Le parole del mese

La Libia e le sue storie

Raccontare la guerra ha sempre un non so che di retorico: i buoni contro i cattivi, i barbari contro gli istruiti, le culture contro le culture;
poi la guerra la vai a guardare più da vicino e non è altro che i più violenti contro i più pacifici.
Eppure oggi le guerre ci entrano in casa e basterebbe poco per collocarle nelle pieghe della storia senza enfasi o giustificazioni fallaci. Basterebbe guardarle senza commenti e forse capiremmo meglio. Ciò che sta avvenendo in Libia leva quella stucchevole pagina di retorica che voleva vendere concetti come tutela, ordine, sicurezza, accoglienza ospitale e rispetto dei diritti umani, per raccontarla per quello che è: un teatro di violenza conosciuta e tollerata nel nome della spartizione di ricchezze e territori. La guerra ha un sua tragica banalità e tra queste banalità ci sono campi di prigionia, vendita di armi, disprezzo della vita dei più deboli, annientamento  di ogni regola democratica, cancellazione dei diritti fondamentali delle persone. E’ il luogo dove menzogna e violenza trovano il terreno per crescere distruggendo la vita. La guerra non ha bisogno di troppe spiegazioni. Basta a se stessa. E se a volte non si riesce ad evitare, sempre si potrebbe non diventarne complici: nel non sostenerla e nel non giustificarla.

Una buona mappa

Avere buone mappe permette di muoversi su sentieri giusti. Non evitano la fatica e la stanchezza ma hanno il merito di sapere dove ti possono portare. Il documento sulla “Fratellanza Umana” di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019 è una di queste mappe.

Non ci sono concetti difficili, ma forse per questo rappresenta una mappa semplice e leggibile per tutti. Il sentiero che delinea parte dell’incontro, dal riconoscersi, dal dirsi chi siamo e come vorremmo vivere in questo mondo.

Siamo donne e uomini dell’Occidente e dell’Oriente con uguali diritti e dignità, siamo contrari a tutto ciò che uccide e divide, e viviamo la compassione verso chi è più povero e emarginato col desiderio di liberarlo dalle sue sofferenze e fragilità.

Per testimoniare e accogliere “la fratellanza che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali, dichiariamo di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criteri”.

Ciò che tutto questo ci invita a fare è semplicemente il modo attraverso il quale possiamo “raggiungere la pace universale di cui godano tutti gli uomini e le donne in questa vita.” Questo vogliamo.

Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahamad Al- Tayyeb, ci hanno consegnato una mappa per percorrere sentieri dagli ampi orizzonti. Se vogliamo camminare verso una “Pace duratura e una convivenza comune” dobbiamo solo aprirla, seguirla e metterci in cammino. Ora.

Diseguaglianze

Tutto quello che intercettiamo ci dice che viviamo in un mondo di diseguali. Qualcuno sostiene che è sempre stato cosi; forse, ma non lo accettiamo come elemento consolatorio. Il problema è che continuiamo ad affrontare temi che appartengono alla categoria delle conseguenze e colpevolmente fingiamo di non conoscere le cause. E quando le mettiamo in luce poi, con la naturale accettazione con cui accogliamo le stagioni, le lasciamo in un angolo perché in fondo dovremmo dirci che, a monte di questa disuguaglianza, ci siamo noi con la nostra visione del mondo e della vita. Senza una profonda consapevolezza che la disuguaglianza si alimenta in una strategia di accaparramento di risorse e di ricchezza da parte di chi la vuole difendere a suo vantaggio e di relativa esclusione di che ostacola questo processo, ci mancherà sempre uno sguardo profondo per leggere la storia nel suo contorto e allo stesso tempo lineare svilupparsi. E infliggiamo una penosa considerazione a noi stessi in questo perderci in problematiche faziose per accantonare quelle che ci possono invece aprire faticosi sentieri di liberazione. Di certo il percorso è più impegnativo e esigente. ma è nella scelta di questi percorsi che prende vita la testimonianza e l’impegno verso quelle visioni di giustizia che per molti meritano essere vissute.
Chi come noi è in cammino, ha il dovere di usare cuore e cervello per saperle individuare.

Quello che abbiamo capito

Quello che abbiamo capito nel proporre percorsi per la gestione dei conflitti è che questi percorsi non sono mai facili. Quando si vendono come facili è perché non si vuole risolvere il conflitto, ma si vuole vincere. Sono due concetti molto diversi, figli di convinzioni e concezioni diverse del rapporto tra le persone. Vincere porta ad un illusoria percezione che il conflitto sia stato risolto. Non è vero. Il conflitto è solo stato rinviato a quando chi è sconfitto penserà di essere in grado di vincere a sua volta. Nel raccontare di questo ci mettiamo dentro molte giustificazioni e riferimenti più o meno convincenti. Quello che non riusciamo a fare è convincerci che è un modo vecchio e deleterio di pensare la storia. Non bisogna essere buoni per salvare quello che resta della nostra smembrata umanità, basta essere saggi e intelligenti che non c’è altra via che non spaventarsi delle diversità, soffocare la violenza, accettare di convivere con i conflitti, preoccupandoci non tanto di vincerli quanto di gestirli e, se si riesce, risolverli.

Natale arriva per dirci che per fare questo bisogna abitare con semplicità e coraggio la nostra storia, camminandoci dentro senza scansare ciò che la vita ci fa incontrare.

Come ha fatto il Figlio del falegname.

Qui e adesso 

Non dobbiamo convincerci che la pace sia la scelta giusta. Lo sappiamo. E probabilmente lo intuiscono anche coloro che hanno una idea di pace diversa da quella che abbiamo maturato noi collocandola nei territori della dignità

Dobbiamo invece convincerci che non arriverà come una pioggia improvvisa ma che si dovrà confrontare con le tematiche che ora recepiamo come semplici informazioni. Immigrazione, ambiente, disuguaglianza, violenze solo i luoghi dove la pace deve prendere forma e vita.

Se la pace richiede di essere impiantata nella storia oggi la storia è questa; se la pace vuole esser una risposta alla storia questa risposta va data subito.

Carovane di migranti, territori deturpati, diritti soffocati sono i segnali visibili che tutto ciò è da avviare qui ed ora. Il come lo dovremo cercare con assiduità. Il perché è racchiuso nella salvaguardia della nostra umanità più profonda e dei posti dove siamo chiamati a viverla.

