di Roberta Pumpo – Romasette.it

Mantenersi umile continuando a essere il pastore degli ultimi. Si può riassumere così il mandato che il cardinale vicario Angelo De Donatis ha affidato a monsignor Benoni Ambarus, nuovo vescovo ausiliare della diocesi di Roma e titolare di Tronto, conferendogli l’ordinazione episcopale. E non a caso ad applaudire il nuovo presule mentre attraversava le navate, oltre ai parrocchiani delle comunità nelle quali monsignor Ambarus ha svolto il suo servizio, c’erano anche coloro che la società considera “gli scarti” ma che nei centri della Caritas diocesana hanno trovato un porto sicuro. Durante la Messa celebrata ieri sera, 2 maggio, nella basilica di San Giovanni in Laterano, il porporato ha avvertito monsignor Ambarus che il suo ministero non sarà «arricchito» dalle numerose proposte o iniziative pastorali nelle quali si potrà cimentare. A fare la differenza sarà la sua capacità di donarsi al prossimo, la possibilità che si darà «di fermarsi, sostare, rimanere accanto ai più emarginati e deboli, con tutti quei fratelli che, alcune volte, anche come Chiesa fatichiamo a vedere, accogliere e includere».

ordinazione episcopale don Benoni Ambarus, san Giovanni in Laterano, 2 maggio 2021Ad accompagnare monsignor Ambarus come conconsacranti c’erano il cardinale Enrico Feroci, suo predecessore alla guida della Caritas di Roma, e l’arcivescovo di Bucarest Aurel Percă. Attorno all’altare i cardinali Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, e Mauro Gambetti, arciprete della basilica di San Pietro e vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, oltre a numerosi vescovi, tra i quali gli ausiliari di Roma.

Arrivato in Caritas quattro anni fa – da vicedirettore prima e dal 2018 in qualità di direttore – don Ben, come affettuosamente lo ha chiamato il cardinale De Donatis, ha sperimentato «fortemente come quella dei poveri sia una corsia preferenziale usata dal Signore per arrivare al nostro cuore talvolta appesantito e miope». L’invito è quindi quello di «perseverare nella cura paterna e materna verso i piccoli», tenendo ben presente che la Chiesa di Roma «presiede nella carità se ama nei fatti, non a parole». Al nuovo ausiliare ha chiesto di continuare «ad amare la Chiesa e ad accudirla anche se dovesse capitare di sentirti incompreso; alcune volte la madre anziana fatica a comprendere l’entusiasmo del figlio». E ancora: «Coltiva l’arte dell’ascolto attento e disponibile. Fai memoria della misericordia che il Signore usa con te per farne metro di misura con gli altri. Ricordaci che l’essere discepoli di Gesù non è un ruolo, o una posizione sociale ma la scelta di un modo di vivere. Resisti nella Vite, metti a disposizione i tuoi cinque pani d’orzo e due pesci e non temere, perché il Signore è con te».

Affidandosi a sant’Agostino, il cardinale ha rivolto a monsignor Ambarus lo stesso augurio fattogli 21 anni fa in occasione dell’ordinazione sacerdotale: «Ci vuole umiltà, umiltà e ancora umiltà». Parole che il neo vescovo, apparso visibilmente commosso durante il rito di insediamento al primo posto fra tutti i vescovi concelebranti, nel suo saluto finale ha confessato che all’epoca le considerò «frettolose e poco personalizzate» ma a distanza di anni ne ha compreso il valore anche grazie al dono «di essere stato chiamato a servire i poveri e l’animazione della pastorale della carità». Dopo aver ricordato le tappe del suo cammino pastorale, cominciando con la nomina di educatore Seminario al Maggiore, e ringraziato le comunità parrocchiali di San Frumenzio, Santa Maria Causa Nostrae Laetitiae, Santi Elisabetta e Zaccaria, Santa Maria Mediatrice, monsignor Ambarus ha rivolto il suo pensiero alla Caritas diocesana. L’ha definita «una pietra miliare» dove i poveri incontrati, gli operatori e i volontari sono stati «maestri» che lo hanno aiutato a definire «in modo deciso e limpido l’identità sacerdotale, a servizio del Regno. Grazie a questo ministero – le parole di don Ben – posso affermare di avere avuto il dono della consapevolezza, oltre a uno sguardo ampio sulla città e sulle sue luci e ombre. Grazie amici miei perché mi avete preso per mano, perché mi state insegnando a vivere in modo autentico».

Alla liturgia hanno partecipato anche numerose autorità militari e civili tra le quali il sindaco di Roma, Virginia Raggi, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti,  l’europarlamentare Pietro Bartolo, “il medico di Lampedusa”. Lo stemma scelto da monsignor Ambarus è composto dallo scudo, la croce, il galero prelatizio e il cartiglio con il motto “Omnia quae habuit misit” ossia “Gettò tutto ciò che aveva” e che riprende le parole pronunciate da Gesù in riferimento alla vedova povera che mise nel tesoro del tempio due monetine, tutto quello che possedeva per vivere.