Tre sono i compiti del
cristiano e della Chiesa:l’annuncio,la
celebrazione,la testimonianza. Specifico nel
nostro contesto è testimoniare Dio-Amore,
per renderlo incontrabile e “tangibile”
affinchè la gente si senta amata, e nella
società sia immesso il germe inquietante e
vivificante di questo amore. Un amore che
continuamente rimanda ad un oltre,
perché altrove – in Dio – è la
sorgente dell’amore vero; perché altrove
è l’amore che non annulla l’amore umano ma
lo purifica e lo rende “trasparente”,
affinché in esso si evidenzi l’amore divino.
E’ l’amore di chi sa di dover
dare la vita: «L’intima partecipazione
personale al bisogno e alla sofferenza
dell’altro diventa così un partecipargli me
stesso:e perché il dono non umili l’altro,
devo dargli non soltanto qualcosa ma me
stesso, devo essere presente nel dono come
persona» (n.34). E’ un compito possibile,
è un poter sognare: l’umanità di oggi, ormai
ridotta a sordità e forse anche a cecità
quanto al pensare, al pensare in grande e in
universale, potrebbe, anzi, dovrebbe
sperimentare la gioia di un grande risveglio
nell’accogliere l’invito e la provocazione
ad un nuovo cammino, battendo i propri passi
sulla via del cuore
Alla luce dell’Enciclica
interpelliamo il tema della “prassi
pastorale della carità” nella chiesa. Nella
prima parte darò uno sguardo sul presente
cercando di individuare, anche alla luce del
testo papale, le ombre, le carenze e le
distorsioni; nel secondo momento,
propositivo, cercherò di delineare i tratti
di una prassi di carità capace di «tenere
insieme la terra e il cielo».
1. Uno sguardo sull’oggi
della prassi di carità.
Le trasformazioni che
l'azione ecclesiale di solidarietà fraterna
registra nel tempo recente è di tale
immediata constatabilità da non richiedere
documentazione alcuna. Dalla POA, di
mons.Baldelli nel dopoguerra, alle ODA, alla
Caritas di Paolo VI, si dà un’evoluzione
non solo quantitativa. Non v'è dubbio che,
anche sotto questo profilo, più
immediatamente misurabile, l'incremento è
stato del tutto ragguardevole: una presenza
allargata, ben oltre il perimetro delle
sacrestie e l'ombra del campanile.
La rilevanza assunta da
questa attivazione molteplice nell'ambito
dell'azione ecclesiale è tale da farne uno
degli aspetti più significativi e sensibili
della recezione stessa dell'immagine di
Chiesa nella mentalità diffusa. Con
ricadute senz'altro positive, ma, anche, con
l'insorgere di rischi ed equivoci insidiosi.
Ritengo utile mettere a fuoco
alcuni intrecci e snodi che frequentemente
deformano l'attività caritativa e solidale.
Il livello su cui porto la
nostra considerazione non è quello
fenomenologico, immediatamente percepibile;
tutti vediamo l’operato caritativo,da
semplici esperienze parrocchiali ad eventi
mondiali;cercherò piuttosto, di cogliere le
dinamiche che, consciamente o inconsciamente,
l'attuale configurazione e realizzazione
delle prassi della carità cristiana viene a
mettere in moto.
1.1. La dispersione dei
termini.
Il termine carità non gode
certo di univocità di impieghi e chiarezza
di significato. Oltre lo scadimento che lo
riconduce, nel linguaggio corrente, a
elemosina (termine esso stesso
dall'etimologia nobile e dall'uso sfibrato)
si registra quello, più recente e non meno
problematico, che, proprio attraverso la
costituzione della Caritas, finisce per
fargli assumere una tonalità pratica,
riduttiva anch'essa, che lascia in ombra il
riferimento verticale e restringe non poco
lo stesso ambito operativo.Carità è virtù
teologale prima che morale-operativa.
L’amore di Dio ricevuto in dono nel
Battesimo,ci spinge,secondo l’espressione di
San Paolo,ad amare,ad essere attenti verso
gli altri. Il termine oggi più in uso per
indicare l’ambito della solidarietà operosa
e fattiva nei confronti dei disagiati,è
“DIAKONIA” termine più espressivo e più
esigente rispetto a “servizio” e
comprendente anche il ministero della Parola
e dell’Eucarestia, oltre che quello delle
mense per il quale all’inizio furono
costituiti i Diaconi. Occorre sempre ben
distinguere nel linguaggio ,carità come
appellativo di Dio,come attività della
Chiesa,come gesto di solidarietà.
