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EDITORIALE

 

 

Come tenere insieme cielo e terra: la prassi di carità

(Discorso pronunciato in occasione del Simposio di presentazione dell'Enciclica "Deus caritas est" il 21 febbraio 2006 presso la Università Lateranense)

 

Tre sono i compiti del cristiano e della Chiesa:l’annuncio,la celebrazione,la testimonianza. Specifico nel nostro contesto è  testimoniare Dio-Amore, per renderlo incontrabile e “tangibile” affinchè la gente si senta amata, e nella società sia immesso il germe inquietante e vivificante di questo amore. Un amore che continuamente rimanda ad un oltre, perché altrove – in Dio – è la sorgente dell’amore vero; perché altrove è l’amore che non annulla l’amore umano ma lo purifica e lo rende “trasparente”, affinché in esso si evidenzi  l’amore divino.

E’ l’amore di chi sa di dover dare la vita: «L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso:e perché il dono non umili l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona» (n.34). E’ un compito possibile, è un poter sognare: l’umanità di oggi, ormai ridotta a sordità e forse anche a cecità quanto al pensare, al pensare in grande e in universale, potrebbe, anzi, dovrebbe sperimentare la gioia di un grande risveglio nell’accogliere l’invito e la provocazione ad un nuovo cammino, battendo i propri passi sulla via del cuore

Alla luce dell’Enciclica interpelliamo il tema della “prassi pastorale della carità” nella  chiesa. Nella prima parte darò uno sguardo sul presente cercando di individuare, anche alla luce del testo papale, le ombre, le carenze e le distorsioni; nel secondo momento, propositivo, cercherò di delineare i tratti di una prassi di carità capace di «tenere insieme la terra e il cielo».

1. Uno sguardo sull’oggi della prassi di carità.

Le trasformazioni che l'azione ecclesiale di solidarietà fraterna re­gistra nel tempo recente è di tale immediata constatabilità da non richiedere documentazione alcuna. Dalla POA, di mons.Baldelli nel dopoguerra, alle ODA, alla Caritas di Paolo VI,  si dà un’evoluzione non solo quantitativa. Non v'è dubbio che, anche sotto questo profilo, più immediatamente misurabile, l'incremento è stato del tutto ragguardevole: una presenza allargata, ben oltre il perimetro delle sacrestie e l'ombra del campanile.

La rilevanza assunta da questa attivazione molteplice nell'ambito dell'azione ecclesiale è tale da farne uno degli aspetti più significativi e sensibili della recezione stessa dell'immagine di Chiesa nella menta­lità diffusa. Con ricadute senz'altro positive, ma, anche, con l'insorgere di rischi ed equivoci insidiosi.

Ritengo utile mettere a fuoco alcuni intrecci e snodi che frequentemente deformano l'attività caritativa e solidale.

Il livello su cui porto la nostra considerazione non è quello fenomenologico, immediatamente percepibile; tutti vediamo l’operato caritativo,da semplici esperienze  parrocchiali ad eventi mondiali;cercherò piuttosto, di cogliere le dinamiche che, consciamente o inconsciamente,  l'attuale configurazione e realizzazione delle prassi della carità cristiana  viene a mettere in moto.

1.1.  La dispersione dei termini.

Il termine carità non gode certo di univocità di impieghi e chiarez­za di significato. Oltre lo scadimento che lo riconduce, nel linguaggio corrente, a elemosina (termine esso stesso dall'etimologia nobile e dal­l'uso sfibrato) si registra quello, più recente e non meno problematico, che, proprio attraverso la costituzione della Caritas, finisce per fargli assumere una tonalità prati­ca, riduttiva anch'essa, che lascia in ombra il riferimento verticale e restringe non poco lo stesso ambito operativo.Carità è virtù teologale prima che morale-operativa. L’amore di Dio ricevuto in dono nel Battesimo,ci spinge,secondo l’espressione di San Paolo,ad amare,ad essere attenti verso gli altri. Il termine oggi più in uso per indicare l’ambito della solidarietà operosa e fattiva nei confronti dei disagiati,è “DIAKONIA” termine più espressivo e più esigente rispetto a   “servizio” e comprendente anche il ministero della Parola e dell’Eucarestia, oltre che quello delle mense per il quale all’inizio furono costituiti i Diaconi. Occorre sempre ben distinguere nel linguaggio ,carità come appellativo di Dio,come attività della Chiesa,come gesto di solidarietà.

