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EDITORIALE

 

 

"Giovani e violenza: esperienze di accompagnamento"
 

Le cronache di questi giorni, che hanno coinvolto ragazzi in atti di violenza e di bullismo, richiedono una riflessione attenta e approfondita su quello che vivono gli adolescenti e sul rapporto che essi stabiliscono con il mondo degli adulti e le agenzie educative. Tali manifestazioni di violenza, che si stanno diffondendo e che coinvolgono ragazzi di diversi ceti sociali e parti del Paese, sono segnali del forte disagio esistente nel mondo giovanile.

Per fare alcune riflessioni, vogliamo partire dall’esperienza che stiamo vivendo con le attività di formazione che svolgiamo nelle scuole medie superiori e con il servizio in atto nei quartieri periferici della città, incontrando i ragazzi nei luoghi dove si ritrovano (bar, sale giochi, centri commerciali, piazze e muretti). Ci vengono in mente alcune immagini: ragazzi che non riconoscono nessuna autorevolezza degli insegnanti; continui sberleffi verso i compagni più timidi e impacciati; professori timorosi e a volte indifferenti. Fuori dalla scuola, nel tempo libero, devono fare i conti con  la noia, espedienti di devianza, scarsa qualità di relazioni umane. Non è facile delineare le cause e le responsabilità di questa situazione, però possiamo fare alcune considerazioni.

La solitudine. La solitudine dei ragazzi rispetto alla crescita e alla maturazione; quella dei genitori, che si sentono inadeguati al ruolo; quella degli insegnanti, costretti a rapportarsi con una realtà giovanile complessa, senza un sostegno di risorse e strumenti adeguati.

La realtà virtuale. I ragazzi vivono sempre più le relazioni senza rapportarsi all’altro attraverso il contatto umano, tutto viene mediato e artificialmente costruito dai nuovi mezzi di comunicazione. Quasi come in una vita virtuale sono condizionati e attratti da modelli e da situazioni che non hanno aderenza con la realtà e che non aiutano nella ricerca e nella rielaborazione del proprio vissuto.

La mancanza di comunicazione con il mondo degli adulti. Sono sempre meno gli spazi dove i ragazzi possono confrontarsi con gli adulti, al punto che questi vengono visti come “altro” rispetto al loro mondo. Nello stesso tempo, gli adulti sono sempre meno capaci di “saper perdere tempo” con loro, di dare importanza al loro vissuto fatto di “cose assurde e intime”.

C’è la necessità di assumere le diverse realtà giovanili come punto di partenza valorizzando le densità materiali e spirituali che le caratterizzano. Questo può permettere di affrontare la sfida di vivere una presenza con i giovani senza contrapposizioni frontali, bensì attraverso l’incontro e la testimonianza per costruire relazioni basate sulla fiducia, sull’amicizia, sulla capacità di superare pregiudizi.

Un’opera che deve impegnarci insieme alle famiglie e con gli insegnanti, con l’obiettivo di tessere reti di comunione.

Il ragazzo deve sentirsi riconosciuto come persona e bisogna essere capaci, come adulti, di condividere con lui un percorso educativo. C’è la necessità di valorizzare l’esperienza dell’accompagnamento da parte degli adulti per offrire opportunità di  incontro con gli altri, di attenzione alle persone, alla qualità delle relazioni umane, all’impegno e al servizio.

Questo è possibile se, come adulti, sappiamo coniugare l’intervento educativo con quello della testimonianza concreta.

Gianni Pizzuti (Settore Volontariato, Caritas Roma)

 

 

 

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