1.2. La tentazione della
delega
Questa inflessione negativa
della pratica della carità operosa prende
spesso i tratti della sottolineatura marcata
di una competenza specifica così mirata da
essere di fatto riservata ai soli addetti ai
lavori. Da un lato - quello degli operatori
- questa deviazione può corrispondere
all'aspettativa ( comprensibile peraltro) di
gratificazione dell'impegno profuso.
Dall'altro - quello delle comunità - essa
assume il volto ben noto della delega, per
cui si è anche disposti a dare qualche
contributo in termini economici, ma si
rifugge dall'essere più direttamente
coinvolti: anzi, a volte l'obolo ha
addirittura la funzione di rimozione del
problema, di tacitazione dell'inquietudine
che la miseria e il bisogno dell'altro,
guardati in faccia, possono suscitare. Il
papa riafferma con forza che: «L’amore
del prossimo radicato nell’amore di Dio è
anzitutto compito per ogni fedele, ma è
anche compito per l’intera comunità
ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli:
dalla comunità locale alla Chiesa
particolare fino alla Chiesa universale
nella sua globalità» (n.20)
In secondo luogo, essa
favorisce, e in qualche modo produce,
l'ipertrofia burocratica degli apparati,
che finiscono per soffocare, anzichè
animare, lo slancio della fraternità
solidale. A questa mentalità si riconduce
quella mortificazione della carità che,
codificando e incasellando tipologie e
situazioni:zingari,immigrati,senza fissa
dimora,anziani,ecc. standardizza il
soccorso, svuotandolo di umanità e
rendendolo, di fatto, tristemente selettivo
(coloro che non rientrano nelle fattispecie
previste, rimangono inesorabilmente fuori
dei parametri di aiuto previsti).
Con questo, naturalmente, non
si vuole negare la necessità né
dell'organizzazione, ne' della competenza:
nulla è più dannoso del pressappochismo e
dell'empirismo, sul piano umano prima ancora
che su quello operativo. [Corsi di
formazione e preparazione,soprattutto nel
contatto concreto delle situazioni,sono oggi
presenti un po’ dovunque,soprattutto per le
nuove forme di disagio e povertà:usura,mamme
e bambini su strada,barbonismo giovanile.]
Il Papa ricorda che: «Per quanto riguarda
il servizio…occorre innanzitutto la
competenza professionale» anche se,
aggiunge subito dopo - «da sola non basta…
». Chi «vive nella necessità ha bisogno
di umanità, ha bisogno di cuore..»
(n.31) Mi viene in mente l’incontro
di Gesù con il giovane ricco,ma anche lui
povero nello spirito,e la frase
dell’evangelista:”intuitus eum,dilexit eum”
(entrato in lui lo amò profondamente). Prima
ancora che di cose,ogni povero ha bisogno di
essere riconosciuto,trattato ed amato, come
persona . (Quante volte si incontrano
disagiati che dicono di non avere bisogno
di soldi,ma di essere ascoltati,accettati
per quello che sono, e soprattutto amati
così come sono.)
1.3. Lo stile assistenziale.
Anche in questo caso, valenze
positive si mescolano a scadimenti
negativi.È senz'altro valido, anzi è sempre
di prima necessità, soccorrere direttamente
e concretamente chi versa nel bisogno, e non
può attendere una vagheggiata palingenesi
sociale (l’esempio della Santa Teresa di
Calcutta ce lo ha insegnato qui a Roma). Due
difetti si profilano tuttavia in concreto:
da un lato, la rimozione delle storture e
ingiustizie che spesso generano le
situazioni di disagio e di indigenza;
dall’altro, la pratica impossibilità, in
tale impostazione, di far diventare l’altro
(il «beneficato») soggetto, di riconoscerlo
davvero nella sua dignità e nella sua
capacità di riscatto. Un po'
provocatoriamente, si potrebbe dire che,
l'approccio assistenziale sembra avere
bisogno che il povero rimanga tale, per
poterlo aiutare ancora. Del resto certi
“poveri” desiderano solo essere “assistiti”.
