Di dati disponibili ormai ce ne sono molti. La pandemia da Covid-19 ha moltiplicato e non solo disvelato le aree di povertà e di precarietà di troppe persone e famiglie a Roma. Essa ci sta sollecitando a compiere anche un atto di realismo prima ancora che di coraggio e di onestà intellettuale. La pandemia ci sfida a ricomprendere nella dimensione della carità quella della promozione e della tutela dei diritti delle persone, dei cittadini. Lo sottolineo perché è evidente che nessuna realtà di carattere pubblico, sociale, privato o religiosa può pensare di essere in grado di rispondere da sola a quella domanda di accesso a prodotti e beni di prima necessità che da mesi si sta diffusamente manifestando alla luce del sole nei nostri quartieri, sulle strade, di fronte a tante chiese e a sedi di associazioni. Certo, alla base di tutto è indispensabile che permanga e si sviluppi una vera attitudine all’ascolto e alla relazione con un popolo che di invisibile ha ormai davvero ben poco. Ma non basta e non può bastare! Non basta, per quanto continui ad essere indispensabile, la straordinaria mobilitazione che conferma la generosità di Roma e dei romani, per raccogliere e distribuire generi alimentari e di prima necessità a migliaia di famiglie. C’è un’emergenza nell’emergenza ed è racchiusa in un paradosso: sono molteplici le misure, le iniziative soprattutto pubbliche per venire incontro a chi più duramente sul piano economico e sociale è stato colpito dalla pandemia, ma in molteplici casi i diretti interessati, cioè i legittimi e potenziali beneficiari, non ne sono a conoscenza, oppure, a volte, rinunciano a prescindere, perché vivono una condizione di sudditanza verso coloro a cui dovrebbero chiedere. Si ottiene così un duplice risultato negativo, quello di non agire i propri diritti e di accentuare il pessimismo e la perdita di fiducia in sé stessi, negli altri e nelle istituzioni pubbliche e non solo. Le reti di solidarietà e di impegno civico che in questi mesi Roma ha potuto nuovamente riconoscere ed apprezzare come una delle sue principali ricchezze, sono chiamate a compiere un ulteriore passo verso una carità che si fa davvero promozione umana perché riesce ad andare ben oltre quell’assistenza che altrimenti è destinata a creare dipendenza, per proporsi come preziosi canali di diffusione della cultura e degli strumenti di promozione e di tutela dei diritti. In questa direzione, occorre allargare l’orizzonte, i beni di prima necessità di competenza di questa carità, riguardano anche l’accesso al credito; il corretto utilizzo delle risorse economiche di cui si dispone, per il quale o si educa alla redazione dei bilanci familiari mensili e dei diari di spesa, oppure si lascia il campo ad aziende senza scrupoli se non quello del profitto o addirittura agli strozzini; alla prevenzione e al contrasto del sovraindebitamento, del gioco d’azzardo e dell’usura, cioè di una filiera patologica sempre più interconnessa; all’educazione alla scelta del fornitore di acqua, luce e gas per evitare l’invasione a cui siamo sottoposti a volte fin dentro le nostre case, di pratiche commerciali e di marketing che in omaggio al dio libero mercato non esitano a far sottoscrivere contratti capestro alle persone meno provvedute; all’educazione alla sottoscrizione di contratti assicurativi corretti e trasparenti per auto e moto, evitando così il dilagante del fenomeno dell’elusione assicurativa, anche quella socialmente ancor più irresponsabile della rc auto.
Questo appello ad aprire la stagione dei diritti per realizzare un virtuoso incontro con le più tradizionali e nobili pratiche della carità, risponde in fondo all’acuta consapevolezza che nell’era dei social e del proliferare dei canali d’informazione, la solitudine di molti è ancora più accentuata quando ci si trova di fronte a scelte di vita quotidiana apparentemente semplici o scontate. È un orizzonte che risponde ad una necessità, quella di non aspettare che le persone “vengano e chiedano”, ma di andare invece loro incontro, varcando quei cancelli d’ingresso di certi agglomerati di case che molte di quelle persone ospitano. Andare per tessere relazioni e camminare insieme.
Sono troppe le persone che vivono in solitudine e non è solo una questione economica. L’esercizio di amore a cui siamo chiamati (Gv 15, 12-17), non può essere solo sentimento o facile commozione, ma richiede ascolto profondo, condivisione sostanziale di risorse, di competenze, di capacità, di aiuto economico, per far rialzare in piedi persone che non vanno assistite una tantum, ma accompagnate, per aiutarle con molta umiltà e tanta riservatezza, a rialzarsi in piedi e a ripartire facendo leva sulle loro risorse, fuori dunque da ogni poco cristiano assistenzialismo. Affinché questo avvenga occorre pure aprire spazi di partecipazione civica, coinvolgendo anzitutto i giovani, insieme a persone adulte e mature che possono avere competenze, conoscenze, esperienze preziose per superare i muri eretti da una burocrazia dai mille volti, fine a sé stessa che alimenta sempre più la drammatica separazione a cui assistiamo tra il primato dei diritti delle persone più fragili e l’azione di uno stato che arranca vistosamente per cercare di dare seguito a ciò che promette perché ancora ostile alla cultura della sussidiarietà orizzontale (art. 118 della Costituzione).
C’è bisogno dunque di persone di buona volontà, aperte al nuovo, al di là della loro età, nel rispetto di quella grande tradizione nella carità della Chiesa di Roma, in grado nel tempo anche di farsi pacificamente valere rispetto ad ingiustizie e a forme di violazione della dignità delle persone non più tollerabili.

Giustino Trincia
diacono, Fondazione antiusura “Salus Populi Romani”