Gioco d’azzardo e manovra economica: è ora di spezzare la dipendenza

Ogni anno, in questo periodo, il dibattito politico si concentra sulla cosiddetta manovra economica. Da un lato c’è la Legge di Bilancio, con cui il Governo è chiamato a definire la propria politica economica, delineando le spese e le entrate previste per l’anno successivo; dall’altro, c’è il decreto fiscale, in cui convergono le misure correlate alla Legge di Bilancio.

Il decreto 124/19, a seguito dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, si trova attualmente all’esame della Commissione Finanze della Camera, dove sono in corso le audizioni alle parti interessate per recepire eventuali modifiche. A fine novembre, il testo revisionato dalla Commissione dovrà essere votato dall’Assemblea dei deputati, per poi passare al Senato per l’approvazione definitiva.

Entro questo scenario, nelle scorse settimane si è consumata la dialettica tra le diverse parti politiche, tra ipotesi di tasse su bevande e merendine, sulla plastica, sulle auto aziendali ecc. Tra tutte le questioni, però, ce n’è una che sembra sempre scivolare in secondo piano: il gioco d’azzardo.

Eppure, quando si parla di Bilancio statale, le entrate che provengono dal comparto dei giochi sono tutt’altro che secondarie. Nei primo otto mesi del 2019 si sono attestate a 10,3 miliardi di euro, con un aumento del 6,8% rispetto all’anno precedente (dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Comunicato Stampa N° 176 del 07/10/2019). Questo accade mentre gli italiani continuano a spendere oltre cento miliardi di euro all’anno in gratta e vinci, estrazioni numeriche, scommesse, slot machines ecc., e mentre aumenta il numero di persone che manifestano comportamenti di gioco problematico o patologico.

Così, nonostante sia per lo più trattato e percepito come un argomento per addetti ai lavori e non smuova l’opinione pubblica come invece accade per altri temi, quello dell’azzardo continua ad essere un problema insoluto e una contraddizione intollerabile da parte dello Stato.

Ormai da anni si attende invano una riforma del settore che metta un argine alla proliferazione dell’offerta di gioco d’azzardo nei territori e nella quotidianità delle persone.

Le misure contenute nel decreto fiscale sono invece emblematiche di come l’esistenza dell’azzardo sia ormai considerata una realtà assodata e imprescindibile per l’erario. L’unico obiettivo che ci si pone è la massimizzazione del vantaggio che lo Stato ne ricava, attraverso modalità di controllo più stringenti, senza tuttavia trascurare le istanze degli operatori del settore.

Le misure riguardano infatti, in sintesi:

  • la proroga delle concessioni per scommesse e Bingo, conseguente alla bocciatura da parte del Consiglio di Stato delle relative gare indette dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, poiché non avevano recepito i contenuti dell’intesa tra Stato e Regioni del settembre 2017 (Le ambiguità della politica sul gioco d’azzardo, 11.09.2017);
  • l’ennesima proroga della rottamazione di slot machines e videolottery non conformi alle nuove disposizioni sul controllo da remoto;
  • l’applicazione di una tassa sulle vincite, a partire dal 15% per vincite tra 500 e 1.000 euro, fino al 25% su vincite superiori a 10.000.000 euro;
  • l’istituzione di un registro unico degli operatori del gioco d’azzardo;
  • il divieto, per gli operatori bancari, finanziari, postali e per tutti i soggetti che emettono carte di credito, di trasferire denaro verso operatori del gioco d’azzardo che operino in Italia senza concessione;
  • l’introduzione di figure autorizzate a compiere operazioni di gioco – online o presso esercizi commerciali – per eseguire controlli per conto dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato.

La tassa sulle vincite, che è stata inserita nel decreto all’ultimo, al posto dell’aumento della tassa sulla raccolta di slot machines e videolottery, che quindi avrebbe pesato anzitutto sui gestori delle macchinette, è un chiaro esempio di quanto gli interessi dell’industria dell’azzardo influenzino le scelte politiche.

A farne le spese sono invece sempre i giocatori che, in questo caso, oltre a dissipare i propri risparmi alla ricerca di una qualche vincita, nel caso se la aggiudicassero, la riceverebbero decurtata dalle tasse, se la misura verrà definitivamente approvata.

Secondo le stime, questo prelievo porterà nelle casse dello Stato quasi un miliardo di euro in tre anni (circa 296 milioni di euro nel 2020 e 316 milioni all’anno nel corso del biennio successivo). Di fatto, non si potrà nemmeno più parlare di gioco d’azzardo come “tassa occulta” caricata sulle spalle dei giocatori: sarebbe una tassa esplicita, dichiarata. Tuttavia, quanti ne sono consapevoli tra i 18 milioni e 400 mila italiani giocatori (Indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, 2019)?

In questa prospettiva, si capisce bene che lo Stato è sempre più inquinato dal gioco d’azzardo dal punto di vista finanziario e politico. Alle associazioni, ai movimenti e a tutte le realtà civili ed ecclesiali impegnate contro questa piaga sociale spetta allora il compito e l’urgenza di continuare a promuovere sensibilizzazione e prevenzione, cercando almeno di interrompere il circuito vizioso dal basso, partendo dai comportamenti e dalle scelte delle persone.

Da parte della politica, tuttavia, ci si aspetta intelligenza, capacità di misurare l’impatto delle proprie decisioni sulla vita delle persone, attenzione alle istanze dei più deboli e non solo di concessionarie e operatori che con il gioco d’azzardo fanno profitto e sanno far valere i propri interessi. Diversamente, ancora una volta, questa manovra economica certificherà la dipendenza dello Stato dal gioco d’azzardo.