Audizione di mons. Benoni Ambarus alla Commissione Affari costituzioni dalla Camera

«Un’idea di città può nascere dal contributo di tutti e deve essere frutto di un sogno e di un lavoro condiviso». È questo il filo conduttore degli interventi di monsignor Gianpiero Palmieri, vicegerente della diocesi di Roma, e di monsignor Benoni Ambarus, vescovo ausiliare incaricato per la pastorale della carità, dei migranti e delle missioni, nel corso dell’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera che si è tenuta lo scorso 25 maggio. I due presuli sono stati invitati nell’ambito dell’esame congiunto delle proposte di legge costituzionale recanti modifica all’articolo 114 della Costituzione, in materia di ordinamento e poteri della città di Roma, Capitale della Repubblica.

Sono cinque i testi attualmente in discussione a Montecitorio sui quali i due vescovi, collegati in streaming durante lo svolgimento dell’Assemblea generale della Cei, non sono entrati nel merito preferendo invece indicare quelle che, secondo il Vicariato di Roma, sono da ritenersi alcune priorità. Un processo che valorizzi gli ambiti culturali, le radici cristiane, la storia e i valori della Città eterna ma che tenga conto dell’espansione e di una popolazione che ormai vive le grandi periferie urbane; ma anche una riforma che metta ordine nella sempre più farraginosa macchina amministrativo-burocratica, alla dispersione di poteri e indirizzi tra molti enti, per venire incontro in primo luogo ai cittadini più deboli e svantaggiati.

«Le proposte di legge – ha detto monsignor Palmieri – hanno tutte l’obiettivo di migliorare il governo amministrativo di Roma partendo da una diversa ripartizione dei poteri, nel rispetto dall’articolo 114 della Costituzione, andando meglio a specificare quella che era l’intenzione dei costituenti nel ritenere la Capitale come una amministrazione meritevole di uno status proprio rispetto alla regolamentazione degli altri enti locali». Il vicegerente si è detto d’accordo con quelle iniziative che individuano in Roma Capitale e in Roma Metropolitana «un territorio che per caratteristiche amministrative, sociali, economiche e culturali sia tale da richiedere uno specifico ordinamento, al pari di quanto avviene in altre Capitali europee».

Il presule ha poi messo in luce alcune peculiarità della città di Roma che derivano dall’essere il centro mondiale del cattolicesimo con la presenza di istituzioni internazionali, congregazioni religiose e ben diciannove atenei pontifici. Vi è inoltre la specificità che «la diocesi di Roma è l’unica al mondo a coincidere quasi interamente con un territorio comunale». Elemento questo che nella costituzione apostolica Vicariae Potestatis in Urbe emanata da Paolo VI nel 1977 ha visto «l’organizzazione amministrativa e pastorale della diocesi promuovere delle prefetture pastorali che rispecchiavano la suddivisone in circoscrizioni che all’epoca si era data la città».

Il direttore della Caritas, il vescovo Ambarus, ha sottolineato anche le enormi contraddizioni della città che già prima della pandemia vedeva «un forte peggioramento delle condizioni di precarietà socio-economica sofferte da un numero sempre maggiore di persone e di famiglie e allo stesso tempo l’allargamento della forbice tra classi sociali, con forti polarizzazioni». Una città diseguale e con forme di povertà radicata a cui si aggiungono forme nuove di disagio acuite dal Covid-19. L’ausiliare ha poi indicato due temi in particolare, la sanità e l’edilizia residenziale pubblica, in cui «un maggiore coordinamento di competenze tra Regione e Comune sarebbe auspicabile e necessario». Per Ambarus, nel territorio di Roma Capitale «vi sono tre Asl che operano con una complessa rete di Aziende ospedaliere e Policlinici universitari in cui ripartizioni e competenze si moltiplicano. Questo, oltre a creare disorientamento e inefficienze, porta spesso all’erogazione dei servizi in modo disomogeneo. La pandemia ha messo in luce tutte le difficoltà derivanti da un simile sistema».

Anche nell’ambito delle politiche per la casa – con 14mila persone in attesa di un alloggio popolare e un numero di sfratti esecutivi destinato a crescere esponenzialmente dopo l’emergenza Covid – le diverse competenze tra Comune e Regione «invece che a sinergie portano a una dispersione di efficienza». Per il presule, le difficoltà nascono dalla gestione del patrimonio pubblico dove «il problema più gravoso è determinato dalla sua doppia natura: uno comunale, gestito da Roma Capitale con 28mila alloggi, e l’altro regionale gestito da Ater con 46mila, ognuno ovviamente su una banca dati diversa e non collegate fra loro. A questo si aggiungono le diverse competenze tra enti per l’assegnazione, la gestione e la manutenzione».