La mostra sulle migrazioni alla chiesa del Caravita con gli studenti del Ripetta

Da Paolo di Tarso impariamo a sperare anche contro ogni speranza. L’arte può aiutare a sfidare l’inaffrontabile e quindi a comprenderlo col cuore e con la creatività. Alcuni studenti Liceo Artistico Statale Via di Ripetta e Sede di Pinturicchio hanno provato a farlo.

L’antefatto: una visita al Centro di Accoglienza per donne Santa Bakhita della Caritas di Roma; l’emozione e la commozione provate sia nel conoscere – e solo in minima parte – i soprusi e il dolore subiti dalle profughe straniere, ma sia anche nel godere dei loro sorrisi, della dolcezza degli sguardi e dell’apparente serenità mostrata.

Con l’aiuto delle operatrici che danno loro supporto sociale, psicologico e sanitario, le donne ospitate nel Centro fanno i conti con ricordi di guerra, torture, schiavitù, matrimoni forzati, carestia, disastri ambientali, persecuzioni e lottano per ricostruirsi. Devono affrontare un viaggio verso la salvezza –  quello dell’identità, dell’integrazione e dell’autonomia personale – e devono rielaborare la memoria e i legami con ciò che hanno lasciato. Un cammino periglioso e oscuro, costellato di incognite, che però resta tenacemente orientato verso la speranza di una vita nuova.

Nell’incontro al Centro i lacerti delle privazioni e violenze cui sono state costrette sono scomparsi dietro gesti così accoglienti da sciogliere ogni timidezza o paura da parte degli studenti in un abbraccio di amorevole comprensione. Abbraccio che si è trasformato in un lavoro creativo a più voci, in cui i ragazzi hanno mescolato impressioni esterne ed emozioni private,  effetti della tragica narrazione e sensazioni avvertite.

Ne è nata una mostra che vuole sì documentare in immagini il fenomeno migratorio, ma nel contempo rappresentarne gli effetti collaterali: l’esperienza della fuga e dello sradicamento, quella del rifiuto e dell’accoglienza, dell’ostilità e della solidarietà, dell’indifferenza e della partecipazione empatica.

Gli allievi artisti forse non hanno né l’età né il vissuto per comprendere a fondo i confini di questa tragedia esistenziale e sociale, ma di certo hanno la grazia della gioventù e la forza dell’arte per tentare. E lo hanno fatto con i mezzi che son loro propri: le tempere, gli olii, le tele e le tavole, le tecniche miste e le rielaborazioni grafiche e fotografiche, in un intreccio espressivo tra esperienza del dolore e speranza di vita che rende meno duro il presente e più dolce il futuro.

presso la Chiesa del Caravita
Via del Caravita, 7 – Roma
dal 6 dicembre 2019 al 10 gennaio 2020