«Essere pazzi di amore, pazzi di condividere la propria vulnerabilità con chi è vulnerabile». È questo il mandato che papa Francesco ha consegnato agli operatori e ai volontari della Caritas diocesana e delle parrocchie romane nella visita che ha svolto venerdì scorso alla “Cittadella della carità – Santa Giacinta”. Oltre mille persone, tra ospiti delle strutture di accoglienza e animatori, hanno accolto il Santo Padre, accompagnato dal cardinale Angelo De Donatis e dal vescovo Gianpiero Palmieri. L’occasione erano i 40 anni di istituzione dell’organismo diocesano.

Il Papa, dopo un momento di preghiera privato, ha visitato alcuni dei luoghi simbolo della Cittadella: il Centro odontoiatrico, l’Emporio della solidarietà e la Casa di accoglienza per senza dimora. Al termine si è recato nella sala convegni dove erano ad attenderlo 220 persone in rappresentanza di tutte le realtà.

Il saluto di don Benoni Ambarus

È stato don Benoni Ambarus, direttore dell’organismo diocesano, a rivolgere il saluto di benvenuto al Pontefice. «Siamo operatori, volontari e ospiti – ha detto -, tutti con la stessa attenzione di fare in modo di non dimenticarci gli uni degli altri». «Molti di noi – ha poi spiegato – hanno alle spalle storie di abbandono familiare, fallimenti e vite ai margini, alcuni hanno solchi profondi di sofferenza nell’anima. Altri invece sono qui a testimoniare la bellezza di incontrare questa umanità ferita che li ha portati a scoprire la grandezza del divino che abita ogni essere umano. Noi tutti sperimentiamo una cosa tanto semplice quanto bella: toccare con mano ogni giorno le storie dei nostri fratelli più piccoli; le loro piaghe vive, interiori ed esteriori, ci mettono nella condizione di sperimentare le nostre stesse piaghe, rinnovandoci nella consapevolezza di essere stati salvati».

Il direttore della Caritas ha poi chiesto al vescovo di Roma come pensa la “sua” Caritas per i prossimi quarant’anni. «Finora siamo stati un lievito di carità per migliaia di uomini e donne di tutte le età e di ogni estrazione sociale: come dobbiamo annunciare il Vangelo nei prossimi anni?».

Le testimonianze

Ornella Di Loreto, volontaria al Centro Ascolto Stranieri di via della Zoccolette, ha raccontato il suo servizio iniziato nel 2016. «Sono venuta a contatto con persone con esperienze più diverse per paesi di provenienza, vissuti ed età. I giovani che scappano da Paesi in guerra, quelli che lasciano le loro famiglie con la speranza di un lavoro e quelli che vivono in strada da tanto, troppo, tempo». «In tutte queste storie – ha raccontato – ho trovato sempre tanta umanità, l’umanità vera, quella che ti rimane sulla pelle, quella che si racconta, quella che soffre, quella che spera e che nonostante tutto continua a credere. Ecco, per tutto questo sono felice di essere una volontaria, mi ha insegnato a dire ogni giorno grazie e a smettere di lamentarmi sulle cose che non vanno come vorrei».

Una testimonianza che ha molto commosso tutti i presenti è stata quella di Alessio Aringoli. «Sono stato ospite dell’Ostello per 13 mesi. Venivo da anni terribili. Avevo perso mio padre e mio fratello minore. Avevo chiuso la mia azienda, una casa editrice. Nei mesi precedenti avevo patito la fame. Una notte ho dormito in strada. La Caritas mi ha salvato. Ha salvato il mio corpo, e ha salvato il mio spirito. Mi ha accolto senza domande, senza condizioni, senza giudizi. Mi ha fatto sperimentare la misericordia del Signore, non come discorso astratto, ma come fatto concreto che ha cambiato la mia vita».

Le parole di papa Francesco

In un contesto molto semplice, circondato dai bambini ospiti delle Case di accoglienza o arrivati dall’Eritrea attraverso i corridoi umanitari, il Papa ha pronunciato un discorso a braccio, riprendendo due termini messi in evidenza dal direttore della Caritas: «vulnerabilità» e «intimità itinerante con il Signore».

«La vulnerabilità – ha sottolineato – ci accomuna perché tutti lo siamo. Per lavorare nella Caritas dobbiamo conoscere questa parola: dare aiuto vuol dire riconoscere che ognuno di noi è debole, fragile e che ha bisogno degli altri». Per Francesco «anche Dio ha voluto farsi vulnerabile per noi. Ha sofferto la persecuzione, è stato migrante e si è rifugiato in un altro paese, ha sofferto la povertà. Grazie a questa vulnerabilità possiamo parlare di Gesù come uno di noi». Talmente simile che, secondo il Papa, «possiamo camminare insieme a lui nella vita, questa è l’intimità itinerante». In questo cammino «non si può stara vicini ai poveri a distanza: bisogna toccare le loro piaghe». «Nella vita – ha detto Francesco – ognuno ha la propria carta d’identità, per tutti però il cognome è lo stesso: vulnerabile. Vuol dire che abbiamo bisogno di salvezza e Dio ci è vicino camminando insieme noi e condividendo le debolezze».

Rispondendo alla richiesta di don Ambarus sul futuro della Caritas, il Papa ha parlato della parabola del Buon Samaritano. «Quell’uomo che non era religioso, trova sulla strada uno che era ferito dai ladri e se ne prende cura. Gesù che non dice parole su di lui, dice solo “ne ebbe compassione”. Penso al locandiere, a cosa ha pensato, avrà detto qqqqQ qquest’uomo è un pazzo. Questa è la parola che vorrei lasciarvi: pazzia d’amore, pazzia di condividere la propria vulnerabilità».

A nome di tutti i presenti, don Amabrus ha donato al Santo Padre una copia del vangelo di Giovanni, in etiopico antico; un libro consumato, scritto a mano su pelle di capra, proveniente da Gibuti. «Ci piace pensare questo piccolo dono con un doppio significato» ha detto. «Da una parte ci sembra sia la bellezza del suo ministero: correre per il mondo, per annunciare il Vangelo, consumando le suole delle scarpe e la vita, in uno stato di intimità itinerante con il Signore Gesù; dall’altra è il segno dei nostri stessi fratelli e sorelle che, anche quando hanno una vita consumata e rammendata, sono accompagnati dalla stessa intimità itinerante del Signore».