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EDITORIALE

 

 

La carità: "un cuore che vede"

(Introduzione al programma della Quaresima di carità 2006)

 

La Quaresima è il tempo che la Chiesa dedica alla riflessione ed all’incontro con Dio. Un periodo che ci invita alla conversione del cuore, al cambiamento di vita, e con saggezza la liturgia ce lo ripropone ogni anno, sapendo quanto tutti siamo bisognosi di questa trasformazione che ci porta a riscoprire il rapporto con Dio nella nostra vita e nella storia che viviamo. Per la Chiesa di Roma la riflessione quaresimale è incentrata in modo particolare sulla carità, invitando i fedeli a vivere una realtà di incontro, di conoscenza e di accoglienza autentica della persona di Gesù il Cristo, nella Parola, nella liturgia, nella carità.

Si tratta di un incontro in cui siamo posti a confronto con le esigenze di radicalità della Parola di Dio, degli atteggiamenti di Gesù, del cammino storico dell’uomo. Il deserto, il digiuno, la penitenza, il sacrificio, la croce vengono, nella liturgia quaresimale, insistentemente riproposti perché contengono, al di là del loro linguaggio di privazione, sorprendenti messaggi positivi di conversione, al di fuori o contro il modo di pensare e di vivere comune. Se ne capisce lo scopo: la Quaresima vuole “far rizzare la testa”, sorprendere appunto per poi scuotere e risvegliare l’esistenza.

Il nostro vescovo Benedetto XVI ci presenta questo periodo come un’occasione privilegiata per il “pellegrinaggio interiore verso Colui che è la misericordia. Un pellegrinaggio in cui Dio stesso ci accompagna attraverso il deserto della povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua”[1]. La misericordia è quindi la dimensione che il periodo quaresimale ci invita a vivere. Ma cos’è la misericordia?

Comunemente la intendiamo come un sentimento benevolo di riconciliazione e perdono, essa invece ci viene presentata come “il limite divino imposto al male”[2]. In ogni epoca l’umanità ha rivolto a Dio la richiesta di gioia, di pace e di amore trovandosi nella miseria, nella solitudine, nella violenza e nella fame. La misericordia di Dio ha impedito che “il buio dell’orrore  spadroneggiasse”[3]. Il significato della parola “misericordia” rappresenta uno degli aspetti fondamentali della morale della Bibbia ed esprime l’insieme dei gesti e degli atteggiamenti sui quali si fonda la vita sociale, senza dei quali la vita degli uomini diventa impossibile. La bontà e la misericordia di Dio costituiscono il cuore della stessa rivelazione del Sinai (Es 20,5-6). Gesù è venuto per rivelare la misericordia del Padre. Fin dall’inizio del suo Vangelo, Luca canta la misericordia di Dio (Lc 1,39-79).

La carità della Chiesa opera di misericordia

“Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt. 9, 36). Con la citazione dell’evangelista Matteo il Santo Padre apre il suo messaggio per la Quaresima 2006, sottolineando come “lo sguardo commosso” di Cristo non cessa di posarsi ancora oggi sugli uomini: “con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione”[4]. Lo sguardo compassionevole di Gesù altri non è che lo sguardo della Chiesa, chiamata alla carità “illuminata dalla verità pasquale”.

L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è compito della Chiesa e di ogni singolo cristiano che cerca così il bene integrale dell’uomo[5]con l’evangelizzazione, la promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana ed il sevizio della carità, per alleviare le sofferenze ed i bisogni degli uomini. La carità-amore deve guidarci a un impegno per lo sviluppo integrale dell’uomo di fronte al grido di dolore di miliardi di poveri ed emarginati che vivono oggi nel mondo.

La compassione di Gesù per le folle è anche la preoccupazione per le esigenze terrene e materiali dei popoli. Più volte, raccontano i Vangeli, ha personalmente provveduto a sfamare, sanare, guarire ed alleviare le sofferenze “con questo pane dato a nutrimento del corpo volle preannunziare quel cibo celeste delle anime, che avrebbe largito agli uomini nella vigilia della sua passione”[6].

La Chiesa è chiamata, noi siamo chiamati, ad agire innanzitutto secondo il modello offerto dal buon Samaritano: la risposta alle necessità immediate. Una risposta attenta, gratuita, disinteressata e con competenza professionale[7]. Le istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all'altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, per i cristiani impegnati nella carità è necessaria anche, e soprattutto, la « formazione del cuore »: occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore[8].

