La testimonianza di don Benoni Ambarus all’assemblea diocesana con papa Francesco

Caro papa Francesco!

Sono don Benoni Ambarus, direttore della Caritas diocesana di Roma. Sono qui per provare a raccontare e testimoniare brevemente l’esperienza che segna me e molti degli operatori, volontari e animatori parrocchiali. Non è mia intenzione raccontare in tono idealistico il nostro servizio, ma con sguardo di speranza.

Quotidianamente incontriamo situazioni e drammi talmente complessi e dolorosi che l’impotenza potrebbe afferrare il nostro cuore. Siamo sopraffatti dalle richieste e marchiati nel cuore dal dolore per non riuscire a farvi fronte. La folla è numerosa e variegata. Ci troviamo a volte nella situazione dei discepoli che dicono al Signore: 200 denari di pane non basterebbero perché ciascuno abbia un pezzo! Ed ogni volta che questo capita, rinnoviamo la nostra obbedienza al Signore, che dopo aver chiesto: Quanti pani avete?, comanda: Fateli sedere!

Ecco, il “farli sedere” per noi è il primo passo del servizio. Il resto poi, decorre in modo più semplice.

A volte ci manca il coraggio di farli sedere, ci manca il posto per farli sedere!

Come “far sedere” le centinaia di migliaia di anziani che vivono soprattutto la solitudine nelle loro case? Come “far sedere” le migliaia di persone che vivono per la strada? Molte di queste sono portatori di povertà molteplici, sono spezzati dentro. Come “far sedere” le migliaia di persone che vivono nelle periferie e chiedono lavoro, casa, attenzione, compagni di fiducia nel quotidiano?

Come “far sedere” le migliaia di giovani che si sentono smarriti; manipolati dalla realtà virtuale dei social, e in balia degli interessi, anche politici, che li indirizzano su posizioni di chiusura, scoraggiamento, di ricerca delle cause del loro disagio nei più deboli, negli stranieri? Come “far sedere” le popolazioni delle carceri ed i rom, che sono gli ultimi degli ultimi?

Ma, vede Santità, noi, come tutte le realtà ecclesiali che si dedicano agli ultimi, proviamo a farlo tutti i giorni! E non perché abbiamo trovato il pane per tutti, tutt’altro; ma perché abbiamo fame di condividere con loro il pane materiale e umano. Forse riusciamo a donare qualcosa, ma abbiamo sempre fame di ricevere da loro. Cosa mai ci possono dare queste categorie di persone?  

Lo dico con forza: loro ci insegnano il valore della vita, terrena ed eterna. Ci insegnano cosa significhi resilienza di vita, dignità e capacità di vivere con ciò che si ha.

Sì caro Papa, ci insegnano la vita.

Quante volte un incontro, una storia ascoltata, un dramma che ci viene consegnato, ci riempie il cuore! Ci risveglia alla vita! Quante volte torniamo nelle nostre case, con il cuore gonfio di dolore per il loro dolore, e allo stesso tempo gonfio di una maggiore determinazione e forza a non rassegnarci, a continuare a fare la nostra parte per l’edificazione del Regno e il servizio degli ultimi! Quante volte torniamo ai piedi del Signore portando il dolore raccolto e nello stesso tempo benedicendolo per l’onore che ci ha dato di vivere, di amare, servire!

Mi permetta di raccontarle una storia per spiegare meglio le mie parole:

Qualche tempo fa, ero al semaforo per attraversare la strada. Ho visto, con la coda dell’occhio, un ragazzo. Sarà stato sui 20 anni di età. Si è fermato vicino al cassonetto dei rifiuti, l’ha aperto ed ha cominciato a frugarvi dentro, con occhio attento. Ad un certo punto ha teso la mano ed ha estratto un pezzo di pane….! L’ha ripulito e portato alla bocca come se fosse un boccone prelibato, senza colpo ferire. A questo punto, immagini Lei ed immaginate anche voi, ciò che si è scatenato dentro di me: vergogna, perché una società come la nostra ancora permette queste cose; vergogna, perché nessuno prova più vergogna. Indignazione, rabbia. L’ho fissato per qualche istante negli occhi: aveva uno sguardo sereno! Le mie emozioni si sono mescolate ulteriormente, tramutandosi in curiosità, stima, desiderio di conoscerlo. Ed invece non ho avuto il coraggio di chiedergli nulla. Poco dopo, il giovane si è voltato ed è andato via. Non ho avuto la forza di corrergli appresso e dirgli: fermati per favore, stai con me, raccontami di te, chi sei, da dove vieni, qual è il segreto del tuo cuore, com’è la vita, come si può vivere raccogliendo il pane dal cassonetto e non indurire il cuore? Insegnami per favore la vita!

Ecco santità, ogni giorno ci confrontiamo con realtà simili. Ogni giorno il Signore si rende presente a noi attraverso gemme simili.

Lungi da me voler enfatizzare i poveri. La povertà non è una passeggiata o un divertimento; è una realtà che segna duramente e graffia nel profondo. Ma credo che non sia neppure una colpa che si deve tramandare di padre in figlio. E anche se attorno a noi ci sono voci che vorrebbero far spazio solo ad una lettura negativa sui poveri, voci che sbeffeggiano o addirittura ci accusano perché ci dedichiamo agli ultimi, vorrei dire con forza: servire i poveri per noi è sempre occasione di ricevere una Buona Notizia in modo fresco e autentico!

Quando poi insieme a loro ci mettiamo seduti attorno al banchetto dell’Eucaristia, la nostra gioia è piena.  Grazie!