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“La
speranza è la nostra forza”. Anche quando tutto
sembra precipitare, quando i problemi quotidiani
impediscono di vedere oltre il vivere feriale,
quando la sofferenza sembra essere una costante
nella vita, noi continuiamo a sperare. È questo
il messaggio del Natale, il segno che attendiamo
e ci prepariamo a vivere nel mistero del Verbo
incarnato. Dio ha vissuto questa nostra realtà.
Sentiamo
dire in questi giorni, con il precipitare della
crisi economica ed i numerosi disagi che ci
investono, “Che Natale sarà quest’anno?” Come si
può “festeggiare” in un periodo così
problematico, in cui ogni giorno vediamo dolori,
ingiustizie, violazioni dei diritti fondamentali
che ledono la dignità dell’uomo?
Un mondo
dove le povertà si moltiplicano e non solo come
forme di mancanza di reddito, ma anche in quelle
che Papa Benedetto ha definito “fenomeni di
emarginazione, povertà relazionale, morale e
spirituale” in cui si manifestano stati di
insicurezza nonostante il benessere economico.
In questo
contesto festeggiare significa accogliere e
vivere il mistero di Dio che viene nel mondo per
far nascere in noi la speranza della salvezza e
rinnovare la gioia della vita. È questa
un’esperienza spirituale ma anche un concreto
stile di vita, che si incarna nel bambino Gesù.
Un percorso che parte da noi stessi, che
interroga la nostra quotidianità: le relazioni
con chi ci è vicino, il nostro tempo, i consumi,
l’economia, la riscoperta in sintesi di uno
stile di vita che allontana il consumismo e si
concretizza in una nuova solidarietà.
Già anni fa
Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, in un
libricino poneva la domanda “Se Cristo domani
tornasse, tu lo sapresti riconoscere?”. Le
nostre vite, se non aperte a condividere,
saprebbero riconoscere il “bambinello” che nasce
in un campo di nomadi? Vedrebbero Gesù nei
barconi di immigrati che sbarcano sulle coste, o
in coloro che hanno fame, sono disagiati, sono
disperati perché hanno perso il lavoro? Solo
conoscendo l’altro riconosciamo il Signore che
ancora viene in mezzo a noi, perché la via che
porta a Cristo è l’uomo. Non l’uomo astratto, ma
l’uomo persona concreta con i suoi limiti e le
sue difficoltà. A cominciare proprio dall’uomo
più vicino a noi, il prossimo che incontriamo
per strada o sulla metropolitana, a scuola, in
ufficio o al lavoro.
Vivere il
Natale significa allora essere testimoni nella
quotidianità del bambino povero che nasce a
Betlemme per rispondere all'attesa di un futuro
più umano, attesa di guarigione, attesa di
aiuto, attesa di salvezza.
Per questo,
la nostra solidarietà diventa impegno di
“prossimità” per andare, come i pastori, a
cercare “il nato”, il nuovo, il diverso,
incontrare l’altro per condividere la speranza e
la gioia e trasformare la nostra vita in dono.
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