L’intervista del vescovo Gianpiero Palmieri delegato alla carità sul nuovo anno pastorale

Uno «sguardo contemplativo» sulle storie di vita delle persone, come invita a fare il Papa. Con l’impegno di «abitare con il cuore la città» ed essere concretamente accanto a tutti, soprattutto a coloro che soffrono. È quanto sottolinea il vescovo ausiliare Gianpiero Palmieri a Roma Sette a pochi giorni dalla consegna delle linee pastorali per il prossimo anno da parte del cardinale vicario.

Eccellenza, il Papa, durante la Messa vespertina della vigilia di Pentecoste, ha auspicato che la gente riconosca la Chiesa di Roma per un “di più” di misericordia. C’è già quindi un preciso punto chiave per il prossimo anno pastorale.

Il piano pastorale della diocesi, centrato sull’ascolto del grido della città, avrà il suo cuore proprio in questo atteggiamento di misericordia. Il titolo è “Abitare con il cuore la città”. Questo significa, come dice il Papa, avere un “di più” di umanità, di tenerezza per essere capaci di vivere nella città con uno sguardo empatico, positivo nei confronti di coloro che la abitano, soprattutto verso i più poveri e sofferenti.

A quale impegno saranno chiamate le parrocchie e le altre realtà ecclesiali della diocesi nel prossimo anno pastorale, che di fatto sarà avviato il 24 giugno con la celebrazione dei vespri a San Giovanni in Laterano e la consegna delle linee pastorali?

L’ascolto del grido della città sarà concentrato soprattutto su tre direttrici: i giovani, anche attraverso iniziative nelle scuole; le famiglie, in particolare quelle giovani, penso a quelle che portano i figli ai cammini di iniziazione cristiana; le situazioni di povertà, presenze di disabili, malati, anziani, stranieri, persone in difficoltà economica. L’ascolto sarà compiuto dagli operatori pastorali. Nel primo caso, quelli impegnati con ragazzi e adolescenti, cui si aggiungeranno gli insegnanti di religione. Per le famiglie, saranno le équipe di preparazione al matrimonio e al battesimo, i catechisti di comunione e cresima. Per i poveri, saranno coinvolte le varie realtà ecclesiali impegnate accanto a loro. A coordinare questo ascolto delle storie di vita sarà una piccola équipe pastorale insieme ai sacerdoti della parrocchia. Va tenuto presente che il Papa ci ha chiesto di avere uno sguardo contemplativo su queste realtà che ascolteremo, che sappia cogliere la presenza e l’azione di Dio nella vita delle persone.

Il Papa ha deciso di celebrare nuovamente la solennità del Corpus Domini nelle periferie, nei quartieri di Roma. Qual è il senso di questa scelta?

La presenza del Signore nelle nostre città non va fabbricata, dice il Papa nella Evangelii gaudium,ma va soltanto scoperta. Allora anche l’iniziativa del Corpus Domini sottolinea che la presenza del Signore va svelata, e questa solennità così acquista tutto il suo spessore. In questo modo Papa Francesco sottolinea anche il suo ruolo di vescovo di Roma, la sua cura per gli abitanti della città, in modo particolare delle periferie. È una scelta che riprende quella compiuta da Paolo VI.

Un segno dell’attenzione ai poveri, dell’ascolto del loro “grido”, è senz’altro la lettera dei vescovi del Lazio diffusa nella domenica di Pentecoste che riafferma l’immagine di ogni povero come figlio di Dio, a qualsiasi nazione o etnia appartenga. Questo documento da alcuni è stato visto come divisivo, addirittura come un gesto politico o ideologico. Che cosa si è creato nell’humus culturale di questa città, di questo Paese per arrivare a queste considerazioni?

La lettera dei vescovi del Lazio nasce proprio dalla considerazione che la cultura delle nostre periferie è cambiata. È stata pensata a lungo, limata proprio per evitare che prestasse il fianco a letture di tipo politico o ideologico. Il magistero di Papa Francesco, il magistero della Chiesa non è cambiato affatto. Ma siamo passati dall’applauso iniziale in occasione della visita a Lampedusa e dell’omaggio ai caduti nel mare, che creò consenso e simpatia attorno al Papa, all’atteggiamento attuale. Qualcosa è avvenuto nella cultura, nel modo di vedere, nel modo di sentire, nella sensibilità e, direi, anche nella “pancia” degli italiani e anche dei romani.

Questa lettera non vuole essere assolutamente divisiva, ma è uno strumento utile per recuperare unità. I cattolici possono avere visioni politiche diverse, e di fatto ce l’hanno, e anche indicare soluzioni politiche diverse al problema dell’immigrazione ma ciò su cui non ci si può dividere sono i valori del Vangelo. La reazione che c’è stata è molto interessante: alcuni si sono rifiutati di ascoltarla semplicemente dopo aver saputo che il tema era quello dell’immigrazione. Basta pronunciare la parola “immigrato” per sollevare un polverone ideologico. Ma la lettera della Conferenza episcopale del Lazio è al servizio della comunità, chiede di essere ripresa in mano dai parroci e dalle altre persone per trovare unità attorno al Vangelo al di là delle letture di parte, delle letture politiche.

(Angelo Zema, Roma Sette del 16 giugno 2019)