1.2.  La tentazione della delega

Questa inflessione negativa della pratica della carità operosa pren­de spesso i tratti della sottolineatura marcata di una compe­tenza specifica così mirata da essere di fatto riservata ai soli addetti ai lavori. Da un lato - quello degli operatori - questa deviazione può corrispondere all'aspettativa ( comprensibile peraltro) di gratificazione dell'impegno profuso. Dal­l'altro - quello delle comunità - essa assume il volto ben noto della delega, per cui si è anche disposti a dare qualche contributo in termini economici, ma si rifugge dall'essere più direttamente coinvolti: anzi, a volte l'obolo ha addirittura la funzione di rimozione del problema, di tacitazione dell'inquietudine che la miseria e il bisogno dell'altro, guardati in faccia,  possono suscitare. Il papa riafferma con forza che: «L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto compito per ogni fedele, ma è anche compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità» (n.20)

In secondo luogo, essa favorisce, e in qualche modo produce, l'i­pertrofia burocratica degli apparati, che finiscono per soffocare, anzi­chè animare, lo slancio della fraternità solidale. A questa mentalità  si riconduce quella mortificazione della carità che, codificando e incasellando tipologie e situazioni:zingari,immigrati,senza fissa dimora,anziani,ecc. standardizza il soc­corso, svuotandolo di umanità e rendendolo, di fatto, tristemente selet­tivo (coloro che non rientrano nelle fattispecie previste, rimangono inesorabilmente fuori dei parame­tri di aiuto previsti).

Con questo, naturalmente, non si vuole negare la necessità né dell'organizzazione, ne' della competenza: nulla è più dannoso del pressappochismo e dell'empirismo, sul piano umano prima ancora che su quello operativo. [Corsi di formazione e preparazione,soprattutto nel contatto concreto delle situazioni,sono oggi presenti un po’ dovunque,soprattutto per le nuove forme di disagio e povertà:usura,mamme e bambini su strada,barbonismo giovanile.] Il Papa ricorda che: «Per quanto riguarda il servizio…occorre innanzitutto la competenza professionale» anche se, aggiunge subito dopo - «da sola non basta… ».  Chi «vive nella necessità ha bisogno di umanità, ha bisogno di cuore. (n.31)    Mi viene in mente l’incontro di Gesù con il giovane ricco,ma anche lui povero nello spirito,e la frase dell’evangelista:”intuitus eum,dilexit eum” (entrato in lui lo amò profondamente). Prima ancora che di cose,ogni povero ha bisogno di essere riconosciuto,trattato ed amato,  come persona . (Quante volte si incontrano  disagiati che  dicono di non avere bisogno di soldi,ma di essere ascoltati,accettati per quello che sono, e soprattutto amati così come sono.)

1.3. Lo stile assistenziale.

Anche in questo caso, valenze positive si mescolano a scadimenti negativi.È senz'altro valido, anzi è sempre di prima necessità, soccor­rere direttamente e concretamente chi versa nel bisogno, e non può attendere una vagheggiata palingenesi sociale (l’esempio della Santa  Teresa di Calcutta ce lo ha insegnato qui a Roma). Due difetti si pro­filano tuttavia in concreto: da un lato, la rimozione delle storture e ingiustizie che spesso generano le situazioni di disagio e di indigenza; dall’altro, la pratica impossibilità, in tale impostazione, di far diventare l’altro (il «beneficato») soggetto, di riconoscerlo davvero nella sua di­gnità e nella sua capacità di riscatto. Un po' provocatoriamente, si potrebbe dire che, l'approccio assistenziale sembra avere biso­gno che il povero rimanga tale, per poterlo aiutare ancora.   Del resto certi “poveri” desiderano solo essere “assistiti”.  Il compito della carità cristiana è di far riscoprire la dignità di essere immagine di Dio,icona di Cristo.Il disagio è un processo che porta dall’essere persona a categoria; (non sei più il signor Rossi,ma un usurato,un senza fissa dimora,ecc.)il cammino caritativo del recupero è da categoria a persona.