Il compito della carità cristiana è di far
riscoprire la dignità di essere immagine di
Dio,icona di Cristo.Il disagio è un processo
che porta dall’essere persona a categoria;
(non sei più il signor Rossi,ma un
usurato,un senza fissa dimora,ecc.)il
cammino caritativo del recupero è da
categoria a persona.
1.4. Il rischio di supplenza
e di omologazione sociale.
L’insidia è che tipologie e
stili operativi si appiattiscano e
raddoppino - magari concorrenzialmente -
quanto attivato dall'organizzazione dello
stato sociale. La tipicità cristiana non è
data dal sovrapporsi dell'ispirazione
religiosa alla pratica sociale, ma da una
specifica motivazione-sensibilità, da un
humus e un habitat che rendono
l'azione di solidarietà parte di una qualità
di vita di cui la comunità è luogo di
manifestazione e di realizzazione.L’impegno
di carità del cristiano non è solo verso la
povertà,ma verso il povero,non verso il
disagio,ma verso il disagiato,la persona
concreta che è immagine di Cristo: Persona
con la quale Egli si è identificato: “Avevo
fame…. In questo contesto il povero è
sacramento di Cristo! Da quì scaturisce la
capacità di individuazione dei problemi e
una modalità di approccio ai medesimi che la
distinguono qualitativamente:«…le
espressioni specifiche della carità
ecclesiale non possono mai confondersi con
l’attività dello Stato» (n.29).
1.5.La tentazione di
ripiegamento.
A partire da una
interpretazione restrittiva di Gal 6,10 :”operiamo
il bene verso tutti,soprattutto verso i
fratelli nella fede”, questa inflessione
ritiene biblicamente fondata l'impostazione
che delimita rigorosamente il perimetro
della prassi di carità fraterna all'interno
della comunità dei credenti. Ma sappiamo
che una chiesa arroccata nella sua splendida
diversità produce una prassi
autoreferenziale che è la morte stessa della
carità. Contro tale tentazione il Papa – che
pure fa riferimento al passo di Gal 6,10 -
ricorda che «la caritas-agape travalica
le frontiere della chiesa; la parabola del
buon Samaritano rimane criterio di misura,
impone l’universalità dell’amore che si
volge verso il bisognoso incontrato “per
caso”» (n.25 b). Alla domanda :”chi è il
mio prossimo?”….oggi così ricorrente,Gesù
risponde :”va e fatti tu prossimo all’altro”
2. La prassi di carità come
azione ecclesiale
Sgombrato il campo dalle
possibili deviazioni e tentazioni a cui può
essere soggetta la prassi di carità,
passiamo al momento propositivo chiedendoci
quali sono le caratteristiche dell’agire
caritativo della Chiesa.
La carità del servizio ai
poveri – chiamato dal Papa servizio della
carità – occupa la seconda parte
dell’Enciclica, in essa viene delineato il
profilo specifico dell’attività caritativa.
Molti dei problemi che la
prassi di carità della e nella comunità
cristiana registra sul terreno concreto si
devono alla diversa modalità con cui essa
viene considerata in rapporto alle altre
azioni e attivazioni ecclesiali, in specie
il servizio della parola e della liturgia.
Potremmo riassumere ciò che
il vissuto (in parole e opere) esprime in
proposito, con le notazioni di marginalità e
consecutività.
Che la prassi di solidarietà
fraterna sia considerata più consecutiva che
costitutiva dell'azione ecclesiale si evince
da molte affermazioni correnti, dove essa
appare, ad esempio, successiva alla fede
professata, o celebrata. Come se
fosse pensabile, da un punto di vista
cristiano, una fede che non operi mediante
la carità, o una liturgia che veda la carità
fraterna non come momento intrinseco e
costitutivo, ma come conseguenza, opportuna
e lodevole certo, «moralmente» necessaria
magari, ma sempre e comunque successiva e in
qualche modo esterna. La testimonianza
biblica, da Paolo a Giacomo, da Giovanni ai
Sinottici, è su questo punto inequivocabile.
Così come l'antica lezione dei padri della
chiesa.
