L’emergenza da Covid-19 e il conseguente lockdown, hanno aggiunto ulteriore complessità ad una situazione già difficile e stressante come quella che si trova ad affrontare un minore non accompagnato, appena giunto in un territorio straniero e sconosciuto. La vita è cambiata improvvisamente, come d’altronde per i loro coetanei in Italia e in gran parte del mondo. A Roma per prima cosa sono state chiuse le scuole, poi una sera di marzo, un lockdown quasi totale ha imposto loro di rimanere chiusi in casa. Non sono più potuti uscire per vedere amici e conoscenti, non hanno ricevuto visite, il loro progetto è rimasto sospeso, congelato. Hanno dovuto imparare nuove abitudini, stare a distanza, vedere gli educatori col viso coperto.

La prima reazione dei minori non accompagnati, accolti nei centri promossi da Caritas Roma, come per molti adulti, è stata di incredulità e di rifiuto. E’ stato difficile capire e inquadrare ciò che stava succedendo.

Nei primi giorni i ragazzi hanno messo in atto dei tentativi di negazione (“non è possibile”, “stanno esagerando”, “non è vero”, “qui non arriverà” ecc.), meccanismo di difesa peculiare della fase iniziale di un evento traumatico.

In breve tempo, con il costante flusso di informazioni che giungevano dai mezzi di comunicazione e dalle famiglie di origine con le quali i ragazzi hanno sempre mantenuto il contatto, è sopraggiunto il senso di vulnerabilità e la tendenza all’isolamento che ha significato, in questa emergenza, “mettere in attesa” aspettative, investimenti e progettualità appena iniziati.

Improvvisamente i ragazzi si sono ritrovati a non poter più fare tutte quelle cose che erano parte integrante della loro vita quotidiana: i ritmi dettati dalla scuola, le uscite, la vita sociale all’esterno. Tutto questo avveniva in un contesto ancora sconosciuto, in cui si parla una lingua diversa dalla propria e si è lontani dalla propria famiglia e dalle proprie consuetudini.

L’uomo, in quanto essere sociale, basa il suo sviluppo evolutivo e il suo benessere sulle relazioni interpersonali; bambini e adolescenti hanno un bisogno fondamentale di vivere relazioni con adulti e con i pari. Pertanto la deprivazione di relazioni significative e importanti, per un lungo periodo di tempo, è difficile da tollerare e può portare a malessere e all’adozione di modalità di adattamento disadattive.

In questa fase sono, infatti, sopraggiunte le prime difficoltà dovute al disorientamento da trauma; la maggior parte dei minorenni ha iniziato ad avere disturbi del bio-ritmo sonno/veglia. Le fasi del sonno si sono alterate, talvolta fino ad invertirsi, e i ragazzi lamentavano di avere incubi e difficoltà ad addormentarsi, cosa che li portava, spesso, a restare svegli durante la notte con il cellulare acceso, a dormire al mattino e a sentirsi stanchi e poco reattivi durante il giorno.

Molti tendevano ad isolarsi, a chiudersi nelle camere con una sovraesposizione al telefono e ai mezzi di comunicazione.

Questo aspetto legato alla possibilità dell’utilizzo della tecnologia, ha presentato due facce opposte: da una parte ha dato loro la possibilità di sentirsi meno soli, mantenendoli connessi costantemente con le persone care e gli amici, riducendo il senso di smarrimento e sopraffazione; dall’altra ha portato alcuni ad isolarsi eccessivamente, rischiando di compromettere la partecipazione alla vita di comunità e  la possibilità di attingere alle risorse comunicativo-relazionali, di integrazione e di collaborazione col contesto di vita.

Ci sono stati dei casi di ansia, panico, tristezza persistente e somatizzazione, soprattutto di tipo regressivo, attraverso le quali i minori hanno cercato attenzione e conforto dalle figure adulte di riferimento. Tendenzialmente si è percepito una certa difficoltà nel mantenere e ristabilire regole e ritmi della vita comunitaria. Tutti hanno espresso preoccupazione per il loro futuro in Italia, per l’interruzione del loro progetto di inclusione sociale e in qualche caso anche paura per l’incolumità dei propri cari.

A poco a poco questo disorientamento ha lasciato il posto ad una fase successiva; quella dell’adattamento. Tutti noi abbiamo dovuto lasciare il tempo alle nostre menti di adattarsi a questa improvvisa emergenza. Abbiamo dovuto adeguare i nostri schemi mentali e cognitivi in modo da comportarci diversamente, modificando vecchie consuetudini e imparando nuove modalità di vivere la nostra quotidianità.

Anche l’equipe ha vissuto emozioni simili. Un elemento importante, con cui ogni operatore ha dovuto confrontarsi è stata la propria ansia personale rispetto alla possibilità di contagio; un percorso che non è terminato, ma che continuerà per tutta la durata dell’emergenza sanitaria. L’equipe, è stata la prima risorsa attivata; attraverso il confronto e il conforto reciproco, gli educatori si sono appoggiati gli uni agli altri e la formazione specifica attivata dall’Area Sanitaria della Caritas di Roma. Hanno condiviso la responsabilità educativa e insieme cercato e trovato nuove strade per rispondere al mandato istituzionale di cui sono investiti. Questo ha permesso un salto educativo e un cambio di prospettiva, definendo la situazione non più come un limite, ma come una sfida. Da qui, ha seguito la riorganizzazione del lavoro e la ripresa delle attività, permettendo gradatamente ai ragazzi di “riaffacciarsi” alla vita di gruppo, superando resistenze ed isolamento, e ricominciando a cercare contatto e relazione più costante con i pari e con le figure educative.

