Ormai da settimane ci stiamo ripetendo che niente sarà come prima: come se il virus per palingenesi avesse modificato e rinnovato tutte le dimensioni della convivenza sociale. Certo, è innegabile che i nostri modi di vivere siano stati stravolti: perlomeno fin quando vaccino e farmaci antivirali efficaci non saranno in grado di ridimensionare il pericolo, gli scenari sociali cui eravamo abituati resteranno profondamente condizionati.

Ma, forse, dovremmo prendere consapevolezza che in questa fase possiamo far nascere dalla costrizione subita l’occasione per cambiare quello che non funziona più, per accorciare le distanze tra diseguali, per cercare di migliorare la vita dei più fragili.  Queste trasformazioni migliorative non si attiveranno certo in automatico, ma anzi avranno bisogno dell’impegno consapevole delle istituzioni. Quello di cui si avverte oggi l’esigenza sono interventi che traccino una linea decisa tra il primo e il dopo, che offrano soluzioni permanenti a problemi sociali che si sono andati accumulando nel corso dei decenni e che, oggi più che mai, reclamano una risposta.

Pensiamo ad esempio alla tematica della terza  e quarta età; tutti quanti siamo rimasti impietriti, addolorati  profondamente dalla strage di anziani che si è purtroppo registrata in molte RSA, in Italia e all’estero; tutti abbiamo avvertito la profonda ingiustizia della vicenda di persone che hanno lavorato tutta la vita, si sono impegnate, hanno cresciuto figli, accumulato meriti personali e sociali e che, nella stagione esistenziale in cui erano più fragili, più indifesi hanno dovuto subire non solo il dolore del virus, ma anche l’insulto di un sistema sociale incapace di difenderli e di assicurare loro, se non altro, una fine dignitosa. Per non parlare della sofferenza dei loro cari, privati dell’ultimo saluto al proprio congiunto.

Il grande tema dell’assistenza agli anziani, nella società italiana particolarmente rilevante a causa degli elevati indici di invecchiamento della popolazione, fa emergere un altro tema, quello della regolarizzazione di quanti oggi li assistono nelle loro case nel nostro Paese: sono moltissimi gli anziani affidati da noi alle cure dei cosiddetti “badanti” quasi sempre immigrati. Un problema che per essere avviato a soluzione non richiede investimenti miliardari ma solo la consapevolezza istituzionale di essere davvero a un capolinea della Storia e che è necessario porre in essere politiche ferme e trasparenti.

Anche qui bisogna ricordare che non stiamo parlando di numeri: i lavoratori domestici hanno storie di emigrazione sofferta, famiglie e spesso figli lontani, percorsi di vita che non possono più essere tenuti nell’ombra, nascosti dalle nebbie dell’irregolarità. Si tratta di fare una scelta di civiltà e anche di efficacia: perché immigrati che hanno chiaro il quadro dei loro diritti e dei loro doveri saranno anche avviati a percorsi di vita più equilibrati, che offriranno maggiore serenità anche a noi che affidiamo loro padri, madri, nonni ormai non più in grado di gestire la propria vita in maniera autonoma.

Naturalmente il tema della regolarizzazione degli immigrati nel nostro Paese non riguarda solo il lavoro domestico o di cura; gran parte del sistema produttivo, soprattutto nel comparto agricolo, si basa su braccianti stranieri che, come si sa, lavorano spesso in condizioni disumane. Bisogna ricordare che circa un terzo se non di più della manodopera nelle nostre campagne è costituito da immigrati, molti dei quali sono tornati ai paesi d’origine quando si è diffusa la pandemia

E oggi, stima di Avvenire, mancano all’appello 250/300 mila braccianti. Senza contare manovali edili, autotrasportatori e altri lavoratori comunque necessari per il nostro sistema socioeconomico. Non si possono assorbire solo gli aspetti negativi della globalizzazione (come il virus), bisogna fare in modo, ad esempio, che un quadro normativo con regole chiare e percorsi efficienti garantisca a tutti gli effetti l’inserimento sociale dei lavoratori immigrati.

Non è più tempo di muri, di ostacoli, di divisioni e di profondissime disuguaglianze sociali; siamo al momento giusto per pensare a una società finalmente inclusiva in cui a ciascuno sono chiari i ruoli, i diritti, i doveri. Ma soprattutto una società autenticamente solidale in cui ci si sappia scambiare energie, risorse e talenti, possibilmente con amore.

Elisa Manna
Area Studi e Comunicazione