Non c’è una guerra buona e una guerra cattiva

Non c’è una guerra buona e una guerra cattiva e niente può giustificare l’uso di tali strumenti di sterminio contro persone e popolazioni inermi. (Papa Francesco)

La Siria è l’incubo profondo nel quale ci stiamo specchiando, è il contesto drammatico degli scenari con i quali rischiamo di avere a che fare ovunque, nel mondo globale e nei nostri territori locali. Visioni politiche opprimenti, manipolazioni ideologiche e narcisismi esasperati non si fanno scrupolo di mettere in gioco vite umane, culture, luoghi e risorse per il proprio tornaconto e le proprie ambizioni. L’informazione si limita a narrare la cronaca senza entrare nel merito delle cause; la politica locale partecipa da spettatrice neutra e irresponsabile, senza nessuna visione alternativa e liberante. E un unico filo conduttore; il totale disprezzo della vita delle persone. Ci stiamo calando in un contesto che non considera non solo sacra, ma senza nessun valore il dono della vita, e la rende solo ed esclusivamente funzionale ai propri obiettivi. Si muore o si vive in relazione a ciò che è strategicamente rilevante perché questi disegni si realizzino. Che si usino armi chimiche o barconi fatiscenti, che si uccidano bambini o anziani, non è oggetto di piani sofisticati; la cosa essenziale è scavalcare la vita che muore per disegnare e determinare un futuro di potere e di oppressione. Senza nessuno scrupolo, senza nessun limite e soprattutto senza nessuna speranza. La guerra in Siria rischia di diventare un pezzo noioso e triste dei nostri telegiornali; la verità è che la Siria sta diventando la nostra coscienza che ci domanda ogni giorno che cosa ne stiamo facendo della vita.

Deserto

Il deserto è un luogo quaresimale. Evoca la fatica, la solitudine, l’aridità.  Nel nostro viaggiare incrociamo oasi ristoratrici che ci invogliano a fermarci, ma il deserto rimane un luogo soprattutto da attraversare. La nostra capacità di resistenza in mezzo al vento e alla sabbia si fonda sulla nostra capacità di credere alla vita e all’intensità con cui la si vive. Questo carico di solidarietà o di inadeguatezza, di paura o di speranza ce lo dobbiamo caricare sulle spalle anche quando siamo tentati di abbandonarli lungo i sentieri e vorremmo camminare con più leggerezza. E’ una tentazione con la quale dobbiamo confrontarci ogni giorno. I confini dei nostri deserti si stanno allargando e le genti costrette a passarci dentro sono sempre più numerose. Per fuggire dalla guerra, dall’aridità, dalla violenza e dalla fame il deserto ormai è un passaggio obbligato. Passaggio sempre più arido e sempre più vivo.

Un luogo nel quale, come ci ha insegnato Gesù di Nazareth, se vogliamo costruire comunione, occorre imparare a stare.

Natale

Natale ci porta in terre lontane. Nessun albero addobbato o slitte trainate da renne. E’ una terra vera e dura, fatta di deserti, di strade polverose, di oppressione e di fatica. E’ una terra di fughe nell’oscurità, di despoti prepotenti e violenti e di albergatori inospitali e arroganti. E’ una terra di stalle che diventano case e di mangiatoie che diventano culle. E’ una terra di notti buie e fredde abitate da pastori e povera gente aggrappati all’essenzialità ma capaci di guardare le stelle e ascoltare lontane parole di speranza.
E’ questa terra da dove arriva la Parola di Salvezza. E’ questa terra smembrata e contesa dove Dio diventa Bambino e si mette in cammino con noi. Nonostante noi.
C’è speranza.

Riflettere

Riflettere non è facile. E’ più facile fare, agitarsi, sbraitare. Riflettere richiede fatica, tempo studio, rischio di arrivare in fondo e rendersi conto che ciò che si immaginava o si pretendeva non è precisamente quello che avremmo voluto o sperato. La pace e la giustizia vanno pensati e voluti per essere realizzati. I cambiamenti climatici, le guerre di dominio e di oppressione, le disuguaglianze sociali, sono fenomeni che non possiamo trattare con leggerezza. Dobbiamo chiamarli con i loro nome e senza presunzione. Non sappiamo tutto, non conosciamo tutto, non possiamo arrivare a tutto. Riflettere è un passaggio necessario per costruire pezzetti di futuro. Farlo insieme, come comunità, ci fa sentire meno soli ma soprattutto ci dà la possibilità di costruire già da oggi le fondamenta di questa futuro. Fermarsi a riflettere non è un lusso, ma un dovere. Senza diventa difficile ascoltare, capire e dialogare.

Barbiana

L’esperienza di Don Milani ha un aspetto che affascina non solo per la forza e la lucidità della sue visione educativa. La sua capacità di scegliere un percorso di servizio liberante e proiettato nel futuro è evidente. Quello che non sempre viene sottolineato è come tutto questo nonostante sia avvenuto in uno sperduto paesino del Mugello abbia avuto una rilevanza e un impatto tale da provocare e interrogare, ancora oggi in termini di contenuti e di metodo, i nostri tentativi di vivere una cittadinanza responsabile. A Barbiana la scuola era una scuola che affrontava i temi con coraggio e onestà. Non si fermava ai titoli, agli slogan e alle soluzioni facili. Si preoccupava di far crescere cittadini responsabili. Non si educa senza entrare in relazione con la storia della che si incontrano. E’ l’incontro che genera nuove storie e nuove visioni. Don Lorenzo e la scuola di Barbiana sono lì a dirci che quando questo avviene, in qualunque posto questo avvenga, si avvieranno processi capaci di rendere le persone libere, solidali e responsabili. E su questa memoria abbiamo la certezza che vale la pena costruire il nostro futuro.