L’enciclica si pone
decisamente in una prospettiva in cui
l'impegno della comunità cristiana (come del
singolo cristiano) per la costruzione della
umanità redenta - e quindi, l'attenzione ai
bisognosi e ai sofferenti, agli emarginati e
agli oppressi - non può considerarsi in
alcun modo accessorio e succedaneo
all'azione ecclesiale, ma coessenziale e
sostanziale. L’excursus storico presente nei
nn.21-22 dell’Enciclica indicano questo
imprenscidibile legame che esiste tra il
servizio della carità e la comunità
cristiana stessa e citando il Direttorio
per il ministero pastorale dei vescovi
viene sottolineato che «l’esercizio della
carità è un atto della Chiesa come tale e
che, così come il servizio della Parola e
dei Sacramenti, fa parte anch’esso della
essenza della sua missione originaria»
(n.32).
La prassi della solidarietà
fraterna non può essere ascritta
semplicemente alle iniziative (personali o
associative) di apostolato, ma deve essere
considerata nell'orizzonte di una vera e
propria ministerialità ecclesiale. E poiché
nella Chiesa ogni ministero si pone
nell'ambito dell'opera salvifica di Dio e
della risposta grata dell'uomo, tale
ministerialità deve trovare forma e luogo
nella celebrazione dell'eucaristia, fons
et culmen di tutta la vita cristiana.
In forma sintetica potremo
così delinearne i lineamenti:
-
nella
prospettiva dell’amore-agape, il servizio
della carità supera il limite della
compensazione sociale (funzione dello stato
sociale) e segna orientamenti e
realizzazioni di umanità nuova;
-
la visione cristiana supera
la concezione della società in cui il simile
si unisce al proprio simile, ma accoglie
l'altro, il diverso, l'emarginato.
-
l’amore cristiano non cerca
la propria gratificazione e compensazione,
ma vive di sovrabbondanza di grazia: «Amore
di Dio e amore del prossimo sono
inseparabili, sono un unico comandamento.
- L’esercizio dell’amore da
parte della chiesa si attua solo se le forme
organizzate e «professionali» trovano
ambiente vitale nella comunità cristiana: «le
organizzazioni caritative della Chiesa
costituiscono (…) un suo opus proprium, un
compito a lei congeniale, nel quale essa non
collabora collateralmente (con lo stato), ma
agisce come soggetto direttamente
responsabile, facendo quello che corrisponde
alla sua natura» (n.29);
- La solidarietà cristiana
promuove e attiva il povero e il bisognoso,
consapevole che l'uomo progredisce davvero
solo quando è reso parte attiva e
responsabile.
Di questa prassi caritativa
vorrei individuare tre qualità salienti che
le consentano di mantenere «tutto il suo
splendore e non si dissolva nella comune
organizzazione assistenziale diventandone
una semplice variante» (n.31)
a) «Un cuore che vede»
(n.31b):la dimensione profetica.
Predica senza parole, la
carità operosa è carica di significato e
schiude la domanda di senso: «Sempre e per
sua natura la carità sta al centro del
Vangelo e costituisce il grande segno che
induce a credere al Vangelo». ( Vorrei qui
ricordare Don Andrea, nostro fratello nel
sacerdozio, per la sua predicazione senza
parole fatta per anni nella terra di Abramo).
La teologia continuerà a cercare «lo
specifico» capace di distinguere l'azione
del cristiano da quella, in molti casi del
tutto simile, del non credente. Al di là
della libertà dello Spirito, che opera come
e tramite chi vuole, la specificità non si
deve cercare sul piano fenomenologico; e
neppure nella diversità delle motivazioni
soggettive. Essa è scritta dentro l'azione
medesima dal dito di Dio: ne dice la qualità
teologica sostanziale, il non detto
interroga e inquieta, quando l'identità e
l'appartenenza sono vissuti nella gratuità
e nella gioia. «(Il cristiano) sa che
l’amore nella sua purezza e nella gratuità è
la migliore testimonianza del Dio nel quale
crediamo e dal quale siamo spinti ad amare.
(…) Egli sa che Dio è amore (cf 1Gv 4,8)
e si rende presente proprio nei momenti in
cui nient’altro viene fatto fuorché amare»
(n.31c)
La qualità profetica
impedisce all'azione di solidarietà fraterna
di appiattirsi sull'esecuzione-supplenza
delle istanze della società civile. Essa
dice l'esigenza, crea novità e condizioni,
si fa coscienza critica per modificazioni
radicali ed epocali. A cominciare dalla
comunità cristiana medesima:perché,
parafrasando S.Agostino, se è vero che la
Chiesa fa la carità, è altrettanto vero che
la carità fa la Chiesa. La presenza di
un'azione incisiva e significativa di carità
operosa chiama alla verifica e alla
conversione,e nessuna parola può sostituire
la profezia della carità.
b) «l’estasi dell’amore»(n.6):
la dimensione
escatologica.
