sul posto: una morte per cause naturali complicate dall’eccessivo gelo notturno.

Si tratta, come si può vedere, di un crescendo drammatico: 2 decessi a novembre, 3 a dicembre e le ultime 5 nella prima metà di gennaio, in cui il freddo ha raggiunto punte davvero allarmanti. Si tratta di un morto ogni due giorni, una vera e propria carneficina. La gente muore per il freddo, in strada, e sembra che non siamo più capaci di dire o di fare nulla. Leggiamo queste poche notizie e siamo quasi ipnotizzati, anestetizzati dalla loro ripetitività. Ma è proprio in questa ripetitività che stanca che troviamo il perché del consumarsi di queste tragiche morti: l’indifferenza della città e il ritardo, cronico, delle Istituzioni nel prendere in carico le persone più fragili ed escluse. E’ fondamentale in questi casi, soprattutto di fronte alle situazioni più vulnerabili, essere presenti, farsi prossimi, monitorare le condizioni di chi, per diverse ragioni, non accede ai servizi di accoglienza. Non si tratta di una soluzione, ovviamente, ma di una prossimità “di emergenza”, da cui, chissà, potrebbe nascere una relazione che conduce la persona al cambiamento, che apre nuovi spiragli di speranza.

E’ necessario recuperare il senso dell’agire civile a partire da scelte concrete di prossimità e di ascolto: non possiamo accettare che le persone più vulnerabili continuino a morire sotto gli occhi di tutti, sotto le nostre case, senza che si muova qualcosa o qualcuno, continuando ad assistere impotenti a queste tragedie.

E non basta nemmeno commuoversi, provare un moto di “pietà” verso questi fatti e poi continuare a vivere le nostre giornate come se non fosse accaduto nulla. Papa Francesco ci mette continuamente in guardia rispetto ad un atteggiamento simile: nella sua prima omelia dell’anno, durante la messa del 7 gennaio a Santa Marta, ha ribadito che «il criterio del cristianesimo è la concretezza, non le idee e le belle parole». Crediamo che questo ragionamento sia condivisibile da tutti i cittadini, credenti e non, che hanno a cuore il bene comune e il bene dell’altro: l’impegno per la giustizia richiede scelte concrete, chiede di scendere in campo e fare una scelta concreta a favore di quanti stanno vivendo, da poco o da molto tempo, situazioni di smarrimento, di fragilità, di sopraffazione. Non si tratta di una scelta “vera”, quella di vivere in strada e di rifiutare l’accoglienza: molto spesso la situazione è determinata da ferite “invisibili” dell’anima, ma non meno dolorose delle ferite fisiche. Si tratta di una “decisione residua”, presa a volte in modo sofferto, a volte in modo rabbioso e disperato da chi ha sperimentato il fallimento di tutte le possibili vie di riscatto, di chi vede solo la dissoluzione della speranza. Per questo rinnoviamo l’invito da parte di Caritas a farsi prossimi. La prossimità, di fronte al dolore, anche nascosto, dell’altro, è il primo fondamentale passo. Un passo che però la città pare aver dimenticato. Quei decessi gridano alle nostre coscienze, di cittadini e di esseri umani: la città deve farsi carico, in tutti i modi possibili, degli ultimi che abitano le strade.