Un messaggio lungo quarant'anni


Come ogni anno da circa quarant’anni, il messaggio del Papa per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace offre importanti spunti di riflessione a tutta la comunità cristiana e, in particolare, a coloro che vogliono impegnarsi concretamente per la costruzione della Pace. Ci siamo rivolti ad Oliviero Bettinelli, responsabile del S.E.P.M. (Settore Educazione alla Pace ed alla Mondialità) della Caritas di Roma per ascoltare le sue riflessioni sul messaggio di quest’anno.

Buona parte del messaggio per il 2003 si riferisce all’Enciclica "Pacem in Terris", riassumendone i contenuti e sottolineando l’importanza che essa ebbe nel 1963 e che continua ad avere tutt’oggi. Come interpreti questa scelta? E’ un guardare all’indietro o un rilancio per il futuro?

"Il fatto di riprendere la Pacem in Terris non può che essere una scelta positiva. Si tratta di un’enciclica fondamentale, ma che troppo spesso viene trascurata nei suoi significati più profondi.

Purtroppo, persino nelle comunità cristiane, l’impegno per la Pace viene spesso vissuto come un tema residuale. Al contrario, con il messaggio di quasi quarant’anni fa, Giovanni XXIII invitava a guardare alla Pace come ad un processo politico, economico, sociale, storico e non solo come una "buona intenzione" priva di ripercussioni concrete. La Pacem in Terris contiene una profonda riflessione teologica su temi quali i diritti umani, la libertà degli uomini e dei popoli, ed un forte anelito all’ecumenismo religioso e culturale ed all’istituzione di un ordine mondiale fondato sui valori democratici. Certamente l’enciclica ha avuto un profondo significato per la sua epoca, ma oggi il suo valore è tutt’altro che diminuito. Soprattutto di questi tempi, il citare così ampiamente l’enciclica di Papa Giovanni è il segnale che il suo messaggio è più che mai attuale e che forse, su alcuni temi, si è persino tornati indietro. Da questo punto di vista è una scelta che si ricollega alle recenti dichiarazioni del Papa sul silenzio di Dio, disgustato dall’agire dell’umanità.

Il messaggio – che tra l’altro si sofferma ampiamente sulla crisi del Medio Oriente – parla di una situazione di grande disordine nel mondo contemporaneo e della necessità di una "nuova organizzazione dell’intera famiglia umana". Il Papa lancia dunque un messaggio politico?

Da questo punto di vista Giovanni Paolo II non fa che riprendere una dottrina della Chiesa ormai consolidata: un ordine mondiale basato sulla Pace e sulla Giustizia può essere raggiunto solo con un’organizzazione internazionale, politica ed economica, che stabilisca regole comuni e una serie di diritti e doveri propri a tutti gli esseri umani ed inalienabili.

Nella sua accezione più alta, sì: quello del pontefice è un messaggio politico, ma questo proprio perché, anche dal punto di vista teologico, non si può parlare di Pace senza una lettura politica e sociale, senza fissare le regole di convivenza tra gli uomini ed i popoli e senza istituire organismi che si contrappongano alla legge del più forte.

Il Papa però ricorda anche come la Pace non sia soltanto questione di strutture, quanto di persone.

Certamente le organizzazioni giuridiche, economiche e politiche non sono altro che strumenti nelle mani degli uomini. Ciò che fa la differenza è come esse sono utilizzate, per quali scopi e da quali persone o, meglio, di quale cultura sono espressione le persone che se ne servono.

Mi spiego meglio con alcuni esempi. Prendiamo l’Organizzazione Mondiale per il Commercio: il fine dichiarato – regolare gli scambi economici tra i diversi paesi – è sicuramente positivo, perché il commercio è uno degli elementi su cui si fondano le società e attraverso il quale gli uomini si relazionano. Il modo però in cui questo strumento è stato utilizzato e gli obiettivi di coloro che ne fanno parte, danno al Wto una connotazione assai diversa, quella di una élite di ricchi che vuole conservare i propri privilegi e il proprio potere tenendo fuori tutti gli altri.

