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Un laboratorio transculturale per una nuova sanità
Verso la metà degli anni ottanta, quando il Poliambulatorio aveva ormai raggiunto una notevole utenza, cominciarono ad arrivare i primi obiettori di coscienza in servizio civile; tra di loro c’era anche Salvatore Geraci, l’attuale responsabile dell’Area sanitaria. Fino a tutti gli anni ‘90 gli obiettori hanno giocato un ruolo determinante, anche perché, con la loro presenza costante, garantivano quella continuità che i volontari non potevano assicurare. “E’ stato un periodo particolarmente fecondo per gli obiettori e volontari: un’integrazione stimolante di tipo generazionale ma anche sulle motivazioni spesso diversificate e quindi arricchenti. In qualche modo erano d’esempio gli uni verso gli altri. – Salvatore Geraci ci racconta della sua esperienza e della realtà dell’Area - Centinaia di ragazzi, spesso giovani medici, hanno avuto l’occasione di mettersi subito in discussione nella relazione con pazienti di altre culture e con una organizzazione basata sull’accoglienza. Lavorare con volontari, in ogni momento della nostra storia, anche quando per il numero di obiettori potevamo essere autosufficienti, si è rivelato una strategia utile e opportuna sia per una impostazione di tipo culturale, garantire uno spazio di servizio alla società, sia per una crescita umana e professionale di ciascuno. C'è qualcosa che attrae profondamente, quando si ha l'occasione di sperimentare la bellezza dell'atto umano del prendersi cura di un proprio simile, semplicemente in nome dell'essere persone umane. Oggi tutti parlano della cura e lo slogan "I care" viene sbandierato con molta disinvoltura. L'icona della pagina evangelica del samaritano, però, mette in guardia da facili sentimentalismi. Prendersi cura e porre questa scelta al centro della propria vita significa innanzi tutto fare delle scelte controcorrente: fermarsi, quando molti intorno corrono dietro la carriera, sporcarsi le mani, dove la maggior parte tende a lavarsele, caricarsi sulle spalle un peso, quando verrebbe voglia di scansarlo, investire le proprie risorse nella condivisione più che nel proprio tornaconto, perché il prezzo della vita non sia troppo caro per qualcuno. Significa vedere, intervenire, coinvolgere altri, consapevoli del proprio limite." Una scelta seria, radicale, soprattutto silenziosa. Contagiosa. Nel corso degli anni il profilo dei volontari è molto cambiato, nei primi tempi si trattava soprattutto di giovani medici, oggi sono sempre più numerosi gli anziani. “Uno dei fenomeni interessanti a cui abbiamo assistito – racconta Salvatore – è vedere lavorare spalla a spalla medici di generazioni diverse, ognuno con la propria esperienza e impostazione. E’ una bella sinergia non solo professionale, ma anche umana”. Più in generale, sottolinea il dottor Geraci, il ruolo dei medici volontari è importantissimo “In un mondo della medicina e della farmacologia che sempre più spesso cede a logiche esclusivamente di profitto il fatto che ci siano ad esempio degli odontoiatri che dedicano anche solo una mattina al mese alle attività di volontariato, magari rinunciando a cospicui guadagni giornalieri, o che dei medici anziani decidano di studiare il cinese o il bengalese solo per poter comunicare con i pazienti immigrati, dimostra che la Medicina può ancora essere letta in una chiave diversa”.
Questi venti anni di Area sanitaria della Caritas hanno insomma dimostrato che una piccola rivoluzione in questo campo è davvero possibile. I segreti della crescita e del consolidamento delle sue attività vanno probabilmente ricercati nello sviluppo di reti di collegamento con i servizi sanitari pubblici e del privato sociale; nell’attenzione alla formazione iniziale e continua di volontari ed operatori; nella costante sollecitazione del lavoro di équipe; ma soprattutto in una continuità delle finalità generali che si è saputa coniugare con una flessibilità metodologica e progettuale. "Il primo passo del prendersi cura è sempre e comunque accorgersi dell'altro - continua Geraci - Uscire dalla propria indifferenza frettolosa. Cambiare progetto davanti alla realtà che cambia. Riconoscere l'esistenza dell'altro, i suoi diritti, proprio lì dove si vorrebbe che le persone sparissero o diventassero invisibili, come succede con i clandestini, utili come forza lavoro rimbalzati da un servizio all'altro quando si ammalano”. Col passare del tempo infatti, il raggio d’azione dell’Area sanitaria si è andato costantemente ampliando. Se in una prima fase l’intervento era prevalentemente di tipo assistenziale, gradualmente è emersa l’importanza di un ruolo più “politico” per la riaffermazione del diritto alla salute come diritto imprescindibile di ogni essere umano. Da qui è nata una costante azione di denuncia di politiche inadeguate, come anche la proposta di percorsi assistenziali efficaci, di sperimentazione di modelli relazionali specifici, di aggiornamento e formazione su percorsi di tutela della salute a livello locale e nazionale. Nel contempo il Poliambulatorio è stato un vero e proprio laboratorio di Medicina transculturale e l’Area sanitaria è divenuta non solo un punto di riferimento per persone emarginate o a rischio di emarginazione, ma anche luogo formativo per centinaia di volontari che hanno voluto accettare la sfida di mettere in gioco se stessi nella relazione con l’altro, coniugando professionalità ed attenzione ad ogni diversità. Con questo spirito, nel corso del 2001, è nato un Centro studi e documentazione specializzato sui temi della salute nel contesto migratorio, degli zingari e sulle disuguaglianze. E’ per il futuro? “In tutti questi anni – conclude Salvatore – ci siamo accorti come nel DNA del nostro servizio medico, sin dal giorno della suo inizio, ci fossero i presupposti per la nascita di nuovi spazi e innovative modalità di intervento. Non sappiamo dire oggi quello che emergerà nei prossimi anni, ma siamo convinti che l’Area sanitaria riserverà, anche a noi stessi, ancora tante sorprese e saprà porre nuovi stimoli alla comunità medica in ambito cattolico e non e alla società civile”.
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