È stata questa la fase in cui i ragazzi hanno dato prova delle loro ottime capacità di resilienza, adottando strategie di coping adattivo e dimostrando senso di responsabilità anche nei contesti più complessi e delicati da gestire.

Hanno ripreso le attività scolastiche e quelle inerenti l’insegnamento della lingua italiana, avvalendosi della Didattica A Distanza (DAD), ridimensionando così anche le difficoltà iniziali dovute ai disturbi del sonno. I colloqui di sostegno psicologico sono stati offerti e mantenuti in modalità on line, con l’ausilio del mediatore linguistico culturale, per sostenere tutti coloro che lo richiedevano o per i quali l’equipe valutava il bisognoso.  

Inoltre, la chiusura verso la vita comunitaria ha portato, con il sostegno delle figure educative, a una forma di contenimento delle ansie verso il futuro. Per questi ragazzi l’incognita del domani ha un punto interrogativo molto grande e caratterizzato da diverse variabili; se in un primo momento fermare il progetto è stato percepito come un danno, successivamente la chiusura obbligatoria del mondo ha permesso di costruire mentalmente una zona “temporalmente” franca, in cui potersi concentrare sul qui ed ora, potersi riposare dalla aspettative delle famiglie e potersi godere delle relazioni affettive con adulti attenti e pari accomunati dalla medesima situazione. Gli educatori si sono inseriti in questa zona franca utilizzando lo strumento principe del loro lavoro: la relazione, sia all’interno di momenti strutturati (colloqui individuali e di gruppo, laboratori ludico-ricreativi e giochi di gruppo), che informali (la “chiacchierata”  dopo cena, lo scherzo). Le equipe sono state molto abili ed efficaci nel proporre ai ragazzi attività artistico-espressivo e ludico-ricreativo che li coinvolgesse e li vedesse protagonisti di creazioni di storie, narrazioni, video, filmati, disegni, musiche e giochi. Nel rispetto delle nuove regole sociali (distanziamento in primis), si è scelto di non sacrificare l’affettività, ma di esprimerla nelle più svariate forme.

I ragazzi hanno risposto molto bene, dimostrando interesse e partecipazione, creando insieme nuovi equilibri e recuperando una dimensione di coesione ed interdipendenza. Nella maggior parte dei casi, si sono adeguati velocemente ad adottare le misure sanitarie richieste e le norme di distanziamento sociale e di clausura del lockdown senza opporre resistenza.

L’équipe educativa si è interrogata sull’impatto che questa vita diversa poteva avere sui ragazzi. È stato elaborato, pertanto, un questionario con l’obiettivo di indagare la loro percezione dei cambiamenti su aspetti come la scuola, la vita in casa, il tempo libero, la salute. È stato uno strumento per permettere ai ragazzi stessi di riflettere su quanto stavano vivendo e poterlo esternare, dando un nome alle emozioni e una maggiore comprensione ai loro vissuti e ai loro comportamenti. Si conoscono, infatti, gli effetti esterni del lockdown, le conseguenze oggettive sulla vita quotidiana, ma non si voleva dare per scontato nulla su come questi sono percepiti dai ragazzi. Il questionario è stato diffuso anche tra ragazzi che non fanno parte delle nostre comunità e tradotto in diverse lingue, i risultati sono ancora in elaborazione. Nonostante ancora non si conoscano i risultati dell’indagine, una cosa è certa: i ragazzi accolti con il loro comportamento sono stati degli ottimi rappresentanti di una generazione che ha compreso e accettato di fare sacrifici per il bene della società in cui sono accolti, specialmente per i suoi membri più fragili.

“Non possiamo fermare quello che sta accadendo ma possiamo cambiare le nostre reazioni e prospettive, il modo in cui vediamo ciò che stiamo vivendo”: questa è stata la strategia di supporto alla loro capacità di resilienza.

Ci siamo resi conto, inoltre, che è stato fondamentale fornire un “ambiente di sicurezza”, nel quale i ragazzi potessero percepirsi contenuti, protetti, ascoltati e sentissero legittimate le proprie risposte emotive di preoccupazione ed ansia.

Di seguito alcune Buone Prassi che si sono rivelate utili in questi mesi, alla luce di quanto è stato esposto precedentemente:

  • fornire ai ragazzi informazioni sanitarie precise e puntuali;
  • sottoporre i nuovi ingressi dei minorenni all’interno dei centri di accoglienza a screening sanitario, a tutela della salute sua e dell’intera comunità;
  • utilizzare gli strumenti digitali per sostenerli nei percorsi didattici e di integrazione;
  • sostenere psicologicamente i ragazzi che hanno un percorso specifico e coloro che lo richiedono;
  • sviluppare attività laboratoriali utili a sostenere il processo di resilienza;
  • garantire a tutti i minori uno spazio di ascolto attivo e partecipe, così da poter informare, accogliere e sostenere i cambiamenti e le paure relative all’emergenza sanitaria
  • fornire all’equipe educativa una formazione sanitaria specifica per Covid-19
  • sostenere l’equipe con lo strumento della supervisione educativa.

Articolo realizzato dall’Area Minori della Caritas di Roma come contributo al Global Refugees Forum, Initiative for Child Rights promosso da Caritas Internationalis.