Sul settimanale diocesano Roma Sette il racconto degli ucraini accolti nelle parrocchie

Quando parlano della loro terra ferita tengono gli occhi bassi, velati di pianto. Ma alzano uno sguardo fiero quando parlano dei loro connazionali rimasti a difendere la patria dall’invasione russa. E si aprono in un sorriso davanti ai loro figli che giocano. Si assomigliano, le donne ucraine accolte a Roma. Portare via i bambini dagli orrori della guerra è stata la sola motivazione che le ha spinte a lasciare gli anziani genitori, i mariti, gli amici. Tetiana e Irene, di Kiev la prima, e di Leopoli l’altra, non fanno eccezione. Tetiana è arrivata in Italia il 9 marzo con i figli Luca di 11 anni e Zoia di 9.

Sono ospiti dell’Istituto delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto che «per vocazione e per carisma ha risposto al momento di emergenza aprendo le porte della comunità a Roma e in altre provincie italiane», dice suor Provvidenza, consigliera e segretaria generale della Curia generalizia. In caso di necessità l’istituto del quartiere Aurelio, a due passi da San Pietro, ha garantito alla Caritas diocesana che può ospitare altre quattro persone, due delle quali nella casa di accoglienza per donne in difficoltà. «Con la Caritas abbiamo al momento stabilito che Tetiana e i figli rimarranno qui fino a settembre – aggiunge la religiosa –. Poi si vedrà, intanto stiamo aiutando i bambini a inserirsi nell’oratorio della parrocchia di San Gregorio VII». Tetiana a Kiev gestiva il ramo finanziario di una grande azienda. «Quando il pericolo della guerra è diventato sempre più concreto abbiamo iniziato a dormire vestiti e durante il giorno con i bambini facevamo prove di evacuazione – racconta –. Hanno imparato a mettersi lo zaino in pochi istanti e a correre in cantina per rifugiarsi. La paura è diventata reale dopo i primi bombardamenti. Anche se oggi siamo in salvo, Luca e Zoia sobbalzano al passaggio di un aereo o se improvvisamente sentono un rumore sordo». Il marito e i genitori si sono trasferiti a Užhorod, nella parte occidentale dell’Ucraina. Tetiana, invece, dopo un giorno e mezzo di viaggio e 5 cambi di treni, è arrivata a Roma. «Sono rimasta impressionata dalla dolcezza dei volontari – dice –. Abbiamo attraversato tre Paesi in treno e abbiamo sempre trovato un’accoglienza magnifica».

Durante la fuga ha trascorso anche una notte da alcuni parenti a Bucha. «Vedere in televisione quello che sta accadendo è difficile – aggiunge –. A volte mi sembra di trovarmi in un incubo». Irene, invece, «l’orrore di cui sono capaci i russi» lo conosce fin da bambina dai racconti della nonna. «Non è la prima volta che accadono simili atrocità ma ora è più difficile nasconderle – spiega – . Oggi si parla di Bucha ma ci sono altri paesini dove, mi dicono, la situazione è raccapricciante». Non ha creduto allo scoppio della guerra fino a quando non ha udito le prime esplosioni. È arrivata a Roma con i figli Max e Anna di 9 e 5 anni. «Io sarei rimasta, ma bisognava salvare i bambini», dice. Conosce l’italiano e si è subito messa a disposizione in qualità di mediatrice culturale per aiutare i connazionali. «È meraviglioso come si sia messa a servizio del prossimo nonostante il dolore che sta provando in questo momento – afferma Rachele Tsegai Gebre, tutor della Caritas di Roma –. È una testimonianza coraggiosa di come l’amore fraterno possa portare frutti buoni anche durante la guerra». Le due donne plaudono alla dedizione degli insegnanti che dai bunker dall’Ucraina continuano a fare lezioni a distanza. In attesa di inserirli nelle scuole italiane, «per i bambini è importante non perdere i contatti con il loro mondo».
Tetiana, ortodossa, e Irene, greco-cattolica, celebreranno la Pasqua il 24 aprile. Per la prima sarà «una Pasqua di speranza», per Irene «di preghiera, soprattutto per gli innocenti uccisi».

(Roberta Pumpo, Roma Sette del 10 aprile 2022)