«Prima gli italiani, i nostri poveri»; «perché aiutare chi ha commesso reati quando ci sono tante persone oneste che hanno bisogno?». Sono frasi che sentiamo sempre più spesso: pensieri che hanno attraversato la storia dell’umanità e che oggi, come in altri periodi nefasti del passato, vengono manifestati come slogan per attirare consenso politico, simpatia o notorietà, qualche volta un semplice e triste “like” sui social.

La domanda che mi faccio è se i poveri e i peccatori siano merce oppure se riconosciamo ancora la loro umanità? Se non sono disposto a riconoscere il volto concreto dell’altro, anche se è un “volto” sfigurato dal dolore, dalla povertà materiale, spirituale o affettiva, facilmente non gli permetto di avere lo stesso valore, gli stessi diritti e riconoscimenti.

C’è un campanello di allarme sociale che deve suonare sempre in alcune situazioni: quando le fasce più deboli o disorientate sono considerate oggetti di politiche e decisioni; persone da aiutare ma non da emancipare. Non è umano, ancor prima che cristiano, manipolare le persone, e metterle in stato di guerra tra loro; creare competizione di diritti tra i poveri. Non si comprano le persone, ma si trainano in una dinamica di risurrezione; le si aiuta a risorgere dagli abissi, dal baratro, senza per questo mandare giù altri.

La Quaresima, tempo di preghiera e digiuno, nel racconto evangelico è anche il periodo in cui Gesù combatte contro le tentazioni. Esse indicano una strada facile: uso a proprio piacimento e in modo arbitrario delle leve che si hanno a portata di mano. A discapito anche degli altri; palesando anche azioni di seduzione falsa e fasulla. Ci sono molti modi per approfittare delle debolezze di ognuno, delle paure, di fare leva sul rancore che agita un’umanità disorientata per innescare conflitti e lacerazioni.

Nel Vangelo della quarta domenica di Quaresima, in cui la Chiesa di Roma celebra la Giornata della carità, Gesù viene accusato dagli scribi e dai farisei che dicevano: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Accusato perché avvicina i diversi, gli emarginati: perché ama, perché svolge un’azione di vicinanza verso le persone rifiutate. La lettura ci dice che risponde a questi con la parabola del “figliol prodigo”. Lo fa evidenziando la misericordia del padre che accoglie il figlio dopo il suo tradimento.

E questo è l’altro aspetto che ci deve guidare in questo tempo: la generatività del perdono. Finché ci soffermiamo sul peccato e sul male che l’altro ha compiuto, rischiamo di identificarlo col suo male. Invece, la parabola dice e celebra una realtà semplice e rivoluzionaria: tu puoi anche sbagliare, ma non sei sbagliato!

Il tempo di Quaresima è il periodo nel quale la Chiesa propone di guardarsi alla luce della storia di Gesù e del suo Vangelo. Mettendo al centro il suo volere, la sua giustizia e il suo Regno.

In questo tempo la Caritas invita a vegliare perché non si perda di vista la necessità di vivere il perdono e la riconciliazione, ascoltando le grida sommesse di tante persone che non riescono ad essere riconosciute, comprese, valorizzate. Oppressi anche dall’indifferenza di coloro che possono, che hanno, che fanno le regole che li rendono “altri” da loro, riducendoli così ad esseri inutili, scarti o invasori.

Don Benoni Ambarus
Direttore Caritas di Roma