Operare per la Pace

Operare per la pace ha a che fare con la coscienza, la fiducia, il rispetto, la speranza. Non sono cose a buon mercato. Vanno coltivate e devono passare al setaccio della quotidianità. Lo si può fare solo maturando l’umiltà di doverle imparare ogni giorno. “E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune. Troviamo scritto in Lettera a una professoressa: <<Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia>>. Questo è un appello alla responsabilità. “ (Papa Francesco a Barbiana)

La città che vorrei

Le sfide per la pace hanno molti nomi: si chiamano cultura, dialogo, rispetto. Per gli altri, per noi stessi e per la terra sulla quale viviamo. Sono sfide che per essere vere non possono esaurirsi nei risultati immediati del presente, ma necessitano di essere collocate in una visione che sa di futuro. “La città che vorrei” è una ipotesi di lavoro sulla quale siamo chiamati non solo a riflettere, ma ad immaginare e a realizzare. Che sia con una mostra fotografica, una esperienza concreta o una testimonianza significativa, diventa necessario lasciarsi coinvolgere da questi incontri per inserirsi in quella rete che annoda opportunità di convivenza mature e responsabili. E’ il percorso naturale che ci guida verso temi più complessi; l’ambiente, la nonviolenza, la responsabilità verso chi vive nella fragilità. Anche qui il sogno è chiamato a prendere forma per trasformarsi in ciò che è possibile. Solo allora assume su di sé con responsabilità la fatica e la ricerca. “La città che vorrei” , come il “mondo che vorrei” o come “la solidarietà che vorrei” escono allora dalla tana delle illusioni da celebrare e iniziano con pazienza a frequentare contorti sentieri da percorrere.

Annunciare

Il silenzio nel quale si stanno consumando drammi inenarrabili stride con il chiasso con  cui si raccontano storie ordinarie e sempre uguali.
L’annuncio dell’Avvento è un richiamo ad avvicinarci all’essenziale. E’ la notizia che sconvolge un modo di pensare e di costruire il rapporto con l’altro. L’avvento fa pulizia di tutto ciò che è inutile e rimette al centro la debolezza e la grandezza dell’ uomo. Forse come tutte le notizie che arrivano al cuore viaggiano insieme al  silenzio e alla riflessione. Solo così possono  parlare all’anima. La tentazione è di sostituirle con luci colorate, con titoli ad effetto e con il nulla raccontato. L’Avvento  può  il tempo in cui riportiamo al centro l’essenziale di ciò che siamo chiamati ad essere. Cogliere l’essenziale non è mai facile: è talmente spoglio che non ci permette di cercare alibi. E’ come un bambino in una mangiatoia: non va narrato, spiegato, interpretato; va solo accolto e protetto.

La pace ha bisogno di radici profonde

”Non lasciarsi imbrigliare, perché alcuni dicono: la cooperativa, la mensa, l’orto agroecologico, le microimprese, il progetto dei piani assistenziali… fin qui tutto bene. Finché vi mantenete nella casella delle “politiche sociali”, finché non mettete in discussione la politica economica o la politica con la maiuscola, vi si tollera. Quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei i poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli, mi sembra a volte una specie di carro mascherato per contenere gli scarti del sistema. Quando voi, dal vostro attaccamento al territorio, dalla vostra realtà quotidiana, dal quartiere, dal locale, dalla organizzazione del lavoro comunitario, dai rapporti da persona a persona, osate mettere in discussione le “macrorelazioni”, quando strillate, quando gridate, quando pretendete di indicare al potere una impostazione più integrale, allora non ci si tollera, non ci si tollera più tanto perché state uscendo dalla casella, vi state mettendo sul terreno delle grandi decisioni che alcuni pretendono di monopolizzare in piccole caste. Così la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino. (Papa Francesco, ai Movimenti Popolari)

Buoni propositi

Ogni inizio attività viene sostenuto da sacchi pieni di buoni propositi. Noi non ne abbiamo di nuovi. Anzi, vorremmo che i propositi che hanno alimentato in questi anni la nostra preoccupazione per la Pace rimangano sempre gli stessi.

Una attenta lettura dei fatti, una buona dose di progettualità, una coerenza credibile per definire ciò che vogliamo e per accettare quel poco che riusciamo a fare, un rifermento continuo a una visone della Pace che ha a che fare con la giustizia e la dignità di ogni persona, una decisa volontà ad annunciare che la Pace è l’unica via possibile per vivere un presente che sappia guardare il futuro, un dialogo continuo con chi nei propri territori crede e vuole che la pace diventi possibile.

Da tempo in questa ricerca siamo accompagnati da parole forti o, più semplicemente, da qualche alibi in meno; con grande vigore e con grande lucidità papa Francesco ci richiama a una coerenza con la Parola di Dio che non può mercanteggiare né idee né azioni di fronte alle nefandezze della guerra, al ripudio della dignità in nome del mercato, all’irresponsabilità con cui trattiamo il creato e all’egoismo miope con cui ci relazioniamo con i più poveri della terra.

Niente buoni propositi. Come sempre solo lavoro costante, quotidiano, fiducioso e paziente per vivere con responsabilità la nostra vocazione ad essere “operatori di Pace”.

Numeri

Ad Aleppo oltre due milioni di persone sono senza acqua e senza energia; nel Mediterraneo oltre tremila morti nel 2016; nel mondo 795 milioni di persone non hanno abbastanza da mangiare.

Ci fermiamo qui non perché dobbiamo smettere di contare, ma perché dobbiamo imparare a guardare, a capire, a condividere.

I grandi numeri diventano fonti interessanti di ragionamenti. Servono certamente. Non ci  tiriamo indietro. Ma non possiamo fermarci a denunciarli e a indignarci. Siamo chiamati ad altro.

“Quando stendete le mani, io rifiuto di vederlo; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto; le vostre mani son piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete d’innanzi agli occhi miei la malvagità delle vostre azioni; cessate dal fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate ragione all’orfano, difendete la causa della vedova!” (Isaia 1.15-17).

Dietro i numeri ci sono sempre volti, storie e vite vissute. Non lasciamo che i numeri ci schiaccino: scavalchiamoli e apriamoci alla Misericordia che con ogni persona può essere data e ricevuta. La differenza tra guardare la storia e viverla sta tutta qui.

Armi

Se vendiamo libri forse ci sarà più gente che legge e che pensa, se vendiamo dischi forse ci sarà più gente che canta e che danza, se vendiamo giocattoli forse ci sarà più gente che gioca e che sogna.

Se vendiamo armi di sicuro c’è più gente che spara e che muore.
Banale. Come il male.