“Un cuore che vede”, l’espressione con cui il Santo Padre definisce la carità, esprime la dimensione profetica che essa ha per la Chiesa “sempre e per sua natura la carità sta al centro del Vangelo e costituisce il grande segno che induce a credere al Vangelo”[9]. Lo specifico dell’azione solidale del cristiano che lo distingue dall’opera del non credente non è sul piano fenomenologico né, tanto meno sul piano motivazionale: “(il cristiano) sa che l’amore nella sua purezza e nella gratuità è la migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare”.

Di fronte alle ingiustizie che incontriamo nella vita di tutti i giorni, in cui molti uomini sono discriminati anche nella fruizione dei diritti essenziali quali la salute, il lavoro e l’istruzione, ed altri usufruiscono di diritti solo sulla “carta” come i senza dimora, gli immigrati e gli ex detenuti, la misericordia deve tradursi in gesti concreti e di progettualità al fine di rendere più giuste e dignitose le esistenze di tutti. Il volontariato, stile di vita di servizio concreto e gratuito, è una delle forme più alte dell’espressione della misericordia. Anche la partecipazione politica, l’informarsi, il saper far rappresentare le proprie convinzioni ed impegnarsi per dar voce a chi non ne ha, è una forma di misericordia.

La Quaresima di carità 

Il periodo della Quaresima è allora da considerare come occasione propizia per formare i cuori all’incontro con Dio attraverso l’amore verso il prossimo e con l’impegno concreto nella solidarietà. Il digiuno e l’elemosina che, insieme alla preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo quaresimale, sono esperienze che ci aiutano a prepararci all’amore. Ma questo incontro con chi soffre, è provato, malato, emarginato, prima di essere un’azione di aiuto, deve essere una presa di coscienza di se stessi.

Rimanere accanto ai poveri vuol dire avere consapevolezza del proprio limite, delle proprie cadute, riconciliarsi con se stessi per non essere poi intolleranti nei confronti della povertà concreta, per non essere incapaci  di accogliere le ricchezze e le contraddizioni dell’altro. Il povero, infatti, spesso vive nella contraddizione e si riesce ad accoglierlo solo se si ha chiara anche la contraddizione che c’è nel proprio cuore. La dimensione del servizio ai poveri è elemento costitutivo del cammino quaresimale per diventare partecipi del mistero della morte e resurrezione di Cristo. Dio ci salva in Cristo, liberandoci dalla nostra condizione di uomini peccatori ed educandoci a vivere da “figli di Dio”, che amano fino a dare la vita, con Cristo e come Cristo, per i fratelli.

La famiglia fonte di carità

La Chiesa di Roma è da tre anni impegnata nella riflessione pastorale sulla famiglia. La Caritas, per ciò che riguarda la dimensione più peculiare della carità, ha impostato il proprio cammino pastorale sull’esperienza di carità che si vive nei nuclei familiari. Una carità quotidiana, naturale, che nasce spontaneamente e che è vissuta in modo semplice, nei rapporti tra marito e moglie, tra fratelli, tra genitori e figli e con i più prossimi[10]. La famiglia è il luogo privilegiato dell'educazione e dell'esercizio della vita fraterna, della carità e della solidarietà, le cui forme sono molteplici. Nelle relazioni familiari si apprendono l'attenzione, l'accoglienza e il rispetto dell'altro. La vita in comune è poi un invito alla condivisione che fa uscire dal proprio egoismo. Chi impara a condividere e a donare scopre la gioia immensa che procura la comunione dei beni. I genitori, con il loro esempio ed il loro insegnamento, avranno cura di suscitare delicatamente nei propri figli il senso della solidarietà[11]. Anche il Santo Padre Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est cita come paragone l’amore che nasce all’interno della famiglia per illustrare la missione della Chiesa nel mondo: “la Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario”. L’amore-agape che si forma tra i cristiani, figli di Dio e fratelli in Gesù, fa della Chiesa in quanto famiglia di Dio, un luogo di aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche coloro che, fuori di essa, hanno bisogno di aiuto.

Porre l’attenzione verso le famiglie quali moltiplicatori di solidarietà, è opera basilare per quanti nella Chiesa promuovono l’amore misericordioso del Padre. Le proposte formative per vivere la Quaresima 2006 hanno quindi ancora una volta un riferimento alla famiglia e  coinvolgono anche le comunità parrocchiali.


[1] Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima 2006

[2] Giovanni Paolo II in “Memoria e identità”

[3] Cfr. 2

[4] Cfr. 2

[5] Cfr. 1

[6] Enciclica Mater et Magistra (par.3)

[7] Cfr 1

[8] Cfr 1 par. 31

[9] Cfr 1

[10] Direttorio della pastorale familiare (cf.nn.156-158)

[11] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Quaresima 1997

mons. Guerino Di Tora

 

 

 

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