La testimonianza di Valeria, volontaria del Servizio civile, che sulla “rotta balcanica” della Serbia, incontra ogni giorno i rifugiati somali.

Quando nasce una nuova crisi quelle già esistenti non muoiono ma peggiorano lentamente.

Mentre abbiamo spostato tutta la nostra attenzione su una guerra alle porte di casa, la situazione di difficoltà in quelle aree del mondo già segnate da crisi climatica, guerra, terrorismo, povertà, continuava e continua a crescere e, per alcuni versi, è proprio la guerra a noi vicina che alimenta e peggiora queste situazioni drammatiche in posti del mondo che ci sembrano così lontani.

Non solo siamo distratti noi, ma lo sono anche i donatori, gli aiuti umanitari che – giustamente – hanno dovuto aggiungere e in alcuni casi spostare il proprio sostegno fisico ed economico verso nuovi scenari. Di conseguenza quello che arriva in aree già colpite è dimezzato ma i costi sono raddoppiati; con quello che arriva si aiuta di meno e pertanto si fugge sempre di più dalle proprie case. E il rischio di morire di fame, di sete, lungo un viaggio migratorio aumenta. È semplice matematica, ma non si parla di numeri sterili, si parla di vite umane, intere popolazioni che non stanno vivendo un’emergenza ma un lungo processo di sofferenza che si estende alle future generazioni. Dobbiamo imparare ad aprire gli occhi e vedere la complessità dei fenomeni: le cose che accadono nel mondo non accadono solo qui e ora ma accadono nel tempo, hanno una durata, degli impatti, delle conseguenze e anche delle responsabilità.

Un esempio è quello che sta succedendo in Somalia, un Paese che vive un’instabilità cronica. Da trenta anni passa da una crisi all’altra. Anche qui basta un semplice calcolo matematico. Se sommiamo cambiamenti climatici, conflitto prolungato, terrorismo, il risultato è una serie di effetti disastrosi: mancanza di sicurezza alimentare e idrica, povertà diffusa, mancanza di opportunità economiche, instabilità politica. Tutti effetti che alimentano sempre di più le migrazioni interne ed esterne. Alla fine del 2021 l’UNHCR ha registrato più di 836.300 rifugiati somali e richiedenti asilo in tutto il mondo, più di 33.600 rifugiati e richiedenti asilo all’interno del paese e quasi 3 milioni di sfollati interni in tutta la Somalia.

L’80% dei rifugiati somali vive nei paesi confinanti. Le persone dalle campagne ormai aride si spostano nei centri abitati in campi profughi che sono affollati e con pessime condizioni igieniche. Malattie come il morbillo o la polio, che noi abbiamo debellato da anni, in questi contesti possono essere mortali. I più fortunati che sopravvivono un giorno alla volta. Per la maggior parte di loro l’Europa non esiste, non hanno altra scelta che restare nel proprio paese e chi riesce a varcare il confine al massimo entra in altri campi di fortuna in un paese confinante che, molto probabilmente, sta vivendo un’altra crisi.

L’Europa però esiste per una piccola parte di somali che prova a raggiungerla attraverso la Rotta Balcanica o il Mediterraneo. La maggior parte di loro è scappata dalla capitale Mogadiscio e in alcuni casi il “viaggio” ha previsto una lunga tappa in Turchia. Nel centro di asilo di Bogovadja in Serbia nelle ultime settimane continuano ad arrivare gruppi anche di dieci persone provenienti dalla Somalia. Stanchi, affamati, con vestiti sporchi, scarpe e piedi distrutti dal troppo cammino. Hanno camminato per più di dieci giorni con temperature che di notte scendono anche a 2 gradi. La loro rotta balcanica inizia dalla Turchia dove possono

atterrare con un aereo, per proseguire poi in Grecia, Albania, Kosovo, Serbia, Ungheria, Austria e poi chissà. Sono prevalentemente single men, alcuni visibilmente minori altri provano a sembrarlo tingendosi i capelli di nero. Ci sono anche giovani donne, spesso stanno tutte insieme e i loro chador danno una pennellata di colore nel grigiore di un centro di accoglienza che si prepara al rigido inverno.

Due ragazzi da Mogadiscio, frontiera dopo frontiera, sono arrivati a Bogovadja, in Serbia, e vi sono rimasti per quasi tre settimane. Non è facile parlare del perché sono andati via e di quello che hanno vissuto lungo la rotta, ma si sono aperti e hanno condiviso un piccolo pezzo del loro viaggio. A. e K., rispettivamente 17 e 34 anni, hanno lasciato il paese perché vivere lì era diventato insostenibile. Alla domanda “perché sei andato via?” rispondono “problems”: non un solo problema ma più di uno, perché tutto si somma e il risultato finale è lasciare il Paese. Se c’è il lavoro non si guadagna abbastanza; si vive costantemente con la paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato quando i terroristi islamici decidono di farsi saltare in aria. Il terreno è arido, non piove più e da Paese di agricoltori oggi la Somalia è costretta ad importare quasi tutto. Per chi ha la possibilità di raggiungere un familiare in Europa o partire da soli e trovare amici lungo la rotta, emigrare diventa l’unica chance per sopravvivere. Raccontano che quando hanno attraversato il fiume al confine tra Turchia e Grecia quello che hanno subito è stato atroce: la polizia ha sparato indistintamente contro di loro, li ha derubati, picchiati e respinti indietro in Turchia dove sono rimasti in prigione per qualche settimana con la paura di essere deportati in Somalia. Questa è stata la parte più difficile del loro viaggio fino alla Serbia, ma non è finito e i confini da attraversare sono diversi con muri da scavalcare o uomini in divisa che non si fanno alcun problema a picchiare o respingere. I problemi che li hanno spinti a partire forse sono rimasti in Somalia, ma ce ne sono di nuovi da affrontare lungo tutto il tragitto e sicuramente ce ne saranno degli altri una volta arrivati a destinazione. Il fenomeno è anche in questo caso complesso perché ogni viaggio migratorio non finisce appena si lascia il proprio paese o quando si arriva a destinazione, è un processo lungo che ha degli effetti e delle conseguenze, presenti e future, sulla vita di chi lo percorre.

Queste persone momentaneamente in Serbia, troppo magre e troppo stanche e solo a metà del loro viaggio, sono la conseguenza di una serie di eventi che negli anni si sono succeduti provocando una delle crisi umanitarie più prolungata nel tempo. Eventi che la parte del mondo che loro tanto vorrebbero raggiungere, ha contribuito a generare e alimentare. Chi lascia la Somalia oggi non lo fa solo a causa di un’ennesima carestia dovuta al cambiamento climatico che noi paesi sviluppati abbiamo ignorato per tanto tempo. Non solo a causa dei prezzi del grano e dei trasporti che continuano a salire per colpa della guerra in Ucraina. Non solo a causa dei conflitti interni che ad intermittenza si accendono da quando le potenze colonizzatrici occidentali hanno lasciato il Paese in una incertezza e debolezza politica. Lo fa per tutte queste ragioni e tantissime altre. Ecco, questa è la complessità dei fenomeni: il problema non è uno, sono tanti, si sommano e le responsabilità sono anche nostre. Il problema non sono i migranti che provano ad arrivare in Europa a piedi o su imbarcazioni precarie, i problemi sono tutte quelle scelte politiche che si sono e non si sono fatte e tutte le conseguenze che queste continuano a generare nel tempo.

Valeria
Volontaria del Servizio civile internazionale
Caritas Italiana