Guardare

Guardare l’Africa come  risorsa e non come minaccia. La conferenza ministeriale Italia-Africa ha in agenda una riflessione tardiva ma necessaria sul futuro. Dobbiamo guardare all’Africa perché le risorse e le ricchezze che ci può dare non sono finite, per creare opportunità economiche per le nuove generazioni, per combattere i rischi di radicalizzazione, per evitare che la rotta del Mediterraneo centrale abbia impennate nei prossimi mesi. Guardiamo all’Africa “perché l’Europa soffre di una grande crisi che non è economica ma demografica” e “insieme possiamo avere uno sguardo sul futuro”.

Non c’è niente  da fare. Non ce la facciamo  a guardare l’Africa per tutelare la sua dignità. Non riusciamo a toglierci di dosso l’accoglienza per opportunità e mutarla in solidarietà. Sulla bilancia delle nostre scelte continuiamo a soppesare i vantaggi e gli svantaggi. Arriverà il giorno in cui guarderemo all’Africa solo perché siamo la stessa famiglia umana. La storia se ne sta occupando per noi.

Idomeni

Idomeni è un puntino tra la Grecia e la Macedonia. Qui oltre 10.000 persone che fuggono dalla povertà e dalla guerra aspettano. Non abitano li; aspettano. In compagnia del freddo, della paura, di granate rumorose, di gas lacrimogeni e di proiettili di gomma. Idomeni non è solo una terra di confine. E’ “il” confine. Quello netto e deciso tra una visione accogliente, paziente e faticosa di chi si interroga e cerca ed un girone dantesco dove si sacrificano esseri umani al dio pagano della sicurezza e della tranquillità. Idomeni è una creatura mostruosa nata dall’incontro tra le nostre paure e le nostre responsabilità. La gestione oppressiva e militare del fenomeno migratorio è strategicamente sbagliata da un punto di vista storico e politico. Ed è immorale da un punto di vista umano. Ed inconciliabile con la Parola che per noi è Parola di salvezza. Sparare su gente inerme e spogliata di tutto, che chiede solo di vivere con dignità non ha niente a che fare con la nostra vocazione ad essere testimoni di “cieli nuovi e terra nuova”. Con ostinazione non vogliamo vedere le cause del fenomeno e ci lasciamo intrappolare dalla falsa necessità di rispondere a una emergenza. Ma Idomeni è il luogo che, con la sua brutalità, seppellisce ogni concetto di emergenza . Gas lacrimogeni, granate e proiettili di gomma contro persone inermi non sono un tentativo di soluzione ma solo la deliberata volontà di cementare la storia dentro una visione strumentale del mondo, quello dei noi e quello dei loro. La terra è un Dono per tutti. Abbiamo anche coniato parole per interpretare questo scenario: globalizzazione, interdipendenza, bene comune, cooperazione, diritti universali. Ma sono parole da tirare fuori come succedeva una volta con i vestiti della festa, buone solo nelle grandi occasioni e non certo tra le tende macilente di un campo profughi o in mezzo al fango di sentieri nascosti
Idomeni è il richiamo ad essere realisti e ad accettare i tanti confini sparsi sul nostro cammino; tra egoismo e compassione, tra rispetto e umiliazione, tra accoglienza e rifiuto, tra disinteresse e Misericordia, tra la Vita e la morte. Gesù di Nazareth nella notte di Pasqua, dopo aver accolto tutta la fatica della nostra storia, ci ha indicato la Via.
E’ il confine che va abbattuto, non le persone che cercano di superarlo.

Conflitti

Ne parliamo da settimane. Non bisogna avere paura dei conflitti. Ci sono. Fanno parte del nostro vissuto. Attingono vitalità dalle nostre debolezze e dalle nostre paure. Paura di perdere potere, prestigio, ruoli e ricchezza. Siamo uomini, soggetti spesso un po’ meschini e quasi sempre incapaci di guardare oltre noi. Per questo non dobbiamo avere paura dei conflitti. Perché ce li abbiamo dentro, sono in dote al nostro peregrinare e ci mettono di fronte alle nostre mediocrità. Ma dobbiamo avere paura di non riconoscerli e di non saperli affrontare, quello sì. Sperimentiamo ogni giorno che non siamo capaci di andare oltre la ricerca della nostra ragione. Di fronte al problema che rivela il conflitto non cerchiamo la soluzione: vogliamo vincere e basta. Non è la stessa cosa. Di  questo dobbiamo avere paura, di non saperci convertire al dialogo. Viviamo il conflitto con l’affanno di “mostrare” la nostra potenza e la nostra superiorità. Come qualcuno chiese a Gesù di fare nel deserto. Una tentazione. Che Lui scacciò.

Fuggire

La fuga dalla povertà e dalla guerra è un diritto. Con riflessioni e argomenti discutibili l’abbiamo fatto diventare una colpa. Ogni tanto per sentirci buoni l’abbiamo ritenuta perdonabile. Ma nella nostra pochezza rimane un colpa. Al diritto alla vita abbiamo anteposto la tranquillità e il benessere, confondendoli con la vita stessa. I diritti appartengono invece a tutti e acquistano significato e valore se lo sono per tutti e sostengono sempre di più l’idea di uguaglianza. Altrimenti si chiamano privilegi. Si riconoscono subito perché i privilegi vengono acquisti solo da chi può, spesso con arroganza e violenza. Garantire i diritti è un cammino di conversione che si radica in una visione della Misericordia centrata sulla persona e non sulle cose da fare. In questa visione, se le persone sono messe nelle condizioni di fuggire, il loro diritto alla vita non va dibattuto; va accolto e protetto.

Aprire

Aprire una porta è accogliere una novità. Per quanto pensiamo di esserne capaci, sappiamo che è saggio aspettarci il nuovo perché il nuovo, in tutti i casi, arriverà.
Una porta che si apre accogliendo la sfida della Misericordia stravolge la ricerca delle buone maniere per arrivare all’essenza dell’ospitalità. L’accoglienza della persona nella sua totalità non si può ridurre al tempo dedicato ad una chiacchierata di circostanza. Aprire le porte alla Misericordia non è solo donare quello che abbiamo in più, ma fare sedere alla propria tavola; non è solo offrire un aiuto, ma condividere il cammino; non è solo rispettare le opinioni, ma capire la ricchezza della diversità; non è solo ascoltare le difficoltà, ma dialogare nella ricerca della verità. Aprire le porte significa spogliarci delle nostre certezze e lasciare che i segni seminati nella nostra casa narrino la nostra storia. Senza paura. La storia probabilmente prenderà altre forme e incrocerà altri racconti. E’ un rischio, ma almeno eviteremo di aprire le nostre porte per mostrare solo soprammobili vecchi e impolverati. Vivere la Misericordia è ribaltare completamente le logiche con le quali leggiamo oggi la storia. E’ vederla con gli occhi delle persone e non con l’elenco delle cose da fare. E’ semplicemente accogliere l’invito di Gesù di Nazareth ad amare fino in fondo tutti i nostri nemici. Tutti.

