Due studiose, la sociologa Elisa Manna e l’avvocato Mariangela Petrilli, approfondiscono sotto diversi punti di viste il fenomeno che, durante la “quarantena”, ha manifestato numerosi episodi.  

Il lockdown e la violenza sulle donne
Elisa Manna
Area Comunicazione e Studi

Ora che la presenza del corona virus si sta facendo meno oppressiva, cominciamo ad accorgerci di altri drammi che hanno continuato, nell’invisibilità costruita dalla coltre pesante del virus, a contaminare la nostra convivenza. Sotto la superficie invasiva della pandemia, si sono a perpetuate le tragedie di sempre, quelle che dalle istituzioni e dai giornalisti permanentemente vengono definite, con un ossimoro, “un’emergenza”. Tra le altre, una delle più gravi e odiose riguarda la violenza perpetrata sulle donne da uomini che 3 volte su 4 sono familiari o partner. Era prevedibile, quasi inevitabile: la convivenza forzata di coppie dall’equilibrio problematico durante la tempesta Covid non avrebbe portato niente di buono. E infatti in 11 settimane ci sono stati 11 femminicidi, qualche volta associati al suicidio dell’omicida, qualche volta agiti alla presenza di figli impietriti, quasi sempre annunciati da lunghi periodi di crisi. In un caso si è trattato di una vicenda di stolkeraggio finita male. Il Ministero dell’Interno ci aiuta a contestualizzare questi delitti attraverso le cifre nazionali del fenomeno: mentre le violenze sessuali, i maltrattamenti in famiglia, gli atti persecutori risultano dal 2018 al 2019 in calo, i femminicidi aumentano; erano il 37 % del totale delle vittime donne nel 2018, sono diventati il 49% nel 2019. Ma è allargando ancora l’obiettivo a livello mondiale che si comprende meglio il profilo del fenomeno: un miliardo e 200 milioni di donne sul pianeta subiscono ogni anno violenza da parte di uomini che spesso sono parenti.
Che cosa vuol dire tutto questo? Come spieghiamo una violenza così estesa in un’epoca che si definisce civile, per lo meno in moltissimi Paesi del mondo?Sbaglieremmo se cercassimo risposte semplici, per slogan. E sbaglieremmo se ne facessimo un tema genericamente “femminista”; la trasversalità tra culture diverse di certa violenza maschile nei confronti di mogli, fidanzate, figlie ha radici profondissime e, al netto di sindromi mentali più o meno gravi, ha a che fare con dinamiche sommerse, spesso del tutto inconsapevoli.
Molti sono i fattori che possono agire: di fondo c’è il ruolo sociale che moltissime culture attribuiscono più o meno esplicitamente alle donne: quello di” sesso complementare”, il cui valore sociale sta nella capacità di completare e rendere felice l’uomo. Va da sé che quando invece non lo completa e non lo rende felice   questo viene percepito dall’uomo come un’impensabile ribellione o quanto meno come un ostacolo alla propria serenità. Questa concezione prende espressioni più evidenti in alcune culture, in altre sembra (sembra soltanto) superata, ma in realtà agisce nelle coscienze sia maschili sia femminili (vedasi una certa “sindrome da perfezionismo” nelle donne). Un altro fattore che concorre a queste tragedie familiari esula dalla questione femminile di per sé e riguarda le modalità espressive nella nostra società: nessuno più ha remore nel manifestare odio, rabbia, invidia, intolleranza nei confronti di chi la pensa in maniera diversa, passioni tristi un tempo quantomeno stigmatizzate a livello sociale. Oggi, come vediamo tutti i giorni, questo modo di esprimere le proprie emozioni avverse ha colonizzato i social (vedi il caso recente di Silvia Romano), trasborda dalle trasmissioni televisive, “infetta” perfino le aule parlamentari. Questa disinibizione della negatività, quest’identità settaria, è stata coltivata in lunghi decenni di una cultura di massa che ha poco a poco affermato l’idea che essere forte vuol dire essere aggressivi, minacciosi, in pratica maleducati se non peggio. Il primato dell’emotività, la perdita del controllo, che un tempo si educava i ragazzi ad evitare accuratamente, si è affermato poco alla volta come momento di autenticità, di affermazione di sé stessi, travisando completamente la costruzione di un io forte proprio perché capace di autocontrollo.
Ma le nostre considerazioni sarebbero fallaci se non includessero, tra i fattori che elicitano l’aggressività maschile, la crisi sociale ed economica, l’accumulo di frustrazioni e di preoccupazioni, la pressione psicologica che la stessa pandemia può aver esercitato su personalità non necessariamente squilibrate, ma certamente già provate da una vita di difficoltà. Ed è soprattutto su questo aspetto che è possibile fare prevenzione: cambiare la cultura delle persone è un processo lungo e difficile, anche se non si deve dare per vinti; aiutarle a vivere in maniera più dignitosa è l’oggetto principale di una politica sociale che si rispetti.

