Il 9 maggio si è svolto l’incontro della diocesi di Roma con papa Francesco

Ha ascoltato attentamente le testimonianze di chi ogni giorno opera nella sua diocesi appuntandosi i passi salienti. Poi per quaranta minuti, in un discorso pronunciato a braccio, più volte interrotto dagli applausi, ha messo in guardia dalle tentazioni del clericalismo, del funzionalismo e dal timore dello squilibrio. Papa Francesco ieri sera, giovedì 9 maggio, nella basilica di San Giovanni in Laterano ha incontrato la diocesi di Roma al termine dell’anno pastorale dedicato alla memoria e alla riconciliazione. Accolto dal cardinale vicario Angelo De Donatis, prima di fare il suo ingresso nella navata Bergoglio si è intrattenuto qualche minuto in sacrestia con la famiglia rom degli Omerovic assegnataria di una casa popolare a Casal Bruciato dove nei giorni scorsi si sono verificate violente proteste da parte dei residenti e dei militanti di estrema destra. Esprimendo vicinanza e solidarietà alla famiglia, accompagnata dal vescovo ausiliare del settore Est Gianpiero Palmieri, l’ha esortata a resistere e a rivolgersi alla Chiesa per qualsiasi necessità.

Una dura condanna al razzismo, alla xenofobia e alla discriminazione è arrivata poco dopo in basilica. Ai vescovi ausiliari, ai tanti sacerdoti, religiosi e laici presenti il Papa ha ricordato le «guerre tra poveri» che si combattono nei quartieri della Capitale, invitando a stare attenti perché «il fenomeno culturale mondiale, almeno europeo, dei populismi cresce e semina paura». Avverte che in nessun caso è lecito disprezzare i piccoli e «chi è senza umiltà e disprezza non sarà mai un buon evangelizzatore, perché non vedrà mai al di là delle apparenze». Ricordando le parole di Gesù nel Vangelo, quando minaccia a chi lo fa – «gli venga appesa al collo una macina e sia gettato nel profondo del mare» -, Francesco fa una battuta in romanesco: «Roma è un po’ lontana dal mare – dice – ma si può dire “vatte a buttà ar Tevere”».

Il Papa si sofferma quindi sulle difficoltà, sugli squilibri della società e sulle sfide quotidiane emerse dalle testimonianze di don Mario Pecchielan, parroco di san Giovanni Battista De Rossi, di Simona Vasallucci, responsabile di due case famiglia per adolescenti con disagio, di don Benoni Ambarus, direttore della Caritas diocesana, e di una famiglia. Riconosce che la prima tentazione che può nascere è quella di «mettere ordine» nella diocesi e nelle parrocchie, risistemare il «”museo” ecclesiastico della città» ma significherebbe «addomesticare i giovani, il cuore della gente, le famiglie», cadendo nel grave peccato della mondanità. «Non si tratta di risistemare – afferma -. Siamo chiamati a reggere lo squilibrio, a prenderlo con le mani». Per Francesco, non bisogna temere lo squilibrio o fare del “gattopardismo”, cioè voler cambiare tutto senza mutare nulla, e dichiara che il Vangelo è «una dottrina “squilibrata”» e «le Beatitudini meritano il Premio Nobel dello squilibrio». Non è importante avere una «una bella diocesi funzionalizzata» ma ascoltare con il cuore il grido della gente. Esortando a stare alla larga dal clericalismo e dal funzionalismo, fa l’esempio di una diocesi, senza però nominarla, nella quale ci sono «più dipendenti del Vaticano», una diocesi che «ogni giorno si allontana di più da Gesù Cristo perché rende culto all’armonia della mondanità funzionalista».

Bergoglio ribadisce più volte che è importante tornare ad ascoltare il grido della città e richiama alla memoria il discorso pronunciato a Firenze nel 2015 durante il V Convegno ecclesiale della Cei, che, con l’esortazione Evangelii Gaudium, rappresenta «il piano della Chiesa per l’Italia e per Roma». Per riformare la Chiesa bisogna ripartire dall’umiltà, che «nasce e cresce con le umiliazioni». L’occasione è propizia per “rimproverare” i «liturgisti che invece di incensare il Signore, incensano se stessi e non hanno occhi e orecchie per gli altri». La chiave per ascoltare il dolore e le esigenze dell’altro, spiega il Papa, è il «disinteresse verso se stessi», che tiene lontano dal «peccato dello specchio» vale a dire il narcisismo e l’autoreferenzialità. Prima di andare via affida alla sua diocesi due compiti: esercitare uno sguardo contemplativo sulla vita delle persone e sulle nuove culture che si generano in città. Per il cardinale vicario, la diocesi di Roma «torna a casa felice per l’invito a entrare in un santo squilibrio e a vivere da folli di Dio».

(Roberta Pumpo – Romasette.it)