Accogliere

Il forestiero sconvolge gli equilibri e le abitudini. Nelle buone famiglie quando si aspetta qualcuno si mette in ordine la casa, si prepara qualcosa di buono, si rende l’ambiente accogliente e caldo. Soprattutto quando siamo noi a decidere chi invitare. Vengono rimodellate abitudini quotidiane dentro un involucro protettivo e sicuro. L’ospite è conosciuto e questo ci basta. Ma la vita non è solo buone abitudini; è intreccio di storie che camminano e quando porta qualcuno a fermarsi sull’uscio di casa nostra perché non sa dove fermarsi, spesso ci perdiamo. L’accoglienza non genera festa, ma paura, il cibo diventa poco e l’ambiente freddo. Chi non è stato invitato non è dei nostri. E allora non solo non si apre la porta , ma si murano anche le finestre. Solo dopo ci accorgiamo che chiudendo tutto siamo rimasti al buio e che abbiamo lasciato fuori il sole, la luce, l’aria. Nessuna scorciatoia; se non ci sbrighiamo alla svelta  a riaprire tutto, rischiamo di soffocare.

Informare

È una grande responsabilità. E per farlo ci vuole serietà, competenza e onestà. Si dovrebbe informare per aiutare a pensare, perché si sappia che cosa succede, per dare ad ognuno la possibilità di capire, di scegliere e di decidere. Ma non sempre è così. Anzi quasi mai è così. Sempre di più si informa per manipolare, per convincere, per spaventare. Tutto in nome di un appiattimento di pensiero sul quale si può costruire una società che invece di aprirsi alza muri e barriere e invece di guardare il futuro si inventa un passato nostalgico e senza vita nel quale rifugiarsi. Allora informarsi diventa un nostra responsabilità senza scusanti; studiare e capire ci permette di vivere la complessità da cristiani presenti e da cittadini responsabili. Diamoci del tempo per sapere. Nascondersi dietro una informazione approssimativa e inutile mette in discussione la nostra dignità e ci fa perdere di vista quella degli altri.

Srebrenica

Non è vero che la guerra è una pazzia.
La guerra è qualcosa di sapientemente criminale, di lucidamente pensato e pazientemente preparato. Racconta un modo di vedere la vita e le persone che non lascia spazio a nessuna immaginazione.
Non è vero che quando una guerra inizia non si sa dove può portare. Si sa benissimo dove può portare, perché è proprio per quello che la si inizia.
E se qualcuno teme che lapidi e commemorazione consolino la nostra coscienza e ci aiutino a sopportare con più comprensione la storia, sappia semplicemente che non lo faranno. Siamo forse pochi e fragili, ma siamo lucidi.
E abbiamo imparato.In guerra non ci sono incidenti di percorso. In guerra non si muore perché è inevitabile.
In guerra si muore perché chi la vuole, la vuole per uccidere.

Vegliare

Se non si è feriti, stare svegli diventa una possibilità. Lo si fa perché si sente la necessità di  ascoltare i rumori più lontani, perché si vuole imparare a guardare nel buio cercando un po’ di sicurezza, perché è vitale apprezzare le luci quando non sono invadenti e accecanti. La veglia non ci permette di barare: lentamente ma senza un attimo di pausa ci mette di fronte all’essenziale della nostra vita. Le nostre insicurezze si manifestano dentro un’esperienza che ci obbliga a riconoscercele. Allora i valori, i racconti, gli incontri riprendono vita e ci dicono chi siamo. Allora dalla veglia nasce la fatica rimettersi in piedi e di scendere dal Monte Tabor per riprendere il nostro posto là, nella storia.

Questo è tempo di veglia; addormentarsi ora lascia troppo spazio alle ruspe e alle loro giustificazioni. Non sappiamo  quando ci potremo addormentare sperando di svegliarci nel nostro sogno più bello. Ma sappiamo che questo è tempo di veglia.

Salvare

Non è compito nostro. Non ne siamo capaci. Non è compito nostro trovare soluzioni per altri, risposte per altri. Semplicemente non ne abbiamo per altri perché non ne abbiamo per noi stessi. E allora ci rifugiamo in quel “si dovrebbe” che alimenta sogni a prezzi stracciati. Ma anche in questo caso il “gratta e vinci” è un bluff e smaschera il fatto che le soluzioni facili non sono realizzabili. Ma fanno compagnia quando incrociamo i fatti drammatici della vita e sono sempre a portata di mano. Le custodiamo con tanta cura, così piene e ricche di suggestioni che le soluzioni piccole ma possibili ci paiono poca cosa. Ed è lì che ci incartiamo. Ci nascondiamo dietro il “o salviamo tutto o non salviamo niente”. Ci sembra troppo poco cominciare a salvare almeno qualcosa. Ma la strada è solo quella. Di certo meno affascinante, un po’ autoreferenziale, magari egoistica. Forse più semplicemente lo specchio di quello che siamo noi: un po’ stanchi, ripiegati sui nostri problemi, preoccupati dell’oggi. Siamo noi, con le nostre fragilità e le nostre contraddizioni. Non ci resta che guardare dentro questo limite, accoglierlo e accettare le nostre storie, facendo memoria di parole semplici capaci di generare esperienze di vita. “Qualunque cosa avrete fatto ai più piccoli lo avrete fatto a me” (Mt 25). Don Tonino Bello ci guarderebbe con tenerezza, ci inviterebbe a non pensarci troppo e ci inviterebbe a ricominciare. “In piedi, operatori di pace!”.

