Altre due persone sono morte in strada . Si tratta di morti – cinque nell’ultima fredda settimana, dieci dall’inizio dell’anno a Roma – di senza dimora, dovuti al freddo, agli stenti e alla solitudine fisica e umana, a cui sono condannati troppi fratelli e sorelle in estrema povertà.
Mi addolora ancora di più che una sia avvenuta ad Ostia, dove dal novembre 2020 abbiamo dovuto chiudere, per inagibilità, il nostro ostello per senza dimora, l’unico in quel vasto territorio. Da molti mesi stiamo cercando, senza alcun risultato, una struttura idonea alternativa. Siamo però soli in questa ricerca, nonostante vari tentativi effettuati nelle diverse sedi.
Non possiamo solo indignarci per altre vite umane che si perdono con così poca dignità, certamente non per una scelte ma per abbandono da parte di una più ampia comunità.
Ed è proprio come comunità tutta, nessuno escluso che dovremmo interrogarci e, soprattutto, deciderci ad intraprendere una seria e concreta strada dell’accoglienza e della “rimessa in piedi”, di persone che seppure con percorsi a volte difficili, potrebbero essere in grado di ripartire, di gettare alle spalle una vita fatta di stenti, di dolori, certo anche di qualche errore nelle scelte, negli atteggiamenti. C’è però qualcuno di noi che può dire di non avere commesso degli sbagli? C’è qualcuno, come invece capita spesso a coloro per i quali la propria casa si identifica con la strada che può dire di non avere avuto qualcuno a cui appoggiarsi anche nei momenti più cupi della propria esistenza?
Sono migliaia da tanti anni le persone che vivono nella più precaria condizione abitativa, sotto i ponti, ai margini di stazioni, negli anfratti condominiali, di qualche struttura ospedaliera, accampati in qualche ritrovo informale nei paraggi delle nostre strade.
L’unica alternativa che abbiamo è toglierli – attenzione, non nasconderli! – dalla strada e per riuscire in questo ci sono orami delle importanti risorse, per un PNRR che sia finalmente praticato come opportunità di inclusione sociale e non solo come una ripresa di un PIL fine a sé stessa che di certo i più poveri lascia sempre ai margini, a raccogliere le briciole del “banchetto” riservato ai soliti noti.
Il dramma di tanti poveri interpella profondamente le istituzioni pubbliche, le leve economiche e finanziarie della città ma io penso anche il variegato e ricco mondo del volontariato. Mi permetto di dire, alle prime, con tanto rispetto e consapevolezza della complessità della città, accresciuta dagli imperdonabili ritardi accumulati che non c’è più alibi e giustificazione per la messa in opera di politiche pubbliche finalizzate all’inclusione sociale attiva e non all’assistenzialismo. A chi di noi si muove nel ricchissimo mondo del volontariato, della carità, tutto ciò pone l’urgenza di andare al di là del pronto soccorso sociale, della distribuzione di pasti caldi o freddi e di coperte, perché è ormai chiaro l’urgenza di unirsi per incidere sulle cause che stanno alla base di troppe situazioni di povertà e di emarginazione sociale, culturale ed economica.
 
Giustino Trincia
direttore della Caritas di Roma