Volontario a Colle Oppio
Da libero professionista a "buttadentro". La storia di Paolo


Paolo ha 55 anni, fa il libero professionista, e da oltre tre anni presta servizio come volontario presso la Mensa di Colle Oppio. La sua esperienza con i poveri ha rappresentato per lui un’occasione di crescita personale, di confronto con i propri limiti e con la realtà circostante. Un percorso faticoso, ma ricco di soddisfazioni, che si coglie nell’entusiasmo con cui ha deciso di raccontarsi. 

Come è iniziata questa tua esperienza di volontario? E perché proprio a Colle Oppio?

Tutto è avvenuto quasi per caso nell’estate del 1998. Mi trovavo in vacanza al Lago di Vico e, sfogliando il giornale, mi sono imbattuto in un annuncio in cui si cercavano volontari per la mensa della Caritas. In realtà era da parecchio tempo che rimuginavo l’idea di impegnarmi nel volontariato, ma non mi ero mai deciso. Le occasioni vanno prese al volo, mi sono detto; così, rientrato dalle ferie, mi sono recato alla mensa. Da quel giorno ho continuato ad andarci ogni mercoledì, settimana dopo settimana, anche a Natale e Capodanno. 

Qual è stato il tuo primo impatto con questa realtà?

In una parola: sorprendente. Di professione faccio il rappresentante, ero abituato a un certo stile di lavoro, per cui mi sono vestito tutto elegante, come per un colloquio di assunzione. Sono arrivato, mi sono presentato, e ho cominciato a chiedere informazioni sul tipo di attività che avrei potuto svolgere. Nel giro di pochi secondi mi sono ritrovato a smistare la spazzatura! Ho cominciato a portare sacchi neri su e giù per le scale, decine e decine di volte in poche ore. Quando sono tornato a casa, quella sera, ero distrutto di fatica e tramortito. La cosa più difficile, però, è stata tornare la seconda volta. Il primo impatto con la mensa, con i poveri, con quella realtà di emarginazione, è uno vero shock e si fa fatica a decidere di affrontarla nuovamente. Col tempo, però, non solo ci si abitua, ma quei luoghi che ti erano sembrati fuori dal mondo diventano familiari, come una seconda casa. I primi tempi mi colpiva soprattutto il fatto di mangiare, finito il servizio, negli stessi tavoli degli ospiti, il medesimo cibo che avevano mangiato loro. Era una sensazione fortissima, un gesto di profonda condivisione, che poi è divenuto quotidianità. 

Quali sono le attività svolte da te e dagli altri volontari all’interno della Mensa?

Come tutti i volontari di Colle Oppio non ho un compito specifico; esso varia a seconda delle necessità del giorno. La maggioranza dei volontari sono donne e i pochi uomini spesso si incaricano di svolgere i lavori un po’ più pesanti, ma questo è tutto. Per il resto siamo sulla stessa barca: ognuno fa quello che c’è da fare, senza avere la pretesa di ricavarsi uno spazio riservato o di voler fuggire da certi incarichi. Il servizio si può svolgere in varie zone: accoglienza, self-service, nelle sale, nello smaltimento dell’immondizia o ad asciugare i vassoi. Al termine della giornata, poi, puliamo e igienizziamo tutti gli ambienti della Mensa, per renderla agibile ed operativa per il giorno seguente.  In realtà è difficile descrivere in modo “tecnico” come si vive un servizio che non si basa solamente nel dare un pasto caldo agli ospiti, ma che è fatto soprattutto di relazioni umane.  

Ci sono dei compiti che ti hanno creato maggiori problemi di altri?

Una delle cose più difficili, soprattutto all’inizio, era pulire i bagni degli ospiti. Mi ricordo che alla fine di ogni giornata gli operatori chiedevano che due o tre persone si offrissero volontarie. Non era facile farsi avanti, ma poi – al di là di chi fosse di turno – ci si aiutava l’uno con l’altro, ci si faceva forza a vicenda. E’ grazie a questi piccoli e grandi gesti che ci si è temprati e che si è creato un forte spirito di gruppo, nonostante le differenze di età e di provenienza di noi volontari.