Saltare

Da piccoli saltavamo ovunque; sui sassi e sulle corde, sui mucchi di fieno e sugli ostacoli disegnati per terra Saltare era il modo normale con cui ci si muoveva. Poi abbiamo cominciato a preoccuparci più di noi che di quello che potevamo vivere e abbiamo cominciato a evitare movimenti bruschi e poco educati. E nella rassegnazione ci siamo incamminati verso il mondo degli “speriamo di non cadere”.  Qualcuno dice che il primo passo mette paura perché  è sempre un salto nel vuoto. Forse per questo delegare il pensiero e stare fermi dà più sicurezza. Avere ricette già pronte e frasi già fatte anche. Saltare è invece la possibilità che ci diamo per tentare di andare oltre. Rischiando certo; temendo di cadere o di non riuscire, sollecitando il giudizio e considerando la possibilità del fallimento. Lavorare per la pace fa parte dei salti un po’ incoscienti che sfidano le logiche che tolgono il respiro alla nostra ricerca di Vita. Si passa dal Calvario e bisogna scendere nel profondo di un sepolcro, ma Gesù di Nazareth risorge dalla morte, ci porta la Pace e ci dice che si può fare.

Narrare

Non è la tentazione di perdersi nel ricordo nostalgico di ciò che era, ne l’abbandonare la vita da vivere per compiacersi o rimpiangere la vita che si è vissuta.  Narrare è anzitutto un cammino, non verso il fuori di noi ma verso il più profondo dentro di noi.  E’ la richiesta che facciamo a noi stessi  di essere noi stessi. Quando cominciamo a narrare  iniziamo a riconoscere ciò che ci ha fatto diventare quello che abbiamo voluto essere, ad accoglierlo e a custodirlo.

Ma il desiderio di raccontarsi non è un esercizio  sterile che punta all’ isolamento, incapace di accorgersi della vita. Non ha niente a vedere con la malinconia, ma è frutto di  un percorso solido e voluto che si confronta con  il profondo della nostra anima. Narrare non appartiene alla dimensione personale; narrare è il frutto della fatica  che facciamo quando usciamo dalle quinte per  rimettertici in gioco, senza temerci e senza  temere. Per questo nella misura in cui questo confronto diventa sempre più autentico è vitale l’esigenza di  conversare con altre narrazioni e altre storie.  Narrare ha a che fare con una comunità , con il dialogo, con l’accoglienza, con la pazienza. Si esprime nella semplicità e nella pacatezza ma  allo stesso richiede il coraggio di rileggere fatiche ed esperienze; religiose, personali, politiche, di cittadinanza.  Affidandoci al narrare ci apriamo alla fiducia e il nostro racconto  diventa uno dei molti racconti che rendono la storia di ognuno la storia di un popolo.

Salire

Ovunque. Va bene un albero, una montagna, una collina. Ovunque, ma salire. Per allargare lo sguardo, per respirare profondamente, per non attorcigliarci su noi stessi. Per scoprire che c’è un mondo che può prendere forma nel momento in cui noi abbiamo il coraggio di guardare oltre.  Ma occorre fare un primo passo per cominciare a salire; rischiando di sbucciarsi le ginocchia e di spellarsi le mani, di restare senza acqua e con poca aria. Troppo presi da ciò che ci sta  attorno e un po’ troppo sicuri di ciò che già abbiamo, non cerchiamo il tempo per arrampicarci da qualsiasi parte.  Forse è la paura di  scoprire che ci siamo accontentatati di una pozzanghera quando con un po’ di fatica avremmo trovato un sorgente di acqua pulita. Salire spesso ha il sapore della  lentezza e della noia, soprattutto se guardiamo solo i nostri piedi; ma chi dice di sapere delle cose della vita, racconta che se si tiene lo sguardo alto e se si ascolta il vento, si coglie la ricchezza di ciò che ci viene donato. Un vescovo salvadoregno, Romero, ha avuto il coraggio di salire senza fermarsi e si è ritrovato a contemplare dall’alto il mondo dalla parte dei poveri. Non ha fatto in tempo a scendere, ma il sentiero è stato segnato.

Tagliare

Operazione difficile. Vorremo tenere tutto e fare tutto. Semplicemente non si può. E probabilmente non si deve. Dobbiamo imparare a tagliare quello che è superfluo, quello che ci impedisce di attingere tutta la forza e la vitalità che le emozioni, le riflessioni, gli incontri ci propongono. Non è naturale pensare nei giorni di festa al dolore del distacco ma è necessario. Tagliare è sempre doloroso; per sé e per gli altri. E proprio per questo è una operazione che non vorremmo mai fare. La potatura lascia sempre un po’ perplessi; c’è bisogno di molta fiducia per convincersi che quei tronchi informi possano diventare rigogliosi e carichi di frutti e di colori. Questo potrebbe essere il momento giusto. L’inizio simbolico di un nuovo periodo potrebbe iniziare non con l’accumulare buoni propositi,  ma con il taglio di quelli inutili, delle convinzioni che ci siamo fatti prestare, dei troppi pregiudizi che ci hanno corroso il pensiero, della eccessiva faciloneria con cui ci illudiamo di risolvere i problemi. Tagliamo. Poi servirà un po’ si studio, un po’ di onestà intellettuale, un po’ di meditazione, un po’ di confronto con ideali forti. E allora forse continueremo a crescere.

Studiare

Per dire qualcosa bisogna saperlo. O almeno dovrebbe essere cosi. Ragiono, condivido, comunico emozioni nel momento in cui mi metto nelle condizioni di capire e approfondire. Studiare è faticoso. Bisogna cercare le fonti, mettersi a leggere, a collegare, a capire. E a volte questo è solo l’inizio; poi bisogna confrontarsi, riflettere, sviluppare una ipotesi e, perché no, tirare le conseguenze di ciò che significa per me quello che ho approfondito.

Ci sono temi che studiamo poco perché siamo convinti che non ne abbiamo bisogno; leggiamo qualche titolo, se va bene qualche articolo di giornale, un talk show sul tema ed è fatta. Ma in realtà non è fatta per niente. Nel momento in cui ci lasciamo trascinare dal pensare comune significa che non è fatta per niente. Prendiamo le guerre: ci sono dei buoni e dei cattivi, i nostri che arrivano e qualche stereotipo interpretativo che va bene per tutto. Poi si comincia a studiare e si comincia a scoprire che abbiamo a che fare con molto altro; con armi da produrre e da vendere, con giacimenti da sfruttare, con manipolazioni ideologiche e culturali da vendere per vere, con povertà da mantenere, con un mucchio di menzogne da smontare. Papa Francesco ci invita a non aver paura e a chiamare le cose con il loro nome. Dignità, guerra, povertà, diritto alla terra, cibo per tutti, accoglienza, commercio delle armi. E’ un invito a studiare, per cercare di capire e per poi condividere cosa fare.

