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EDITORIALE

 

 

Trasformare la vita in dono

(da Romasette del 21 dicembre 2008)

“La speranza è la nostra forza”. Anche quando tutto sembra precipitare, quando i problemi quotidiani impediscono di vedere oltre il vivere feriale, quando la sofferenza sembra essere una costante nella vita, noi continuiamo a sperare. È questo il messaggio del Natale, il segno che attendiamo e ci prepariamo a vivere nel mistero del Verbo incarnato. Dio ha vissuto questa nostra realtà.

Sentiamo dire in questi giorni, con il precipitare della crisi economica ed i numerosi disagi che ci investono, “Che Natale sarà quest’anno?” Come si può “festeggiare” in un periodo così problematico, in cui ogni giorno vediamo dolori, ingiustizie, violazioni dei diritti fondamentali che ledono la dignità dell’uomo?

Un mondo dove le povertà si moltiplicano e non solo come forme di mancanza di reddito, ma anche in quelle che Papa Benedetto ha definito “fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale” in cui si manifestano stati di insicurezza nonostante il benessere economico.

In questo contesto festeggiare significa accogliere e vivere il mistero di Dio che viene nel mondo per far nascere in noi la speranza della salvezza e rinnovare la gioia della vita. È questa un’esperienza spirituale ma anche un concreto stile di vita, che si incarna nel bambino Gesù. Un percorso che parte da noi stessi, che interroga la nostra quotidianità: le relazioni con chi ci è vicino, il nostro tempo, i consumi, l’economia, la riscoperta in sintesi di uno stile di vita che allontana il consumismo e si concretizza in una nuova solidarietà.

Già anni fa Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, in un libricino poneva la domanda “Se Cristo domani tornasse, tu lo sapresti riconoscere?”. Le nostre vite, se non aperte a condividere, saprebbero riconoscere il “bambinello” che nasce in un campo di nomadi? Vedrebbero Gesù nei barconi di immigrati che sbarcano sulle coste, o in coloro che hanno fame, sono disagiati, sono disperati perché hanno perso il lavoro? Solo conoscendo l’altro riconosciamo il Signore che ancora viene in mezzo a noi, perché  la via che porta a Cristo è l’uomo. Non l’uomo astratto, ma l’uomo persona concreta con i suoi limiti e le sue difficoltà. A cominciare proprio dall’uomo più vicino a noi, il prossimo che incontriamo per strada o sulla metropolitana, a scuola, in ufficio o al lavoro.

Vivere il Natale significa allora essere testimoni nella quotidianità del bambino povero che nasce a Betlemme per rispondere all'attesa di un futuro più umano, attesa di guarigione, attesa di aiuto, attesa di salvezza.

Per questo, la nostra solidarietà diventa impegno di “prossimità” per andare, come i pastori, a cercare “il nato”, il nuovo, il diverso, incontrare l’altro per condividere la speranza e la gioia e trasformare la nostra vita in dono.

                                                                                                     mons. Guerino Di Tora

 

 
 
 

 

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