«Non c’è nessun
ordinamento statale giusto che possa rendere
superfluo il servizio dell’amore…»
Nessun ordinamento, anche quello più
perfetto potrà mai assicurare ciò di cui
l’uomo sofferente ha bisogno: «l’amorevole
dedizione personale» (n.28 b).È un
approfondimento e una specificazione della
precedente; un contrassegno della carità
cristiana. In essa, la rassegnazione è
bandita. È fatto posto alla speranza; essa è
una solidarietà che mette a disposizione la
speranza.
Si fa così percepibile
l'efficacia presente della redenzione. La
tensione escatologica, infatti, non è fatta
di rinvii, ma di anticipazioni e
pregustazioni, come dice l'esemplare
struttura dell'eucaristia. Senza questa
testimonianza viva, la parola della fede,
che annuncia il Regno, la vittoria sul
peccato e sulla morte, rischia di suonare
vuota e insignificante. Essa esprime la
capacità di anticipare gli ultim tempi,il
compimento e la pace.
c) «La formazione del
cuore» (n.31): la dimensione
comunicativa.
La tipicità cristiana si
gioca sul terreno delle configurazioni
operative.
Il primo e decisivo connotato
è dato dalla capacità di trasformare
l'azione di soccorso e aiuto in uno scambio
comunicativo, in cui la relazionalità non si
iscrive nella polarità soggetto-oggetto, ma
nella reciprocità soggetto-soggetto. A
questo scopo si richiede una rivoluzione di
mentalità e una conversione continua: «La
competenza personale non basta – scrive
il papa – […] è necessaria (…) la
“formazione del cuore”….» che li porti a
vivere il comandamento dell’amore non «più
come un comandamento imposto per così dire
dall’esterno, ma una conseguenza derivante
dalla loro fede che diventa operante
nell’amore» (n.31 a).
Porsi in dimensione
comunicativa significa ricondurre la prassi
della solidarietà entro una logica in cui
al primo posto sta la persona e la relazione
con essa. In un mondo che smarrisce le
possibilità di comunicazione autentica (ben
diverse da quelle del comunicato,
dell'informazione, della nota...), che si
frammenta in settori artificiali, dove il
soggetto è ridotto a funzione del sistema,
la prassi della solidarietà dice non solo la
retorica ma la possibilità, faticosa e
impegnativa, di un mondo dove tornano a
comunicare i soggetti. «Ad un mondo
migliore – ricorda l’enciclica – si
contribuisce soltanto facendo il bene adesso
e in prima persona, con passione e ovunque
ce ne sia la possibilità,
indipendentemente da strategie e programmi
di partito» (n.31b).
3. Sui sentieri dell’amore:
conclusione
L’enciclica propone una
Chiesa che non impone ma propone, che non si
fa reggente della società né percorre la via
della lobby di pressione, una chiesa che sta
in mezzo agli uomini nutrendo per loro
simpatia, una Chiesa libera da
fazioni,partiti e ideologie ;che assume il
proprio impegno di carità nella gratuità,
senza mirare ad altri scopi, nell’umiltà di
un servizio concreto mai disgiunto dal
pensare, dal meditare,dal contemplare e
soprattutto dal pregare.
Un’enciclica che interroga la
prassi di carità delle nostre chiese e le
invita ad un’autentica riforma che passa
attraverso la via dell’amore. Ispirato dal
primato della carità e dei bisogni pastorali
reali, chi intende operare per il
rinnovamento della vita ecclesiale, dovrà
tornare all’amore, con la pazienza di
rispettare anche i cammini più lenti, le
persone più deboli, nella docilità e
nell’obbedienza allo Spirito, pronto a
vivere l’esodo da sé senza ritorno, in cui
consiste l’impegno di amare.
A questo amore l’enciclica
chiama tutti, ma chiama soprattutto noi
credenti: «L’amore è possibile, e noi siamo
in grado di praticarlo perché creati a
immagine di Dio.dice il papa al paragrafo
39. Vivere l’amore e in questo modo far
entrare la luce di Dio nel mondo.”
mons. Guerino Di Tora