Il 10 dicembre ricorre la Giornata Internazionale per i Diritti Umani; festeggiamola facendoci un regalo. Un ora tutta per noi, per provare a capire come non sia un caso che questi diritti siano, per troppe persone, ancora negati.

Sostare

Ce n’è bisogno. Troppa frenesia, troppa voglia di fare senza riuscire a dare senso a ciò che si fa. Troppa voglia di apparire anche a costo di perdere i contatti con la realtà. Sostare non è un lusso; è una condizione necessaria per fermare agitazioni inutili e controproducenti che sviluppano progetti con le gambe corte e le parole vuote. Sostare significa vivere il deserto della solitudine per ridefinirsi soggetti capaci di privilegiare il pensiero e metterlo in relazione con le nostre convinzioni e con i nostri sogni. Può esser divertente farsi cullare da emergenze e operazioni scoppiettanti. Quando succede ci si sente bene e ci si illude di stare dentro i processi. Ma non è così; dentro i processi ci si sta se si ha coraggio di fermarsi, di accoglierli per cercare di governarli. Per farlo ci vuole lungimiranza e pazienza. Per camminarci dentro bisogna imparare ad andare lentamente. Non è tempo per corse frenetiche. È tempo di sguardi lontani e respiri profondi. Non ci è rimasto molto altro, ma è molto più di quello che sembra.

Temere

Loro, gli altri, ci fanno paura. Perché? Perché ci portano via il lavoro? Eppure sappiamo che il lavoro dall’Italia se ne va da solo, da quando abbiamo scoperto che delocalizzare è più vantaggioso. Perché non si sa chi sono e da dove vengono e potrebbero essere terroristi o malavitosi? Normale temere chi è terrorista e malavitoso, e potrebbero essere l’uno e l’altro, ma potrebbero essere anche niente, come d’altra parte lo potrebbe essere ogni persona che incontro ogni giorno, al di là della pelle e di come si veste. Li temiamo perché sono senza lavoro e affamati e quindi possono rubare? Cosi come temiamo il nostro vicino che ha perso lavoro, il nostro amico disoccupato, il pensionato ridotto alla fame, attori di un contesto sociale e economico che produce diseguaglianze e ingiustizie? O li temiamo perché sono neri o vivono in modo diverso da noi? Paure eccessive, non da società evolute postindustriali del ventunesimo secolo che dovrebbero avere superato questi stereotipi. Ed essere consapevoli di processi globali che determinano il nostro vivere qui e ora per cui “nessuno è razzista“.

Mi chiedo se invece non abbiamo creato noi la paura di tutto questo perché abbiamo paura di noi stessi. Alimentiamo situazioni di paura perché abbiamo la necessità di inventarci qualcuno da odiare che diventi il simbolo delle nostre contraddizioni. Noi contro i tanti “loro” diversi da noi, perché “loro” sono la causa dei nostri problemi. La verità è che stiamo costruendo una società dove siamo noi contro noi; incapaci di pensarci come dialogo, solidarietà, incontro. Niente accoglienza o diritti da tutelare, ma solo sicurezza da garantire a chi può, impunemente e senza futuro. E la sicurezza è tenere loro, gli altri, lontani… Ma niente è gratis; in cambio di questa illusoria sicurezza stiamo svendendo dignità, diritti, libertà, partecipazione. Di questo dobbiamo avere paura.

Ricordare

Ricordare è una azione che rimette insieme i pezzi di emozioni e fatti e fabbrica memoria. Non tiene viva la malinconia, ma alimenta e vivifica il presente. Ricordare dovrebbe essere un percorso spontaneo che ci rimette dentro la storia e ci aiuta a interpretare i fatti con i quali la abitiamo. Dal ricordo traiamo insegnamenti, ci rendiamo conto di chi siamo veramente, come persone e comunità. Con questa memoria andiamo a trovare il perché del nostro no alla guerra, del nostro no alla violenza, della nostra ribellione all’ingiustizia. E se ci lasciamo guidare con fiducia cogliamo l’opportunità che ci viene offerta per svegliare le nostre coscienze addormentate da una informazione che racconta come nuova e cattiva una violenza che è vecchia e sempre uguale, di una ingiustizia che non è una calamità naturale ma il frutto di rapine pianificate e attuate, di un uso della guerra come modo di risolvere conflitti sociali e economici che sacrifica senza scrupoli popoli e persone. Fare memoria è l’unica possibilità che abbiamo per capire che non ci sono violenze più tremende di altre. Fare memoria significa imparare a non dimenticare. Mai.

Guardare

A volte sembra un lusso. Andiamo di fretta e corriamo per il fare o per il sapere. Guardare richiede pazienza e tempo. Difficile vivere l’uno e l’altro. Eppure è solo guardando che scopriamo chi siamo. Guardare è oltre il vedere. Guardare esprime una volontà precisa di mettere attenzione, di capire, di lasciarsi interrogare. Vediamo molte cose, anzi ci fanno vedere molte cose, ma corriamo il rischio di non guardare. Vediamo una guerra e non guardiamo fino in fondo cosa significa, vediamo immagini di distruzione e non guardiamo le vite, ogni vita, spezzate da questi eventi. Vediamo persone che percorrono le nostre stesse strade, che incrociano i nostri stessi sguardi, che usano le nostre stesse parole, ma spesso non abbiamo tempo per un incontro che vada oltre un saluto veloce e uno scambio di notizie più o meno sensate. Guardare è l’esercizio della pazienza, dell’importanza del tempo e della possibilità di orientarlo verso le cose essenziali. Guardare va a braccetto con lo stare e lo rende vivo e nuovo ogni giorno. Perché guardando si scopre sempre qualcosa che ci era sfuggito e che ci obbliga a rimetterci in movimento. Forse dovemmo partire da lì. Dallo stare con noi stessi e dal guadare chi siamo. Senza illusioni; anche per quello ci vuole tempo e pazienza.