Penso poi, per altri versi, alle Nazioni Unite: l’obiettivo a cui dovrebbero mirare – risolvere i conflitti attraverso lo strumento della democrazia e del dialogo – è certamente straordinario e, in questo senso, in piena consonanza con gli auspici contenuti nel messaggio del Papa. Finora purtroppo i risultati sono stati ben al di sotto di tali ambizioni e questo soprattutto a causa di coloro che, all’interno delle Nazioni Unite, hanno avuto il vero potere decisionale. Mi sembra quindi evidente come "uomo" e "organizzazioni", "fini" e "mezzi", siano elementi inscindibili.

Giovanni Paolo II pone anche molta enfasi sul tema del rispetto della Verità: un elemento fondamentale per il conseguimento e il mantenimento della vera Pace. Qual è, secondo te, il legame tra Verità e Pace?

L’impegno per la Verità permette di smontare i facili schemi con cui, quotidianamente, ci vengono presentate le questioni internazionali. Penso, ad esempio, al luogo comune che vede, da un lato, i serbi violenti e cattivi, responsabili di tutte le disgrazie dei Balcani, e dall’altro i kosovari buoni, pacifici e senza colpa. Finché ci si attiene a questi schemi è impossibile anche solo impostare un dialogo per una nuova convivenza e per una vera Pace. D’altro canto non si deve cadere nella trappola di rispondere in modo uguale e contrario. Non si può cioè – per restare all’esempio precedente – ribaltare lo schema affermando che i serbi sono le vittime e i kosovari i carnefici. E’ un errore in cui troppo spesso sono incorsi anche coloro che si impegnano concretamente, e in buona fede, per la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Bisogna invece porsi su un piano diverso, quello appunto della Verità, una Verità che spesso è assai più complessa delle apparenze e di tutte le possibili semplificazioni. Rompendo questi schemi, tra l’altro, vengono a saltare tutte le giustificazioni agli interventi armati cosiddetti "umanitari", a quelle guerre intraprese col pretesto di attaccare i colpevoli per difendere gli innocenti.

Da anni, all’interno della Caritas, ti occupi di Servizio Civile ed Obiezione di Coscienza. Pensi ci sia un legame tra i temi contenuti nel messaggio del Papa e l’Obiezione di Coscienza?

Eccome! Ho sempre pensato che l’Obiezione di Coscienza non volesse dire, semplicemente, rifiuto del servizio militare, ma obiezione ad un modello culturale di cui la leva obbligatoria e il ruolo della violenza organizzata nella nostra società sono solo alcuni degli aspetti più evidenti, la punta dell’iceberg. Una vera Obiezione di Coscienza deve partire da un approccio molto ampio: politico, economico di diritti umani. Essa deve essere un grido di libertà, il rifiuto di alcune logiche, ma, soprattutto, la proposta di un’alternativa concreta. Proprio qui sta il legame col messaggio del Papa: la Pace non si costruisce solo a parole, proclamandosi "per la Pace" o "contro la guerra", ma agendo attivamente e costruttivamente nella società. Solo in questo modo è possibile rivendicare un modello culturale alternativo.

E’ davvero così difficile affermare questo modello? Eppure - a parole - tutta la comunità internazionale sembra aver ormai accettato valori quali il rispetto dei diritti umani e la democrazia. Perché c’è ancora bisogno dei messaggi del pontefice?

Il problema è proprio questo: a parole tutti si dicono favorevoli agli appelli che il Papa e la Chiesa lanciano quotidianamente e non solo in occasione del messaggio di inizio anno.

Tutti si proclamano per la Pace, per i diritti umani, per l’organizzazione dei popoli. Il problema è capire quale significato vogliamo dare a queste parole e quali strade si vogliono percorrere per raggiungere questi obiettivi. Ancora una volta il rischio è quello delle scorciatoie, quello di chi pretende di fare la "sua" pace bombardando il nemico o imponendo un embargo. E’ il vecchio, tragico paradosso di chi pretende di portare la Pace con la Guerra.

E’ una questione di diversa visione del mondo e dell’uomo. Per alcuni l’uomo è solo l’ingranaggio di un complesso meccanismo, un ingranaggio che si può buttare quando non serve più o quando viene ritenuto dannoso; per altri, invece, c’è e ci deve essere sempre la centralità dell’individuo. La Pace si costruisce a partire dalla persona, da ogni singola persona.

 

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