1.4. Il rischio di supplenza e di omologazione sociale.

L’insidia è che tipologie e stili operati­vi si appiattiscano e raddoppino - magari concor­renzialmente - quanto attivato dall'organizzazione dello stato sociale. La tipicità cristiana non è data dal sovrapporsi dell'ispirazione religio­sa alla pratica sociale, ma da una specifica motivazione-sensibilità, da un humus e un habitat che rendono l'azione di solidarietà parte di una qualità di vita di cui la comunità è luogo di manifestazione e di realizzazione.L’impegno di carità del cristiano non è solo verso la povertà,ma verso il povero,non verso il disagio,ma verso il disagiato,la persona concreta che è immagine di Cristo: Persona con la  quale Egli si è identificato: “Avevo fame…. In questo contesto il povero è sacramento di Cristo! Da quì scaturisce la capacità di individuazione dei problemi e una modalità di approccio ai medesimi che la distinguono qualitativamente:«…le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l’attività dello Stato» (n.29).

1.5.La tentazione di ripiegamento.

A partire da una interpretazione restrittiva di Gal 6,10 :”operiamo il bene verso tutti,soprattutto verso i fratelli nella fede”, questa inflessione ritiene biblicamente fondata l'impostazione che delimita rigo­rosamente il perimetro della prassi di carità fraterna all'interno della comunità dei credenti.  Ma sappiamo che una chiesa arroccata nella sua splendida diversità produce una prassi autoreferenziale che è la morte stessa della carità. Contro tale tentazione il Papa – che pure fa riferimento al passo di Gal 6,10 -  ricorda che «la caritas-agape travalica le frontiere della chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane criterio di misura, impone l’universalità dell’amore che si volge verso il bisognoso incontrato “per caso”» (n.25 b). Alla domanda :”chi è il mio prossimo?”….oggi così ricorrente,Gesù risponde :”va e fatti tu prossimo all’altro”

2. La prassi di carità come azione ecclesiale

Sgombrato il campo dalle possibili deviazioni e tentazioni a cui può essere soggetta la prassi di carità, passiamo al momento propositivo chiedendoci quali sono le caratteristiche dell’agire caritativo della Chiesa.

La carità del servizio ai poveri – chiamato dal Papa servizio della carità – occupa la seconda parte dell’Enciclica, in essa viene delineato il profilo specifico dell’attività caritativa.

Molti dei problemi che la prassi di carità della e nella comunità cristiana registra sul terreno concreto si devono alla diversa modalità con cui essa vie­ne considerata in rapporto alle altre azioni e attivazioni eccle­siali, in specie il servizio della parola e della liturgia.

Potremmo riassumere ciò che il vissuto (in parole e opere) esprime in proposito, con le notazioni di marginalità e consecutività.

Che la prassi di solidarietà fraterna sia considerata più consecutiva che costitutiva dell'azione ecclesiale si evince da molte affermazioni correnti, dove essa appare, ad esempio, successiva alla fede professata, o celebrata. Come se fosse pensabile, da un punto di vista cristiano, una fede che non operi mediante la carità, o una liturgia che veda la carità fraterna non come momento intrinseco e costitutivo, ma come conseguenza, opportuna e lodevole certo, «moralmente» necessa­ria magari, ma sempre e comunque successiva e in qualche modo esterna. La testimonianza biblica, da Paolo a Giacomo, da Giovanni ai Sinottici, è su questo punto inequivocabile. Così come l'antica lezione dei padri della chiesa.