Educare

Educare significa ”non insegnare nozioni, ma accendere un fuoco”… probabilmente la versione originale della citazione è scandita da un linguaggio più avvolgente. Ma per noi non cambia la visione. Vogliamo posizionarci in questo luogo dell’educazione, il luogo dove sorgono inquietudini, si pongono domande, si rischia e ci si mette in cammino. L’educazione in antitesi a qualsiasi strumento orientato di una ricerca costante del consenso ma come sfida ad accogliere le diversità per lasciarsi interrogare da quello che rappresentano. E’ la ricerca della comprensione di questa diversità che mette in moto la nostra curiosità e la trasforma in progettualità. E’ questo il compito che ci proponiamo: quello di essere piccoli pezzi di legno che alimentano fuochi capaci di scaldare e di diventare riparo dall’indifferenza e dalla paura.

E’ per questo che non possiamo improvvisare. E’ per questo che per educarsi ed educare dobbiamo leggere, studiare, dialogare. Per educare occorre lavorare molto. Prima di tutto su sé stessi.

Diversità

E se fossimo noi quelli fuori posto? Quelli che chiedono e basta. Quelli che vestono in modo strano. Quelli che non capiscono. Che non  sanno  lavorare bene, che non parlano la lingua che parlano tutti. Quelli che hanno il colore dalla pelle diverso, che hanno un odore che si sente da lontano. Forse siamo noi quelli che mangiano cose dai sapori strani con attrezzi dalla forma strana. Quelli che pensano di avere sempre ragione perché tutto è nato dove siamo nati noi. Quelli che invadono altri paesi e altre case per giudicare e imporre modelli di pensiero e di cultura perché solo la nostra è quella giusta. E si arrabbiano perché questo non avviene come vorremmo. Quelli che quando arrivano, tutti si devono scansare perché facciamo chiasso e questo ci autorizza ad avere ragione. Quelli che non capiscono niente, quelli che “ma come si fa ?”. Quelli che pensano e ragionano solo con quelli che la pensano e ragionano come loro. Quelli che vogliono la pace, ma la vogliono come dicono loro, quando dicono loro e con chi dicono loro. Quelli che dividono goffamente il mondo in noi e gli altri. E non prendono mai in considerazione il fatto che basta cambiare prospettiva, e noi diventiamo gli altri.

Conoscere

Le guerre si annidano nella nostra paura dell’altro e nel desiderio di schiacciarlo. Per motivare tutto questo dobbiamo in qualche modo catalogare l’altro come nemico; in questo modo abbiamo chiaro chi è, possiamo semplificare la relazione e sapere cosa fare. Se l’altro è nemico non dobbiamo pensare; un nemico va combattuto e possibilmente vinto. Semplice.

Costruire invece percorsi di relazione per gestire i problemi è più complicato: l’altro può essere amico, collaboratore, diverso, alleato, complice. Può essere semplicemente l’altro, con tutte le sue manifestazioni, la sua storia e la sua visione della vita. E per conoscere tutto questo e coglierne la ricchezza ci vuole fatica, tempo e passione. Una modalità di lavoro che implica non solo mirare e sparare spazzando via la vita, ma accoglierla e custodirla; anche se non è vissuta come noi vorremmo.

E’ uno dei motivi per cui la guerra viene comunicata e capita subito: la guerra si vende bene, sia come notizia che come modalità di risoluzione dei problemi; perché è semplice, diretta, intuitiva, non complessa. Proprio come vorrebbero farci credere sia la politica. Forse è per questo che tutte e due oggi manifestano l’assenza di qualsiasi speranza di relazione e di progettualità. Perché non si vuole fare fatica di capire che siamo indispensabili gli uni agli altri.

Noi abbiamo maturato la consapevolezza che si può essere uomini e donne di pace solo “con il sudore delle fronte”. E abbiamo imparato che le scorciatoie non hanno mai funzionato. E ci siamo resi conto che i nemici sono spesso inventati. Per questo cerchiamo di stare attenti e non ci stanchiamo di conoscere.

Buoni (e cattivi)

Ricordi di lavagne col gesso. Il luogo dove veniva stabilito chi era buono e chi era cattivo. La lavagna emanava la sua sentenza inappellabile, almeno fino al giorno dopo. E prendeva forma un mondo dove chi era buono era quello che non disturbava, che non parlava mai, che non litigava con nessuno, che stava sempre al suo posto. I cattivi erano tutti gli altri, quelli che rompevano schemi, equilibri e qualche regola. Quelli che disturbavano. Troppo comodo il sistema  e allora perché non dividere tutti in buoni e cattivi? Semplice, facile, funzionale. E’ scontato che i buoni siamo noi; gli altri, quelli che non si adeguano, sono cattivi. E vanno rimproverati, espulsi, non ascoltati, isolati, giudicati e condannati regole semplici.. ai buoni va dato tutto, ai cattivi niente. Perché siamo noi, i buoni, che decidiamo quanto uno è cattivo e che fine deve fare. E non scomodiamo il Vangelo; perché noi siamo così buoni, ma cosi buoni, che del Vangelo siamo convinti di poterne fare a meno.

Andare

Il cammino si apre camminando. Con questa certezza insistiamo a raccontare la possibilità di costruire la pace. Con la sola cosa che crediamo valga la pena fare: camminando, cercando di aprire sentieri un po’ abbandonati per riscoprirne l’unicità e la bellezza. “Operatori di pace” allora vuole essere il compagno di viaggio di questo cammino. Un luogo dove si incontrano esperienze, speranze, fatiche e visioni. Un luogo aperto a tutti coloro che sono in cammino fiduciosi che solo questa sia la possibilità che abbiamo. Camminare. Con costanza e pazienza, ricordandoci la meta, narrandoci le nostre storie per intrecciarle con altre perché diventino una storia sola. Accogliendo compagni di viaggio non con il fastidio di difendere le nostre piccole comodità ma con la consapevolezza che solo il condividere trasforma la fatica del cammino nella capacità di cogliere il senso profondo del nostro andare. Cha sia un cammino lento ma costante, aperto al mondo ma capace di cogliere le sorprese del quotidiano, capace di fermarsi ma pronto a ripartire, consapevole che la pace è un meta lontana ma forse proprio per questo una delle poche per cui vale la pena alzarsi e andare.