Per quanto riguarda il periodo più recente, molto spesso mi capita di stare all’ingresso della mensa per fare, come diciamo noi, il “buttadentro”. In passato se ne occupava un obiettore di coscienza e devo ammettere che non lo invidiavo affatto. E’ un posto di frontiera: bisogna controllare che le persone che si presentano siano autorizzate e siano in condizioni tali da poter accedere al servizio. Spesso bisogna dire dei no, è non è facile farlo con chi ti chiede un pasto caldo con disperazione, ostinazione o persino rabbia. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di spiegare le procedure, di far capire il perché di alcune regole, di trasformare anche questo passaggio, per quanto possibile, in un’occasione di dialogo. 

Il tuo rapporto con gli ospiti ha modificato i tuoi pregiudizi sui “poveri”?

Lavorando alla mensa ci si deve relazionare con un’umanità sofferente ed estremamente eterogenea. Si incontra l’anziano con la pensione sociale e senza casa, il disadattato sociale o psichico, lo straniero esule e quello di passaggio, lo sbandato, l’alcolista. Strano a dirsi, ma il romantico barbone, quello della letteratura, non esiste quasi più - a testimoniare che la povertà è cambiata - o forse non è mai esistito. Le difficoltà di approccio sono quindi numerose, ma arricchenti.

Con gli stranieri purtroppo è un po’ più difficile instaurare una relazione di quotidianità, perché il ricambio è molto veloce e spesso vengono da noi solo tre o quattro volte, per poi sparire. Gi ospiti italiani, invece, li conosciamo quasi tutti: con loro si chiacchiera, ci si racconta le proprie vicissitudini e ci si scambia riflessioni. Confrontarmi con loro mi è servito anche a capire quanto la vita possa essere dura. Mi ricordo, in particolare, di un uomo che per un certo periodo aveva dormito all’ostello, senza una lavoro e senza punti di riferimento. Ora ha trovato un impiego come portiere di notte, guadagna solo 300 euro al mese e dorme sul posto di lavoro. Secondo i miei vecchi canoni di “normalità” è una situazione assurda, invivibile, ma ho capito come per lui questo poco possa rappresentare una conquista di sicurezza. Allo stesso modo rimango spesso affascinato nel guardare gli ospiti quando escono dalla mensa: spensierati come se fossero stati in trattoria con gli amici. 

Hai mai dovuto affrontare situazioni particolarmente difficili, in questi anni?

A volte l’atmosfera può diventare improvvisamente tesa, ci possono essere tensioni tra stranieri di diversa nazionalità, tra italiani e stranieri, tra vecchi e giovani; sono guerre tra poveri che fanno male e spaventano. In questi casi, per quanto rari, è importante mantenere la calma, essere fermi e decisi e far sì che, per quanto possibile, tutti vengano rispettati, ospiti e volontari.  

In che modo questa esperienza ti ha cambiato?

Ho imparato a seguire le regole, ad essere umile e a lasciare da parte l’orgoglio e la prosopopea, consapevole di essere venuto a servire. Per uno come me, un libero professionista abituato all’indipendenza e ad agire di testa propria, non è stato facile incassare le continue critiche e le osservazioni dei volontari più esperti. In tutto questo mi ha anche aiutato la grandissima dignità della maggior parte degli ospiti. Ho poi scoperto che la Solidarietà è un sentimento che se trasmesso agli altri diventa condivisione; un sentimento che è però difficile da attuare perché spesso, nella vita di tutti i giorni, molti cercano di ignorare la povertà e i problemi degli altri, semplicemente chiudendo gli occhi. Allora, a volte, mi prende lo scoramento, la sensazione di combattere contro i mulini a vento, un senso di impotenza. Subito dopo, però, torno a buttare il mio granello di sabbia nel mare, sperando che insieme ad altri granelli prima o poi si formi un’isola, una terra dove ci sia posto per tutti.


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