La violenza Domestica ai tempi del COVID – 19
Mariangela Petrilli
Volontario Nucleo Assistenza Legale Caritas

Questo momento di emergenza sanitaria ci ha costretti a recuperare abitudini ormai perdute. Abbiamo riscoperto il piacere di vivere la giornata con la famiglia in casa, di condividere il pranzo ed il lavoro. Così parole asettiche quali il “confinamento a casa” o il “distanziamento sociale”, pur richiamando un terrificante scenario futuristico di isolamento, di fatto sono stati l’occasione per molti per riscoprire i valori della famiglia e del lavoro da casa ed in casa. In molti abbiamo riscoperto le abitudini delle nostre nonne come fare il pane con le nostre mani.
Il confinamento era l’unica arma che si prospettava efficace per interrompere e rallentare la catena dei contagi da COVID-19.
Sembriamo tutti diventati migliori, tutti proiettati alla ricerca di valori perduti, perfino i delitti sembrano essere diminuiti.
I furti in appartamento sono sensibilmente diminuiti e così sembrerebbe essere, in base alle statistiche, anche per il numero delle violenze domestiche.
In realtà il confinamento non è stata una misura salvifica per tutti, ad essere diminuite, sono le denunce delle violenze subite (in Italia, meno della metà) perché confinati tra le mura domestiche diventa difficile anche fare una telefonata di soccorso.
L’amara realtà è che essere costrette a rimanere in un ristrettissimo spazio vitale con una persona violenta ha aumentato i crimini in famiglia di circa il 30% in Europa, benché di fatto le denunce risultino inferiori.
A ciò sia aggiunga che le forze dell’ordine e i sanitari sono già pienamente assorbiti dall’emergenza epidemiologica e difficilmente riescono ad intervenire tempestivamente in caso di violenza.
Gli studi legali, in questo periodo non hanno ricevuto richieste di assistenza neppure da clienti con procedimenti di separazione giudiziale pendenti, caratterizzati da situazioni pericolose per l’incolumità personale e fortemente pregiudizievoli per l’educazione della prole che, prima dell’emergenza, si relazionavano costantemente con il proprio legale di fiducia.
È pertanto indispensabile, oggi più che mai, fornire strumenti celeri ed efficaci per dare alle donne un canale per denunciare la violenza.
Inviti in tal senso arrivano anche a livello internazionale
L’Onu, consapevole che nel contesto specifico di questa pandemia e delle restrizioni ai movimenti, soprattutto le donne, in ragione della disuguaglianza di genere, sono poste a grave rischio proprio in casa, ha proposto di inserire specifiche misure contro la violenza domestica nei piani di risposta al COVID-19 gestiti dalle autorità competenti a livello nazionale.
Le Nazioni Unite invitano a creare sinergie con le organizzazioni idonee non solo a potenziare il supporto telematico ma a proporre soluzioni innovative, quali la possibilità che chi lavora nei supermercati e nelle farmacie – cioè praticamente le uniche attività commerciali aperte – possa raccogliere le richieste di aiuto delle donne in tutta sicurezza.
La commissione europea per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere invita a pensare anche alla gestione del post-emergenza, perché le donne saranno le principali vittime della crisi economica futura.
Diverse associazioni stanno lamentando la carenza di alloggi per ospitare le vittime di violenza anche in ragione delle regole sanitarie da rispettare che comportano. Il Parlamento europeo, infatti, ha adibito parte di un proprio edificio nella capitale belga a ricovero per donne vittime di violenza domestica.
La Commissione europea per l’uguaglianza ha sollecitato gli Stati membri a ratificare la convenzione di Istanbul sulla lotta contro la violenza sulle donne e ad utilizzare i diversi programmi europei a supporto di questa battaglia, nonché i fondi che finanziano iniziative per la prevenzione della violenza sulle donne e sui bambini e per il supporto delle vittime.
Questi strumenti tuttavia non sono mai stati sufficienti neppure in tempi normali, quanto nessuna emergenza costringeva le donne e i bambini a rimanere costretti in una situazione pregiudizievole
Basti pensare a quanti paesi sono incorsi, in infrazioni per il mancato reperimento delle direttive. Non dimentichiamo che l’Italia è stata sanzionata (con formale messa in mora) per il mancato reperimento della direttiva europea 2012/29 sui diritti delle vittime di violenza.
Per far fronte all’attuale situazione Francia e Spagna hanno già attivato soluzioni “ingegnose”: nelle farmacie le donne in difficoltà possono chiedere una «mascherina 19», prodotto non esistente in commercio, quale messaggio in codice di aiuto. In Italia, nelle farmacie verranno distribuiti opuscoli informativi e sarà esposto il numero verde antiviolenza 1522, attivo 24 ore.
Ma se è vero che questa epidemia è stata per tutti l’occasione di riscoprire antichi valori, non possiamo delegare il compito dell’attenzione all’altro solo alle istituzioni o alle organizzazioni. L’attuale situazione ci invita ad azionare “le orecchie del cuore”, ad essere solleciti ad azionare quella spinta quell’energia che ci spinge gli uni versi gli altri a sentirci parte di un unico corpo tendendo la mano a qualsiasi richiesta di aiuto anche se non espressa.
L’unica norma da applicare in questa situazione di emergenza è il divieto di indifferenza.