L’enciclica si pone decisamente in una prospettiva in cui l'impegno della comunità cristiana (come del singolo cristiano) per la costruzione della umanità redenta - e quindi, l'at­tenzione ai bisognosi e ai sofferenti, agli emarginati e agli oppressi - non può considerarsi in alcun modo accessorio e succedaneo all'azione ecclesiale, ma coessenziale e sostanziale. L’excursus storico presente nei nn.21-22 dell’Enciclica indicano questo imprenscidibile legame che esiste tra il servizio della carità e la comunità cristiana stessa e citando il Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi viene sottolineato che «l’esercizio della carità è un atto della Chiesa come tale e che, così come il servizio della Parola e dei Sacramenti, fa parte anch’esso della essenza della sua missione originaria» (n.32).

La prassi della solidarietà fraterna non può essere ascritta semplicemente alle iniziative (personali o associative) di apostolato, ma deve essere considerata nell'orizzonte di una vera e propria ministerialità ecclesiale. E poiché nella Chiesa ogni ministero si pone nell'ambito dell'opera salvifica di Dio e della risposta grata dell'uomo, tale ministerialità deve trovare forma e luogo nella celebrazione dell'eucaristia, fons et culmen di tutta la vita cristiana.

In forma sintetica potremo così delinearne i lineamenti:

nella prospettiva dell’amore-agape, il servizio della carità supera il limite della compensazione sociale (funzione dello stato sociale) e segna orientamenti e realizzazioni di umanità nuova;

-   la visione cristiana supera la concezione della società in cui il simile si unisce al proprio simile, ma accoglie l'altro, il diverso, l'emarginato.

-   l’amore cristiano non cerca la propria gratificazione e compen­sazione, ma vive di sovrabbondanza di grazia: «Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento.        

- L’esercizio dell’amore da parte della chiesa si attua solo se le forme organizzate e «pro­fessionali» trovano ambiente vitale nella comunità cristiana: «le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono (…) un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente (con lo stato), ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura» (n.29);

-    La solidarietà cristiana promuove e attiva il povero e il bisognoso, consapevole che l'uomo progredisce davvero solo quando è reso parte attiva e responsabile.

Di questa prassi caritativa vorrei individuare tre qualità salienti che le consentano di mantenere «tutto il suo splendore e non si dissolva nella comune organizzazione assistenziale diventandone una semplice variante» (n.31)

a) «Un cuore che vede» (n.31b):la dimensione profetica.

Predica senza parole, la carità operosa è carica di significato e schiude la domanda di senso: «Sempre e per sua natura la carità sta al centro del Vangelo e costituisce il grande segno che induce a credere al Vangelo». ( Vorrei qui ricordare Don Andrea, nostro fratello nel sacerdozio, per la sua predicazione senza parole fatta per anni nella terra di Abramo). La teologia continuerà a cercare  «lo specifico» capace di distinguere l'azione del cristiano da quella, in molti casi del tutto simile, del non credente. Al di là della libertà dello Spirito, che opera come e tramite chi vuole, la  specificità non si deve cercare sul piano fenomenologico; e neppure nella diversità del­le motivazioni soggettive. Essa è scritta dentro l'azione medesima dal dito di Dio: ne dice la qualità teologica sostanziale, il non detto interroga e inquieta, quando l'identità e l'appartenenza  sono vissuti nella gratuità e nella gioia. «(Il cristiano) sa che l’amore nella sua purezza e nella gratuità è la migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. (…) Egli sa che Dio è amore (cf 1Gv 4,8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare» (n.31c)

La qualità profetica impedisce all'azione di solidarietà fraterna di appiattirsi sull'esecuzione-supplenza delle istanze della società civile. Essa dice l'esigenza,  crea novità e condizioni, si fa coscienza critica per modificazioni radicali ed epocali. A cominciare dalla comunità cristiana medesima:perché, parafrasando S.Agostino, se è vero che la Chiesa fa la carità, è altrettanto vero che la carità fa la Chiesa.  La presenza di un'azione incisiva e significativa di carità operosa chiama alla verifica e alla conversione,e nessuna parola può sostituire la profezia della carità.

b)   «l’estasi dell’amore»(n.6): la dimensione escatologica.

«Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore…» Nessun ordinamento, anche quello più perfetto potrà mai assicurare ciò di cui l’uomo sofferente ha bisogno: «l’amorevole dedizione personale» (n.28 b).È un approfondimento e una specificazione della precedente; un contrassegno della carità cristiana. In essa, la rassegnazione è bandita. È fatto posto alla speranza; essa è una solidarietà che mette a disposi­zione la speranza.

Si fa così percepibile l'efficacia presente della redenzione. La ten­sione escatologica, infatti, non è fatta di rinvii, ma di anticipazioni e pregustazioni, come dice l'esemplare struttura dell'eucaristia. Senza questa testimonianza viva, la parola della fede, che annuncia il Regno, la vittoria sul peccato e sulla morte, rischia di suonare vuota e insigni­ficante. Essa esprime la capacità di anticipare gli ultim tempi,il compimento e la pace.

c) «La formazione del cuore» (n.31): la dimensione comunicativa.

La tipicità cristiana si gioca sul terreno delle configurazioni operative.

Il primo e decisivo connotato è dato dalla capacità di trasformare l'azione di soccorso e aiuto in uno scambio comunicativo, in cui la relazionalità non si iscrive nella polarità soggetto-oggetto, ma nella reciprocità soggetto-soggetto. A questo scopo si richiede una rivoluzio­ne di mentalità e una conversione continua: «La competenza personale non basta – scrive il papa – […] è necessaria (…) la “formazione del cuore”….» che li porti a vivere il comandamento dell’amore non «più come un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore» (n.31 a).

Porsi in dimensione comunicativa significa ricondurre la prassi del­la solidarietà entro una logica in cui al primo posto sta la persona e la relazione con essa. In un mondo che smarrisce le possibilità di comu­nicazione autentica (ben diverse da quelle del comunicato, dell'infor­mazione, della nota...), che si frammenta in settori artificiali, dove il soggetto è ridotto a funzione del sistema, la prassi della solidarietà dice non solo la retorica ma la possibilità, faticosa e impegnativa, di un mon­do dove tornano a comunicare i soggetti. «Ad un mondo migliore – ricorda l’enciclica – si contribuisce soltanto facendo il bene adesso e in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito» (n.31b).

3. Sui sentieri dell’amore: conclusione

L’enciclica propone una Chiesa che non impone ma propone, che non si fa reggente della società né percorre la via della lobby di pressione, una chiesa che sta in mezzo agli uomini nutrendo per loro simpatia, una Chiesa libera da fazioni,partiti e ideologie ;che assume il proprio impegno di carità nella gratuità, senza mirare ad altri scopi, nell’umiltà di un servizio concreto mai disgiunto dal pensare, dal meditare,dal contemplare e soprattutto dal pregare.

Un’enciclica che interroga la prassi di carità delle nostre chiese e le invita ad un’autentica riforma che passa attraverso la via dell’amore. Ispirato dal primato della carità e dei bisogni pastorali reali, chi intende operare per il rinnovamento della vita ecclesiale, dovrà tornare all’amore, con la pazienza di rispettare anche i cammini più lenti, le persone più deboli, nella docilità e nell’obbedienza allo Spirito, pronto a vivere l’esodo da sé senza ritorno, in cui consiste l’impegno di amare.

A questo amore l’enciclica chiama tutti, ma chiama soprattutto noi credenti: «L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati a immagine di Dio.dice il papa al paragrafo 39. Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo.”

mons. Guerino Di Tora

 

 

 

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